Arti marziali e meditazione

SEGUI IL VIDEO su youtube

Arti marziali e meditazione sono le due facce della stessa pratica. Le discipline orientali sono permeate dalla mente meditativa.

Non esiste il kata perfetto senza una mente focalizzata.

Non si può raggiungere l’esecuzione completa, senza la calma mentale che sviluppa la forza interiore e la potenza del gesto.

Per questo, pensare alle arti marziali senza curare la meditazione è come vivere un’arte a metà.

Approfondisci questo tema nel post:
Arti marziali e meditazione, una cosa sola

Vincenzo Cesale

Share This:

IL GIOVEDI’ KYUDO

Riprende  il corso di Kyudo del giovedì

presso la “Libera Università Popolare Due Cieli” via Plava, 37 a Collegno (TO)

ORARIO: 18,30 – 20,00

 Kyudo Vincenzo

Si aggiunge al corso già esistente del sabato, ore 9,30 – 12,00
Tel. 011 4034056
e-mail: info@duecieli.it

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

Share This:

ASHIBUMI

ASHIBUMI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

La prima posizione che decide il tiro

E’ una posizione fondamentale nonchè quella che destina come avverrà il tiro nel Kyudo. Senza ashibumi, un tiro corretto è impossibile;”ashibumi” è…

Ci sono due metodi per eseguirlo: il primo metodo si espleta in un solo movimento che si chiama “reishaki“, il secondo metodo prevede due movimenti e viene detto “bushakei“; in entrambi i casi il fine non cambia, il corpo è eretto e non ondeggia, la mente è focalizzata e già predisposta al tiro. I piedi in entrambi i metodi, sono distanti fra loro quanto la metà dell’altezza dell’arciere.

L’angolo fra i piedi (ashi) è di sessanta gradi, con una lieve differenza in caso di arcieri molto alti  o di corporatura massiccia, per i quali l’angolo di apertura è più ampio. Il peso del corpo sul piede sinistro è suddiviso per il 60% sulle punte e per il 40% sul tallone, per il piede destro per il 40% sulle punte e per il 60% sul tallone; questa tecnica permette di controllare l’anca e non lasciarla ruotare nel momento del tiro, le gambe non sono in tensione, le ginochia sono sganciate in modo naturale.

Ashibumi è la prima delle otto posizioni primcipali, “Dozukuri-Yugamae-Uchiokoshi-Hikiwake-Kai-Hanare-Zanshin-Yudaoshi” che vedremo in appuntamenti futuri.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it

Share This:

L’ANIMA DEL KYUDO

Attraverso la pratica del Kyudo, il senso dello spazio, l’espansione mentale, la respirazione addominale vengono evidenziate, come ho già parlato in altri miei articoli; vorrei condividere un pensiero e un punto di vista diverso ma affine al lavoro profondo che la nostra federazione di  Kyudo a come linee guida.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

L’ANIMA DEL KYUDO

 

“In questa specializzazione tradizionale del bujutsu, i maestri consideravano di fondamentale importanza le qualità seguenti: indipendenza di visione, che abbracciasse un campo il più vasto possibile; un’acuta percezione dei dettagli significativi, senza dispersione dell’attenzione dovuta alla paura o alla confusione; l’energia per piegare l’enorme arco, per controllare il lancio della freccia, e la sua traiettoria verso il bersaglio.

L'ANIMA DEL KYUDO-Duecieli2

Per quanto riguarda i primi due requisiti, la dottrina del kyujutsu operava una netta distinzione tra l’idea di mirare ad un bersaglio (monomi), e quella di concentrare e stabilizzare la mira (mikomi); nel lessico di quest’arte, ‘concentrare‘ e ‘stabilizzare‘ erano generali e diffusi, mentre ‘mirare‘ era specifico. L’arciere doveva essere in grado di ampliare e di restringere il suo campo di visione, e la sua attenzione, a volontà, per essere conscio del suo ambiente complessivo e per controllarlo. Nello stesso tempo, egli doveva essere in grado di percepire un’ombra particolare in agguato nelle sue vicinanze, o anche una piccolissima falla nell’armatura di un nemico lanciato al galoppo sul campo di battaglia, verso le sue linee.
In questo contesto, l’arte dell’arco si avvaleva di dottrine relative al controllo mentale, che erano già antiche quando avevano raggiunto il Giappone dall’India, insieme ai primi manuali del buddismo. Il Giapponese, per esempio, conosceva a memoria la storia dell’arciere Arjuna. (…)
Per sviluppare questa capacità di vedere chiaramente il tutto e tutte le sue parti, il kyujutsu ricorreva abbondantemente al HARAGEI, ‘quest’arte del ventre che è presente in tutte le arti del Giappone, e la cui padronanza è una conditio sine qua non in ognuna di esse’. ” (…)

Tutti gli insegnanti del kyudo sottolineano quest’idea della centralizzazione addominale, quale requisito fondamentale per estendere il corpo in piena coordinazione tra intenzione ed azione, tra volontà e respirazione, e tra questi ed ogni movimento, dal tendere l’arco e dal lancio della freccia alla proiezione mentale, che deve accompagnare la freccia stessa al bersaglio. Così la coordinazione fisica e mentale dell’arte dell’arco, oggi come ieri, ritorna al Haragei, l’arte della centralizzazione addominale, senza la quale, in Giappone, la coordinazione è considerata inconcepibile ed irraggiungibile in pratica. “

( fonte: ‘ I segreti del samurai’, di O.Ratti e A.Westbrook, ed. Mediterranee, traduzione de ‘ The Secrets of The Samurai’, 1973. Pagg. 411-412

Share This:

LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
https://personaltrainer-fitness.blogspot.it

LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

Per acquisire le dieci Virtù è indispensabile unirsi al “cuore dei fiori” hana no kokoro e al “cuore del tutto”.
E’ dunque comprensibile che nel corso del lavoro siano vietate ogni conversazione e ogni attività rumorosa, che turberebbero la quete dell’ambiente.Ma non si tratta solo di evitare tutto ciò che può disturbare lo spirito e impedisce la concentrazione. in questo modo si vuole ricordare il significato originario della composizione dei fiori, che era prima di tutto una cerimonia religiosa.
Da ciò deriva anche la rigorosa osservanza della pulizia e dell’ordine. In origine, il locale riservato alle conposizioni era sacro.(…)
Lo zen e l’arte di disporre i fiori
Gusty Herrigel
Ed. SE
Titolo originale
Zen in der Kunst der Blumenzeremonie

Share This:

Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia

E’ possibile migliorare il proprio stato d’animo anche tirando una freccia

Sei regole importanti per uno spirito forte.

Durante mio allenamento quotidiano dedicato al Kyudo, in particolare quando eseguo il tiro delle 50 frecce, quest’ultimo è condizionato dal mio stato d’animo, e da fattori che portano il mio spirito ad essere, oppure non essere, in equilibrio.

Se il mio spirito é debole il mio tiro é debole, se il mio spirito é forte la mia freccia é forte.

 

Cosa significa “spirito debole” e “spirito forte”?

Si sente sempre parlare di quanto si diventa bravi se si dedica molto tempo alla pratica: lo condivido sicuramente, ma ritengo che questo non sia sufficiente. Aggiungerei che il lavoro più profondo lo si debba fare in profondità, con una ricerca che coinvolga tutti i nostri sentimenti, le nostre emozioni.

Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia -Duecieli2

I punti importanti da seguire per migliorare le proprie prestazioni nel kyudo sono sei:

1) Prepararsi in modo positivo al sonno che vi aspetta: una buona notte migliorerà il vostro tiro.
2) Svegliarsi con pensieri positivi e sereni, predisporrà la vostra mente per un buon Kyudo.
3) Una buona colazione è importante, leggera e nutriente.
4) Il piacere che avrete nell’incontrare i vostri compagni di allenamento favorirà una buona predisposizione al tiro.
5) L’atmosfera che regna nel vostro dojo vi aiuterà a mantenere questi buoni propositi.
6) Prima di iniziare, dedicate qualche minuto alla meditazione: “Koshin”, calmare la mente e il cuore.

Seguendo questi sei punti, si costruisce poco per volta uno spirito forte, simile all’impatto imponente di una montagna. Il modo di agire diventa quindi FORTE, sia nel kyudo, sia nella vita.

Tutto quello che capita nelle ore e nei giorni precedenti condiziona il tiro.

Quando costruisco un arco, cerco sempre di farlo in un giorno in cui mi sento bene, in pace con me stesso. Se seguo le sei regole, l’arco nasce con un’anima piena di vitalità.

E se quello che ho elencato nei sei punti precedenti non avviene?

Niente paura, il Kyudo saprà guidarvi nella vostra ricerca della serenità ed equilibrio. Lasciate che l’arte vi guidi, troverete che vi sarà di aiuto; se all’inizio della lezione non siete in una forma smagliante, non preoccupatevi: sarete comunque più sereni alla fine.

Ora siete pronti per un sano e piacevole divertimento.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it
www.kyudoiaidoqigong.it

Articoli che ti possono interessare:

https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-mano-destra-e-la-mano-sinistra/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/una-vita-che-cambia/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/aspettare-il-risultato-o-costruire/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/kyudo-il-mio-percorso/

Share This:

SETSU-BUN settimo mese

SETSU-BUN settimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

www.duecieli.it

Quando l’inverno si trasforma in primavera

Luglio
In Giappone la stella Vega è conosciuta con il nome di “Tessitrice“(Shokujo), e il 7 di luglio si festeggia Tanabata matsuri, la festa del Tessitore e del Mandriano, poichè con questo secondo nome indicano una stella della costellazione dell’Aquila, chiamata in giapponese Kengyu.

Questa festa veniva rigorosamente osservata perfino a palazzo, prima dell’introduzione del nuovo calendario, ed è ora celebrata in una misura minore a Tokyo e in altre grandi città. In parecchie zone è molto popolare e studenti e studentesse preparano dei fusti di bambù con molti rami, ai quali vengono attaccate striscie di carta con versi che parlano di quelle stelle a cui sono dedicate, e capi di abbigliamento ritagliati nella carta.

Ragazzi e ragazze credono che questo li porterà ad una grande abilità nelle rispettive arti dello scrivere e del cucire. Ai giovani è offerto un ricevimento nella loro scuola, e la gente mangia della pasta tipica di semola di riso, simile agli spaghetti, che viene bollita e poi gettata in acqua fredda. Si racconta che l’usanza della celebrazione di questa festa abbia avuto inizio più di mille anni fa.

Dal 13 al 15 Luglio si celebra una ricorrenza dedicata ai defunti, chiamata Shoro matzuri o Urabon. Nelle case si appronta uno scaffale provvisorio per sostenere tavolette di legno, sulle quali sono registrati il nome postumo e la data di morte degli antenati e dei parenti della famiglia. A essi si fanno offerte di frutti, di dango (dolce di riso) e fiori, e si pagano monaci buddhisti perchè recitino preghiere tratte dai loro libri. La sera del 13 si accende un fuoco di steli di canapa, chiamati ogara, fuori della porta di casa, come benvenuto per gli spiriti dei defunti, e si pone un barile pieno d’acqua affinché possano lavarsi i piedi.

Durante la festa, la gente si reca ai templi biddhisti dove vi sono luoghi di sepoltura , e là si prende cura delle tombe e appende lampade di forma particolare. Il 16 del mese il ripiano provvisorio viene tolto e gettato in un fiume, insieme con le offerte, e la sera si accende un fuoco davanti alla casa, per aiutare gli spiriti dei defunti a trovare la strada del ritorno. Si dice che questa pratica continui da oltre 1200 anni.

Dal 15 al 17 i servitori sia maschi che femmine hanno il permesso di far visita alle loro famiglie, chiamato yabu iri o yadori, così come vien loro accordato il 15 e il 16 di gennaio.
La festa conosciuta come Kawa biraki, o Apertura del fiume, era anticamente celebrata nella città di Tokio la sera del 28 di Maggio, ma ora si tiene in sere differenti del mese di Luglio. In questa occasione, il fiume Sumida si ricopre di barche, le case lungo le rive e il ponte Ryogoku bashi sono affollati di cittadini di Tokyo, impazienti di assistere ad un’esibizione di fuochi d’artificio dei famosi fabbricanti Tamaya e Kagiya.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

Share This:

IL QI, ENERGIA VITALE

IL QI, ENERGIA VITALE

Oggi vorrei introdurre un concetto che nella nostra mentalità occidentale spesso viene trascurato, qualche volta deriso. Quando qualcuno ti chiede: “di che cosa ti occupi?”,cerchi di spiegarlo prendendola un po’ alla larga; discipline bio-naturali, arti orientali, zen, meditazione, ecc. Hai l’impressione che vedano di fronte a sè un omino verde con le antenne; ma in realtà l’energia vitale esiste, e può essere sviluppata e potenziata da chiunque. Vediamo come.

Il QI (chi) o energia vitale, è quel potenziale che tutti noi abbiamo, ma che molti di noi non riescono a comprendere e sviluppare perfettamente.

L‘energia è studiata anche nella fisica quantistica: la teoria della relatività dimostra che la realtà non è come la vediamo o come istintivamente appare, ma è assai diversa. Attraverso i nostri cinque sensi la percepiamo come un’entità statica, ma in realtà tutto è in continuo movimento. In effetti, ogni fenomeno del reale è il frutto del dinamismo tra materia ed energia, che si trasformano continuamente l’una nell’altra; tutto questo secondo la legge della relatività di Einstein, la quale stabilisce che l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce: la famosa formula E=mc2.

Possiamo anche ribaltare il discorso iniziale. Chi si definisce uno studioso della materia, per esempio un fisico teorico, spesso ti inquadra come un visionario.
Dunque mi chiedo: dato che tutte due le fazioni ti definiscono allo stesso modo, pur parlando in modi diversi, come mai non vieni compreso (e accettato) né dall’una né dall’altra?

A mio parere il motivo è che tu non scegli uno solo tra i due concetti ma li unisci in un unico concetto: quella forza cosmica che tutte e due le teorie definiscono ENERGIA, tu la trasformi e la porti al livello del lavoro interiore e diretto, che produce un immediato beneficio sia fisico che mentale.

IL QI, ENERGIA VITALE-Duecieli1

Ma ora passiamo alla parte PRATICA: come sviluppare il tuo QI.

Nei miei laboratori di Qi Gong il lavoro primario è concentrato non solo sugli esercizi fisici ma in primis sulla respirazione: la ritengo importante a tal punto, che senza di essa non si può riuscire ad entrare in profondità nello spirito, inteso come “energia che scaturisce dalle più intime profondità del nostro essere”.

Il lavoro di respirazione è basato in particolare sulla cosiddetta respirazione diaframmatica; l’attività sul diaframma è molto profonda, sia in fase di inspirazione, che in fase di espirazione: in questa seconda fase lascio il diaframma parzialmente aperto. Questa è una tecnica che pratico personalmente con regolarità, mi permette di riuscire a rilassare il corpo e la mente, in modo da eliminare velocemente tutti i disagi mentali e fisici.

Quindi: che cosa puoi fare per raggiungere quell’equilibrio mentale e fisico che ti aiuta nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nei rapporti interpersonali, e soprattutto nel rapporto con te stesso?
Inizia a praticare regolarmente il Qi Gong, e sicuramente troverai la tua via.

Se vuoi commentare e ampliare la discussione sei il benvenuto.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

www.duecieli.it
www.maestriqigong.it

Puoi leggere anche:
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-a-tutte-le-eta/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-2/

Share This:

UNA VITA CHE CAMBIA

Un bel pensiero di vita vissuta e che si trasforma, una esperienza forte e piena di coraggio a cui vanno tutti i nostri auguri.
Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

UNA VITA CHE CAMBIA

In questi mesi nella mia vita si sono susseguiti una serie di avvenimenti che avranno delle conseguenze nella mia quotidianità, e per alcuni di essi spero possano essere per molto tempo.

Sono cambiata parecchio: le ore del kyudo con Vincenzo insieme al tempo passato con Deborah e le nostre  sedute di coaching, stanno cominciando ad avere effetto.
Sono stati mesi duri, fatti di tensioni dovute al mio lavoro ufficiale (l’informatica), che hanno anche portato tanto sentimento di rabbia e risentimento, che non fanno parte di me.

Una sera della scorsa settimana, mentre cenavo con alcuni colleghi osservavo ed ascoltavo le loro parole e ad un tratto mi son detta “Ma io non sono cosi. Io non provo quella rabbia.”.
E cosa provo io?  Io provo totale indifferenza verso una situazione lavorativa, che si è degenerata col tempo. Non me ne frega assolutamente nulla:  ho grinta (per usare parole di Vincenzo), ma non rabbia. Grinta di rimettermi in gioco, di cercare di fare altro che mi stimoli più di quanto ormai non capita più con il mio lavoro ufficiale. Non spreco energie per inseguire qualcosa che per me è ormai morto.

Il lavoro che ho svolto  per parecchi anni si è pian piano spento: vuoi per l’ambiente, vuoi per le persone, ma per me è morto. La scelta già di ridurmi le ore che dedico ad esso, per averne di più da dedicare ad altro, è stata a lungo ponderata (ho 48 anni. Età critica, lavorativamente parlando!), ma mai fu più giusta.

Il mio tempo è MIO e soltanto MIO: troppo spesso ho visto intorno a me persone che hanno a lungo dedicato il loro tempo al lavoro ed alla carriera (in testa mia madre!), spegnersi una volta che questo non c’era più. Io invece ho scelto di vivere senza tutto ciò: il mio tempo lo voglio dedicare alla mia vita, a ciò che più mi dona pace, soddisfazione e serenità! La  rabbia  ti acceca e ti annebbia tutto ciò che ti circonda. NO.. io questo non lo voglio. Sto (anzi) stiamo investendo con mio marito tempo e denaro  per crearci un altro futuro.
Voglio vivere la mia vita. Il nostro studio, il nostro kyudo, il nostro qi gong. I nostri corsi di approfondimento e tutto ciò che il destino ci vorrà dare.

Son settimane che non dormo o dormo poco,  perchè tante sono state le emozioni che ho vissuto. Ma ho preso la mia decisione e sono serena.
Agli istruttori di Due Cieli va il mio “GRAZIE” oltre ad un “proseguiamo su questa strada” !

Cristina CAMANDONA

“Colui che conosce il proprio obiettivo si sente forte; questa forza lo rende sereno; questa serenità assicura la pace interiore; solo la pace interiore consente la riflessione profonda; la riflessione profonda è il punto di partenza di ogni successo.”  (Lao Tse)

Share This:

JO HA KYU in MA

Introduzione al MA nella scuola DUECIELI e nel dojo NITEN ICHI RYUHAYATE

JO HA KYU in MA

Struttura formale

Jo: introduzione

Ha: sviluppo

Kyu: finale

L’inizio era teorizzata nella struttura di “Gagaku” la musica di corte estesa in un secondo tempo a tutte la arti giapponesi.

In ogni gesto si nasconde un’immagine, la funzione di “MA“, in questo caso è collegare queste due realtà, tra un gesto che può essere tecnico, o una canzone, un racconto, molto ben visibile nella rappresentazione di storie attraverso il teatroNO“, è il tempo che trascorre tra uno e l’altro che per noi è solo una interruzione senza significato, per la cultura giapponese è invece profondo e fondamentale, nell’arte che rappresento lo Iaijutsu e il Kyudo questo è molto evidente.

Viene in mente la tecnica di zanshin, (il continuo del gesto, oltre il gesto), in questo caso è la congiunzione tra un gesto e l’altro, in un contesto più approfondito, più filosofico e articolato, si definisce anche come vuoto che nella nostra visione si scambia per il nulla è invece pieno.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

Share This:

LA DANZA E LO IAIDO

In questo racconto di una praticante di Iaido vedo una dolcezza, una serenità e lucidità rara, un collegamento che sembra così distante, ma che Carla riesce molto bene a collegare.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

www.duecieli.it

LA DANZA E LO IAIDO

Due manifestazioni di una funzione che si esprime in modo apparentemente diverso, ma, in realtà, simile.
Venere e Marte che tuffano lo sguardo l’una nell’altro, intendendosi, nella loro complementarietà.
Entrambe le discipline basano i loro codici ed i loro canoni su di un egual strumento: il corpo umano. Leggi di natura ne definiscono le potenzialità ed i limiti.

Il lavorare per plasmare la materia affinché risponda ad esigenze di elasticità, vigorosità e resistenza richiede costanza, determinazione e presenza mentale.
La tenacia per perseguire questi obiettivi non muta le sue regole, se il risultato finale deve essere un combattimento o, un forse un più effimero, balletto.

Aldilà dello scopo ultimo, si può cogliere comunque la preziosa opportunità offerta dal lavoro di corpo, mente ed anima, che in questa sede, imparano a riconoscersi e a collaborare.
Spesso ci si può stupire di quanto il fisico possa essere insegnante di una mente troppo strutturata, troppo sazia. Placa così le voci dei pensieri che si rivelano chiassosi e dispersivi.
L’esercizio sordo ed umile del corpo fa sfiorare così un po’di quiete. Quiete capace di modulare e trasformare, con discrezione, quasi in punta di piedi, la frequenza del nostro umore, tanto da rendersene conto solo al termine della pratica, quando ci si distoglie da quella particolare condizione dell’essere assorti.

In ambedue si ricorre anche all’ausilio di mezzi esterni.
Nell’arte di Tersicore, lo specchio è l’inesorabile giudice che mette in evidenza difetti di postura, linea ed espressione.
Nello Iaido, la spada, con la propria “voce”, svolge il medesimo ruolo.
Si raffinano infatti i sensi, ed anche l’udito puo’ svelare un taglio impostato male al suo sorgere.
Ovviamente , indispensabile si rivela la figura di riferimento, il maestro, chiamato a correggere la “disarmonia” con la giusta fermezza ed il giusto incoraggiamento a proseguire nella via.
Si può anche osare, per la loro affinità e predisposizione, ricorrere all’ausilio di queste discipline per tentare di incamminarsi nella ricerca della consapevolezza, sperimentando l’eterno presente.
Il nostro passaggio su questo pianeta ci offre questa opportunità, che può rivelarsi anche un viaggio interessante, mai sganciato dalle dinamiche del quotidiano.
Antiche arti che, lavorando sull’elemento umano, insegnano lezioni sempiterne.

CAT (LACARLA)

Share This:

LA RESPIRAZIONE

Personalmente do molta importanza alla respirazione diaframmatica, sia per lo Iaido, il Kyudo e il Qi Gong che per la vita quotidiana, un lavoro della nostra scuola, Duecieli e dei dojo Niten Ichi Ryu e Hayate

LA RESPIRAZIONE

In oriente la respirazione è fondamentale, nella vita quotidiana, fin dai tempi antichi, in Giappone con l’avvento del buddhismo si è accentuata la ricerca di una respirazione ancora più sofisticata abbinandola anche alle varie arti, Shodo, Kyudo, Iaido, Qi Gong, Ikebana, Haiku, Cha no Yu, ecc.

La concentrazione della mente “Samadhi“, mette in ordine mente, corpo e respiro: “Nai San Go“.
Tutto si lega in un unico momento, questo avviene solamente conoscendo il modo di respirare corretto, il “Ki” è inteso come energia vitale dentro e fuori di noi, lo stato da raggiugere: “Sen Ki Nai Ko“; il “Ki” è l’energia che circola in noi e che riequilibra, porta ad uno stato di pace e allontana i malesseri fisici e psichici.

L’apertura del diaframma aiuta l’espansione dei polmoni, un riempimento maggiore della cassa toracica e di conseguenza maggior flusso di ossigeno nel
 sangue, che viene distribuito non solo nella parte muscolare e tendinea, ma anche al cervello, favorendo non solo una risposta più veloce nell’apprendimento ma anche serenità del pensiero, ” La mente vuota, la mente senza catene“, questo porta ad essere più protetti anche dalle problematiche fisiche.

Vincenzo CESALE

Share This:

SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

www.duecieli.it

SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

Sindrome da esposizione al pubblico: “sociofobia su base prestazionale”.

Intendiamo, con con questa definizione, il disagio da esami, prestazione orale o fisica:  è una situazione molto diffusa, che porta a non avere più il controllo sia fisico sia mentale sulla situazione in atto; tanto più è importante, tanto più il disagio aumenta,  dallo “stato di comprensione” fino ad “ansia, panico, terrore” dove il cervello non è più collegato al resto del corpo, gli arti non ricevono più nessun ordine per la loro funzione motoria, la mente è completamente inerme, si hanno forti tremori, atteggiamenti nervosi con sorrisi isterici, perdita del controllo della parola, balbuzie.

Come può avvenire il controllo di questo problema? La cura con farmaci allopatici, ha effetti collaterali anche molto invasivi, personalmente sono contrario, avendo l’alternativa di raggiungere risultati molto significativi con un lavoro mirato; posso descrivere quello che insegnavo nei corsi di difesa personale, sul controllo della mente attraverso la respirazione diaframmatica; abbassando il bacino e portandolo prepotentemente verso il pavimento con una forte dilatazione del ventre nell’inspirazione, diamo al diaframma la possibilità di espandersi e di conseguenza ai polmoni di dilatarsi il più possibile e inviare molto ossigeno al sangue , irrorando il cervello in modo  da poterlo riattivare; così facendo iniziamo a reinvertire le quattro fasi: terrore – panico – ansia – stato di comprensione.

Sviluppare l’abitudine ad affrontare i momenti che portano a questi disagi, ci può aiutare a soffrirne meno; sarebbe utile, inoltre, seguire dei corsi specifici che portino a potenziare le capacità di gestire le emozioni.

 Vincenzo CESALE

Share This:

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO …

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA.

Il post di oggi è di “nicchia”: mi rivolgo all’Operatore Olistico che si sente ancora NON-realizzato
o che spera di realizzarsi, ma non sa bene SE o QUANDO.

Sei convinto che il tuo lavoro coinvolga pochi utenti a causa della crisi? Non è così, ed ora ti spiego il motivo.

Noto spesso che molti fra quelli che si lamentano delle difficoltà (soprattutto economiche) nel far sopravvivere uno studio olistico, adottano una filosofia di vita che li pone in stato di ATTESA, nei confronti di una forza superiore addetta a risolvere i loro problemi.

Dai principi della Legge di Attrazione sappiamo che questo tipo di atteggiamento è poco produttivo, raramente produce risultati concreti. Per spiegarlo in modo pratico mi aggancio ad una disciplina orientale: il kyudo (o tiro con l’arco giapponese).

I kyudoka non si limitano a tirare una freccia: costruiscono il tiro secondo dopo secondo. La preparazione è tutto.
Il risultato da raggiungere è proiettare la freccia in un bersaglio distante 28 metri, in modo pressoché PERFETTO.

Il kyudoka pianifica il tiro dal momento in cui si sveglia la mattina. La mente è orientata verso la pratica. Si reca al dojo (luogo dedicato all’arte), dove esegue il suo rituale nell’indossare gli abiti adeguati.

Ogni minuto che passa la sua mente è più concentrata sull’obiettivo; compie ogni gesto mantenendo la massima focalizzazione sul risultato da raggiungere: il tiro perfetto.

I praticanti si preparano insieme sulla pedana: puliscono il luogo, poi eseguono i saluti rituali, dedicano qualche minuto a calmare mente e cuore (koshin), poi preparano gli archi e le frecce. Qualsiasi piccolo movimento o parola (spostarsi nel dojo, preparare l’attrezzatura, prelevarla e posarla, domandare e rispondere, ecc. ) è prestabilito, curato, studiato nei minimi particolari.

Solo allora iniziano a predisporre il tiro vero e proprio. La posizione è stabile, le gambe sono leggermente divaricate, ogni muscolo entra in sinergia con gli altri; l’intero corpo crea una linea di potenza che unisce cielo e terra, generando un campo di forza.

L’arco viene aperto lentamente, ogni passaggio ha un suo perché. La giusta apertura, la giusta posizione del busto, delle spalle e del torace, la giusta torsione … solo attraverso il perfezionamento continuo di tutti i passaggi la freccia riceve la rotazione e la potenza necessarie per raggiungere il centro del bersaglio.

Occorrono mesi di allenamento per fare il primo centro, mesi di allenamento perché ogni gesto smetta di essere meccanico e diventi OLISTICO.

Ogni bersaglio raggiunto è il frutto di una preparazione minuziosa nei dettagli.
Se un dettaglio non è perfetto, il centro viene mancato.
Se la mente non è calma o il corpo è rigido, il centro viene mancato.
Se un gesto si esegue in modo minimamente scorretto, il centro viene mancato.

Nella vita, invece, spesso i passaggi vengono presi sottogamba o dati per scontati.
Qualcuno ritiene che aver frequentato dei corsi, acquisito una formazione solida e metterci “tanto cuore”, basti a garantire il successo. L’energia Universale farà il resto, premiando la virtù spirituale ed “il dono”.

Ebbene non è così: nessuno ha un dono, nessuno è virtuoso. Praticare le discipline naturali non rende speciali, è solo una capacità; vale quanto l’abilità nel costruire ponti che non crollano al primo temporale, piuttosto che coltivare frutta e verdura, o qualsiasi altro TALENTO.

Quindi, se il tuo desiderio è quello di lavorare nel settore delle discipline naturali COME PROFESSIONISTA, rimanere in fiduciosa attesa del risultato è inutile. L’unico atteggiamento che puoi fare tuo per raggiungere degli obiettivi CONCRETI, è farti carico della loro costruzione meticolosa un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un secondo dopo l’altro: cioè FARE LE COSE GIUSTE, FARE LE SCELTE GIUSTE.

SII IL CAMBIAMENTO CHE VUOI RAGGIUNGERE. Aspettare che l’Universo ti porti i risultati che desideri, è come per un kyudoka pretendere di proiettare la freccia nel centro senza compiere i gesti corretti per scoccarla, cioè senza fare kyudo.

Se un kyudoka medita per 18 ore al giorno sperando di arrivare al dojo e trovare la sua freccia nel centro del bersaglio, resterà deluso. E’ semplicemente una cosa IMPOSSIBILE, quindi se è impossibile per un kyudoka, come può funzionare per un operatore olistico?

L’energia segue L’AZIONE, se non agisci in modo adeguato i risultati non arrivano: non possono. E l’azione SEGUE LE CONVINZIONI.

Per innescare un cambiamento devi essere disposto a “rimettere in discussione” le convinzioni che hai tenuto strette fino ad oggi. Perché solo così apri la porta a nuove azioni, nuovi pensieri, e soprattutto NUOVE OPPORTUNITA’. Se sei pronto a farlo, significa che vuoi veramente fare l’operatore con tutto te stesso, possiedi gli strumenti che servono per cambiare la realtà e sei disposto a fare tutto ciò che occorre per realizzarti completamente.

Se invece ti senti più tranquillo e protetto continuando a rimanere fermo sulla visione che hai adesso (quella che ha costruito la tua attuale situazione, un giorno dopo l’altro), eviti con certezza matematica il rischio di sbagliare o di fallire. Ma rinunci anche alle possibilità di successo, e soprattutto non puoi aspettarti risultati diversi da quelli che hai già, nemmeno fra cent’anni.
Rispondi a te stesso: dove vuoi essere fra cinque anni?

Il meglio di te è quello che puoi dare ORA.
Deborah.

‪#‎lameditazioncinagnegnènontiserve‬

Share This:

KYUDO: IL MIO PERCORSO …

KYUDO: IL MIO PERCORSO

Oggi sono lieto di presentarvi una storia reale, la testimonianza di Cristina, di come ci si può evolvere attraverso l’ arte del Kyudo nella scuola Due Cieli di Torino
Kyudo: il mio percorso di trasformazione.

E’ sabato mattina, fuori nevica tanto, ma quando la sveglia suona, i piedi si fiondano giù dal letto. Vado a fare le mie tre ore di Kyudo settimanale al dojo NITEN ICHI RYU di Collegno: non è solo praticare un’arte marziale, è qualcosa che mi sta cambiando profondamente.
In quest’ultimo anno, nella mia vita si stanno alternando momenti davvero sconvolgenti, legati principalmente al lavoro, che mi stanno portando a dei cambiamenti radicali di abitudini e non solo. Tutto questo mi ha portato a vivere (ahimè..) anche momenti di sconforto, che sono serviti per guardarmi finalmente allo specchio. Guardarmi negli occhi e comprendere che forse era ora di dare una svolta: ogni sabato, vestita con la mia hakama, stringendo lo yumi (arco giapponese) tra le mani e incoccando le mie ya (frecce) mi guardo negli occhi, cerco di entrare in contatto con il mio sé più profondo, fino a quando le lascio andare verso il makiwara. Ogni tiro, mi sento più leggera, la mente più lucida vede certe cose diversamente e il mio corpo è più stabile.

Ogni volta che stringo l’arco, non è mai uguale alla precedente. Cosi come ogni lezione. E’ un’evoluzione: non si fanno passi avanti o passi indietro, ma ci si trasforma. Ora posso confermare con certezza, che il kyudo è ciò che ci voleva per aiutarmi a “venir fuori” correttamente, senza aggressività ma con rispetto ed armonia. Non lo so quanto tempo ci metterò, ma fosse anche tutta la vita, sarà solo un guadagno e non uno spreco di tempo.

Un arciere, ha un solo bersaglio: il suo cuore.
– Adagio del Kyudo (Arco Zen Giapponese)
Cristina
Allieva del Kyudojo HAYATE

Share This:

BIKURI NEL KYUDO …

BIKURI NEL KYUDO. ll conflitto con lo YUMI

Nella nostra scuola Due cieli, tutti i nostri allievi, oltre imparare l’arte del kyudo, vengono preparati per affrontare al meglio quelle che vengono chiamate le “tre malattie“. Tengo a precisare che non sono malattie reali (come siamo bituati a pensare) ma sono semplicemente degli adattamenti del nostra mente e nostro corpo alla praticha del kyudo durante gli anni di pratica; vengono chiamate “bikuri, hayake, yurumi“. Oggi vi racconto nel dettaglio BIKURI.

Bikuri: essere sorpresi.

Bikuri fa parte di una delle tre “malattie” del Kyudo, che talvolta, si manifestano attorno ai sette anni di pratica.

Come appare? Durante la fase di Kai, l’ultima apertura dell’arco (Yumi), si innesca un meccanismo che impedisce ai muscoli di continuare l’apertura e renderla completa.

L’arciere cerca di aprire l’arco ma invece avviene l’esatto contrario, tende a chiuderlo; si innesca un movimento conflittuale di apertura (volontaria) e chiusura (involontaria), impedendo di continuare l’estensione orizzontale e verticale con il massimo incremento di potenza, NOBIAI: si spinge e si torce l’arco e in contemporanea si torce con la mano e l’avambraccio destri.

Questo problema avviene per la tipologia del lavoro che si fa nell’arte del tiro con l’arco giapponese; per i principianti i vari passaggi risultano costrittivi, vanno contro ogni abitudine che hanno conosciuto fino ad allora.
Quindi il loro cervello, non essendo a conoscenza di tali informazioni, non dà più gli ordini al corpo e ai muscoli. La mente rimane confusa ed inizia a sgretolarsi, avviandosi alla seconda fase, di queste tre: ansia, panico, terrore.

Tutto sparisce all’improvviso quando il praticante entra nell’arte e usa la tecnica della non mente (Mushin), che impedisce di costringere lo spirito e gli permette di liberare tutto il proprio essere, comprendendo che le costrizioni che lo fermavano in precedenza non hanno più nessun valore.

Vincenzo CESALE

kyudojo HAYATE

Share This:

LA RABBIA

LA RABBIA E IL RIFLESSO DI AMMICCAMENTO

Nella vita ci sono aspetti che non andrebbero mai sottovalutati e sono quelli dello stupore, della meraviglia, e soprattutto lo scambio di idee, opinioni, curiosità e domande, che ci permettono di imparare ogni volta qualcosa di nuovo, e di fornire noi stessi delle risposte persino diverse alle comune aspettative. Tutto ciò solletica la nostra intelligenza e la sprona ad evolversi insieme alla nostra stessa concezione di anima, corpo e spirito, e sarò ancora più esaustivo riportando una domanda di un allievo di Kyudo che centra uno degli obiettivi fondamentali del mio discorso.

In una cena dopo un seminario, David mi chiese come mai nello sgancio di una freccia non chiudevo gli occhi.
Questa è certamente un’interessante osservazione, molto scrupolosa, di chi ha oltretutto un notevole intuito. Di fatto però il mio problema era proprio quello di riuscire a dare una spiegazione a David, dal momento che è Olandese. La lingua è davvero un ostacolo? Non esiste forse un “linguaggio universale?”. Me la cavai dicendogli scherzosamente che non sentendomi all’altezza, senza tenere gli occhi aperti, sarebbe stato impossibile.

Provo a esprimere il concetto nella mia lingua madre con un’eventuale traduzione
per David. Il fatto di chiudere gli occhi si chiama “Riflesso di ammiccamento”: quando eseguire un gesto o un’azione diventa per alcuni sinonimo di insicurezza, paura e stress. Ciò accade perlopiù nei praticanti a cui manca esperienza nella disciplina, ovvero, quando il nostro ego prende il sopravvento e non ci lascia crescere. Sono infatti le “cose” che non si conoscono a creare disagio, e spesso ciò si trasforma in paura o rabbia. www.kyudoiaidoqigong.it/rislesso-di-ammiccamento/

Prendendo ad esempio il riflesso di ammiccamento che abbiamo analizzato scientificamente in tutte le sue parti in precedenza; ora vorrei vederlo da un’altra ottica, con più precisione, in un campo che interessa la maggior parte di noi:la rabbia. In questo caso la consegna è: “trasforma la rabbia in grinta”, www.soloattrazionenienteillusione.it/essere-grinta .

Tutto ciò mi ha portato ad un ragionamento: anche il riflesso di ammiccamento, in parte è deciso dalla rabbia, che non riusciamo a gestire.

Il lavoro che ci si appresta a seguire comprende tre aspetti:

1) il respiro;
2) la voce;
3) il movimento (postura e conquista dello spazio).

Il processo è molto efficace già in se con poche sedute, ma il lavoro duraturo, quello che permette di ottenere i massimi risultati, va programmato con discipline in grado di mantenere più a lungo i risultati ottenuti attraverso le sedute personali.

Il Kyudo o lo Iaido sono molto adatti a questa trasformazione, anche per quanto riguarda il mantenimento e aiutano a concentrarsi mantenendo la trasformazione della rabbia, lavorando proprio sulle tre fasi che abbiamo visto in precedenza “respiro, voce, movimento”.

Queste due discipline non lavorano solo in profondità sul nostro corpo, ma anchenel nostro spirito, dentro di noi, donandoci un equilibrio psicofisico molto forte, trasformando la nostra eventuale rabbia in grinta. Un lavoro approfondito e condiviso con altri compagni di viaggio, che con la loro presenza ci accompagnano nella nostra crescita personale.

Vincenzo CESALE

Usa la Rabbia. Diventa “Grinta”.

 

Share This:

IL DOJO

IL DOJO
IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento.
Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA
Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito.

Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.

Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:

TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
e
HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente.
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
www.duecieli.it

Share This:

LA FRECCIA PERFETTA

LA FRECCIA PERFETTA

Un giorno uno studente del Kyudojo HAYATE mi domandò cosa provavo quando rilasciavo la “freccia perfetta”; la freccia perfetta? 
Non penso di aver mai rilasciato una freccia perfetta, ma una buona freccia certamente. La sensazione è molto difficile descriverla (si potrebbe essere fraintesi), comunque non si può esimersi, perciò ci provo.

f7293-05072014101

La sensazione è che qualcosa di te vada via con lo sgancio: qualcosa di carnale, pezzi del tuo corpo che si lacerano e se ne vanno con il dardo; ma anche del tuo spirito, di quello che tu sei, delle tue paure ed insicurezze, dei tuoi sentimenti, qualcosa che ti lacera da dentro; subito dopo il tuo ego prende il sopravvento: in quel momento sei fragile, se non lo tieni a bada ti brucerà tutto il lavoro di una vita.

Il motivo per cui molti praticanti dopo un certo periodo lasciano la pratica, è che trovano difficoltà non solo nell’imparare la tecnica, ma nell’accettare che siamo fallibili, e non tutto quello che desideriamo si può avverare.
Allora cosa facciamo, non la cerchiamo la freccia perfetta? La cerchiamo, con tutto il dispiacere di sapere che questo accadrà raramente.

Vincenzo CESALE

Share This:

UN PENSIERO DI UNA PRATICANTE DI KYUDO

Oggi sono lieto di presentarvi una storia reale, la testimonianza di Cristina, di come ci si può evolvere attraverso l’ arte del Kyudo nella scuola Due Cieli di Torino

Ciao Vincenzo,
come promesso, eccomi qui a raccontarti i miei primi 6 mesi col kyudo.
Quando ci avevi proposto di venire a provare a fare kyudo al dojo di Valdellatorre, devo dirti con estrema sincerità che avevo pensato “Ma è impazzito? Figurati se io riesco a tenere in mano un arco cosi grande…e poi con la forza che mi ritrovo io nelle mani…”

Poi (giusto per crearmi ancora più blocchi mentali) “Il sabato mattina..3 ore … con tutto quello che ho da fare…I turni al lavoro. Vedrai che Vincenzo mi caccerà prima della fine dell’estate”

Ed invece NO.

Dai tiri con la fionda (che utilizzo sempre come allenamento) sono passati più di 6 mesi, e lo scorso sabato ho iniziato a lavorare con le due frecce, indosso gi, hakama (solo il kyudo poteva farmi indossare una gonna!!) e muneate.
Settimana dopo settimana cresceva qualcosa in me, una sensazione che durava da un sabato all’altro.

Ed ogni volta era (anzi) è diverso: mi sento modificare, fisicamente e caratterialmente. Più ferma, più riflessiva, soprattutto prima di parlare.

Il kyudo rappresenta sempre come mi sento: dalla prima freccia lasciata andare, all’ultima è un momento che libera letteralmente la mia testa e la mia hara. Infatti alla fine della lezione io mi sento sempre molto rilassata ed anche un po’ rigenerata, la mente è più lucida. E ritorno a casa con due appunti in più sul mio quaderno e dentro me.
Non so quanto tempo andrò avanti, forse per sempre..non lo so. Ma di certo ora una domanda me la pongo: ma perchè non ho iniziato molto prima?

Ringraziandoti, Maestro, per il tempo e la pazienza, ti auguro una serena serata.

Cristina

Allieva del Kyudojo HAYATE

Share This:

YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

Nella nostra scuola DUECIELI, e nel kyudojo HAYATE, tutti i nostri allievi, oltre ad imparare l’arte del kyudo, vengono preparati anche nella conoscenza e nella costruzione dell’attrezzatura, arco, frecce, corde e del suo mantenimento; ritengo che tale conoscenza sia indispensabile per affrontare un percorso formativo e caratteriale indispensabile per la maggior efficienza di pratica, ed è per questo che la via percorsa nel nostro dojo esclude la pratica di tale arte all’agonismo.

 L’ombra del bambù spazza gli scalini di pietra

Ma la polvere resta.
La luna si riflette sul fondo dello stagno
Ma non tocca l’acqua.

Matsuo Basho

Share This:

KYUDO INDOOR

KYUDO INDOOR dojo HAYATE

KYUDO INDOOR dojo HAYATE

Share This:

SEMINARIO di KYUDO

SEMINARIO di KYUDO Duecieli

Seminario di Kyudo 2014 al Kyudojo Hayate

Share This:

UN CONCETTO NUOVO NEL KYUDOJO HAYATE

Kyudo Duecieli

UN CONCETTO NUOVO NEL KYUDOJO HAYATE

..Era una bella mattina di luglio, serena, limpida, calda e profumata, l’erba era di un verde così brillante da accecare lo sguardo, i fiori del dojo erano un’esplosione di colori, le rose emanavano un profumo così intenso da far girare la testa, le belle di giorno erano aperte con i loro bellissimi colori al sole.

Gli allievi/e di Kyudo erano intenti nel loro lavoro, attenti a tutti i passaggi che la pratica richiede e nel godere il piacere che dà quest’arte, l’insegnante vagava tra di loro dando consigli, attento che tutto fosse sereno e regolare, quando all’improvviso si sentì un’esclamazione: oggi ho le “frecce che svengono”, tutti interruppero la pratica voltandosi verso l’allieva che aveva pronunciato questa frase, chiedendosi che cosa volesse dire; la spiegazione che dette C.C. fu: le mie frecce oggi cadono prima di arrivare al bersaglio, e allora svengono; l’ilarità fu generale, così C.C. scrisse un’altra pagina di storia del Kyudojo HAYATE, aggiungendo un concetto nuovo nelle filosofia del Kyudo.

Vincenzo CESALE

Share This:

SEMINARIO DI KYUDO

Kyudo Duecieli Collegno

Date orari e luogo dell’evento:
Kyudojo Hayate (Val Della Torre località Brione (TO) vedi pag. contatti
28 giugno 2015
Mattino dalle ore 9’30-12’00 (pranzo al sacco) pomeriggio 14’30-17’00

Conduce l’insegnante Vincenzo CESALE

Per partecipare info:

vincenzo.cesale@gmail.com

info@duecieli.it

Tel. 011 4034056

Share This:

PRIMAVERA AL KYUDOJO HAYATE

BELLE DI GIORNO2

BELLE DI GIORNO1ROSE ROSSE3

ROSE ROSSE1ROSE GIALLE1

Questa mattina grande sudata per il taglio erba al Kyudojo Hayate, che pacchia per l’olfatto, la vista e lo spirito.

Share This:

ATTIVITA’ & PASSIVITA’

ATTIVITA' & PASSIVITA' Duecieli

La pratica seria ed approfondita di una disciplina personale (che sia energetica, arte marziale o qualsiasi altro percorso) porta ad acquisire la consapevolezza fondamentale che ogni gesto può e (soprattutto) deve essere compiuto in modo attivo.

Qualsiasi azione, che sia il gesto di camminare, quello di sedersi, quello di ascoltare od eseguire una tecnica molto complessa richiede la nostra più completa attenzione. Nulla è passivo. MAI. Se ci ritroviamo in questa condizione significa che, nella migliore delle ipotesi, stiamo eseguendo un gesto vuoto e senza contenuto. Nel caso peggiore stiamo subendo ciò che stiamo vivendo in quel momento.

Questo atteggiamento di partecipazione attiva può (e deve) entrare nella nostra vita quotidiana. Perché’ solo in questo modo prendiamo in mano il motore che permette di far proseguire la nostra vita. E se ne siamo noi i conducenti possiamo indirizzarla sulla via che desideriamo (e che ci rende felici).

Questa consapevolezza richiede una sorta di risveglio dal torpore quotidiano. Siamo abituati a muoverci in modo automatico e siamo circondati da questo stile di vita. Questo approccio attivista porta anche a chiederci quali siano le scelte e le decisioni giuste per la nostra vita. Ma questo è un altro post.

Domo arigatogozaimasu,
Claudio

www.duecieli.it

Share This:

LE FASI DELL’APPRENDIMENTO

LE FASI DELL’APPRENDIMENTO

Affinché sia efficace, l’apprendimento richiede di acquisire in se’ alcuni gesti tecnici che sono alla base di insegnamenti più profondi. Le arti koryu hanno identificato e nominato le tre metodiche di apprendimento nelle quali si possono raggruppare gli approcci per riuscire ad interiorizzare tali tecniche. Si note come queste nozioni sono applicabili a qualsiasi situazione e condizione di insegnamento (dal lato del maestro) e di studio (dal lato dell’allievo), e non solo nella pratica delle arti marziali.

Kazu keiko
La ripetizione assidua di un movimento
Noi compiamo nella nostra giornata una serie sterminata di gesti che ci sono naturali perché li compiamo quotidianamente da quando siamo nati (o comunque eravamo piccoli). Se si desidera rendere naturale un gesto, e’ necessario ripeterlo costantemente ed assiduamente. Solo in questo modo il nostro corpo ed il nostro cervello lo possono riconoscere come un’azione naturale. Come tale non sara’ più necessario instaurare alcun genere di processo razionale (ovvero proveniente dalla corteccia celebrale), ma sara’ coinvolta solo la nostra parte intuitiva.

Mitori keiko
L’osservazione di un maestro che compie il gesto
Anche se noi non ce ne accorgiamo, i gesti che compiamo li abbiamo copiati quasi tutti da qualcuno (genitore, educatore, contante famoso,…). Questo perché l’imitazione é una delle fonti principale dell’apprendimento umano. Quindi osservare un maestro che ci mostra come compiere il gesto ci può essere per noi una vera e propria miniera di informazioni… soprattutto se siamo in grado di percepire e comprendere lo stato d’animo e le sfumature emozionali vissute e trasmesse dal maestro nell’esecuzione della tecnica.

Kufu keiko
L’unione di waza differenti
Tutti i gesti che per noi sono naturali e non richiedono alcun intervento della nostra parte razionale vengono legati l’un l’altro. La semplice ripetizione non e’ sufficiente, perché si viene ad instaurare una risposta automatica del nostro cervello e del nostro corpo che lo svuota dal suo significato. Ma unendo il gesto e la tecnica in modo fluido ed armonioso con altri gesti ed altre tecniche a noi noti, allora anche il nuovo gesto diverrà naturale.
A volte non e’ semplice comprendere quando applicare una tecnica e quando prediligere un’altra (sopratutto nel caso di Kazu keiko e Kufu keiko). Come ogni cammino di crescita ci vuole dimestichezza con le proprie emozioni e consapevolezza dei propri progressi. Solo l’esperienza e la pratica costante e determinata possono aiutare a crescere. Perché anche il gesto di imparare e’ un’arte, e come tale va coltivata.

Domo arigatogozaimasu,
Claudio C.

www.duecieli.it

Share This:

IAIDO

IAIDO Duecieli

GRUPPO IAIDO 2015

Share This:

YUDAOSHI

YUDAOSHI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Abbassare l’arco

L’arco si abbassa e si posiziona di fronte all’arciere a qualche centimetro dal pavimento, la punta a metà della nostra figura, le mani sono posizionate sulle creste illiache, Zanshin continua con lo sguardo rivolto al bersaglio per qualche secondo, finito il contatto visivo la testa ruota verso destra di quarantacinque gradi.

Siamo arrivati alla fine delle otto posizioni principali, ricordo che questo piccolo scritto non può sostituire l’insegnamento diretto di un insegnante e tanto meno nella pratica attiva nel Kyudo.

Vincenzo CESALE

 www.dueicieli.it

Share This:

HANARE-ZANSHIN

HANARE-ZANSHIN

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Hanare (liberare la freccia)

Dopo Kai, che è, avere ragione dell’arco, Hanare è il rinascio della freccia, “il mistero”, è la massima espressione fisica e spirituale del lavoro precedente, lasciare libera la freccia di esprimere tutto quello che è più intimo, qualcosa che ci lacera anche fisicamente, il nostro spirito che vola con la freccia verso il bersaglio.

Zanshin (la continuazione)
La prosecuzione di tutto il lavoro svolto fino ad ora, la magia che non si interrompe con il rilascio, ma continua per quanche secondo, la nostra forza interiore che guida la nostra freccia; il nostro corpo e il nostro spirito sembrano immobili ma continuano a lavorare.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it

Share This:

KAI

KAI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

 Incontro tra l’arciere e l’arco

E’ il risultato di tutte le precedenti tecniche, il raggiungimento della massima apertura dell’arco, il lavoro della corda e della freccia, l’equilibrio fra l’arciere, l’arco e il bersaglio; la tecnica che si fonde con lo spirito, dove non esiste più l’uno o l’altro, ma un’unica forza in una pace assoluta.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it

Share This:

HIKIWAKE

HIKIWAKE

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Preparare l’arco all’apertura finale

E’ la prima apertura dell’arco, da Uchiokoshi la mano sinistra apre l’arco; la mano destra si posiziona sulla testa dell’arciere a circa dieci centimetri dalla fronte in direzione dell’orecchio sinistro, cedendo un pò di tensione alla mano sinistra; in questo momento l’attenzione del tiratore è rivolta esclusivamente al bersaglio.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it

Share This:

UCHIOKOSHI

UCHIOKOSHI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Sollevare l’arco verso il cielo

Shomen: è il gesto di sollevare l’arco di fronte al nostro viso, al di sopra della testa; le braccia sono distese con i gomiti leggermente flessi, le mani sono alla stessa altezza, la freccia è parallela al terreno; il corpo è rilassato ma con attenzione, la respirazione diventa sempre di più diaframmatica e ventrale, le spalle seguono il percorso contrario delle braccia: più le braccia si sollevano, più le spalle cadono verso il terreno, mentre la mente continua a rilassarsi.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it

 

 

Share This:

YUGAMAE

YUGAMAE

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Reggere l’arco

In questa fase si inseriscono tre tecniche principali:

Torikake: sistemare la mano; implica il lavoro con la mano destra che indossa il guanto (yugake), sulla corda (tsuru) e sulla freccia (ya).

Il guanto può essere diverso tra le varie scuole: la differenza più evidente è il numero delle dita, da tre quattro o cinque. Qualcosa di più nascosto, ma molto importante, sono l’inclinazione della fossetta che aggancia la corda e l’inclinazione del pollice, a seconda delle varie scuole.

Tenouchi: impugnare l’arco; indica il lavoro della mano sinistra, anche in questo caso le differenze nell’eseguire la tecnica sono diverse fra le scuole, è comunque in gesto importante che va eseguito con molta attenzione.

Monomi: guardare il bersaglio; in un concetto occidentale si può spiegare con “prendere la mira”, ma nel Kyudo è molto più profondo, subentrano vari fattori che passano dalla storia e dalla filosofia giapponese, dal nostro spirito, dall’interagire con il nostro arco attraverso il corpo fisico, la mente, il bersaglio.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it

www.duecieli.it


Share This:

DOZUKURI

DOZUKURI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

Il raggiungimento della corretta posizione

Dopo un corretto “ashibumi“, la posizione del corpo deve essere allineata, si dice che il corpo deve mantenere “le tre croci“: le spalle, le anche (creste illiache) e i piedi; questi devono essere paralleli al pavimento, con una linea perpendicolare che attraversa partendo dalla testa e arriva fino al pavimento, esattamente al centro dei due piedi.

La testa è estesa verso il cielo, le spalle e le anche sono rilassate e rivolte verso il bersaglio, si inizia ad eseguire una leggera rotazione dell’anca verso il basso, chiamata “hakama goshi no kane“; l’ombelico va verso il pavimento, l’ano verso il cielo; questa posizione, che con la prosecuzione del tiro si accentua,  permette di radicarsi sul pavimento, aiuta il diaframma ad aprirsi, ed entrare più correttamente nell’arco.

L’arco “yumi” è appoggiato con la parte inferiore sul ginoccho sinistro, la corda “tsuru” è all’altezza dell’incocco, al centro del corpo ed allineata con la bocca dello stomaco.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
personaltrainer-fitness.blogspot.it
www.duecieli.it


Share This:

UNA SUOCERA ABUSIVA

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

UNA SUOCERA ABUSIVA

Tra i drammi domestici, o <<sewamono>>, che Chikamatsu, nei due primi decenni del secolo XVIII scrisse per il teatro delle marionette, la maggior parte (una quindicina su ventiquattro), si concluse con un duplice suicidio amoroso, detto <<shinju>>. L’ultimo di questa serie, <<Shinju Toigoshin>>, rappresentato nel 1722, quando l’autore aveva settant’anni, descrive un conflitto familiare che si concluderà con la morte volontaria delle due giovani vittime.

L’intreccio è semplicissimo: Hanbei, figlio di un samurai caduto in miseria, è stato tardivamente adottato da una coppia di commercianti di Osaka senza figli. Alcuni anni più tardi i genitori adottivi gli dettero per moglie una ragazza giovanissima, Ochiyo. I giovani si amavano e aspettavano un bambino. E’ a questo punto che la madre provoca il dramma: approfittando di un’assenza di Hambei caccia di casa la nuora, incinta di quattro mesi. Ochiyo, rifugiatasi dal padre , ha inizialente timore che Hambei sia stato complice di questo colpo di forza; ma non è così, ancune risposte sono sufficienti a dissipare il malinteso, suo marito mantiene per lei un amore immutabile. Ma ahimè!, egli è strettamente legato dal debito di riconoscenza <<giri>> che lo sottopone senza riserva all’autorità dei genitori adottivi. Quando comprende che la decisione della madre è irrevocabile, propone alla giovane sposa un duplice suicidio, amaramente accettato. Nell’ultimo atto, sostenendosi l’un l’altro, Hanbei e Oshiyo si trascinano nella notte sino ad un vicino tempio per offrire alla compasione di Buddha la loro disperazione e le loro lacrime; e li davanti ai grandi tetti inclinati nell’ombra, egli si pugnaladopo aver sgozzato la moglie.

Chikamatsu cerca il patetico, sa che il proprio pubblico vuole inebriarsi dello strno piacere di piangere. Ma il nostro senso della verisimiglianza può rifiutarsi di ratificare la motivazioni di questo doppio suicidio: la rassegnazione dei giovani sposi sembra troppo pronta, e l’ostinazione della suocera troppo arbitraria per essere credibile. E tuttavia, ciò che non è detto non è possibile indovinarlo? La letteratura giapponese si è dimostrata sempre capace di eccellere in questi effetti di suggestione.[…]

La morte volontaria in Giappone

Pinguet Maurice

Luni editrice

Share This:

YAGORO

YAGORO

Stato d’animo che si manifesta con la pratica del Kyudo nel dojo HAYATE, lavoro profondo che fa parte del complesso viaggio della disciplina, che si lega molto alla vita. Personalmente sono stati d’animo che non vorrei mai lasciare ma che purtroppo non si riescono sempre a replicare, un viaggio nella disciplina che ci permette, di evolverci.

Vincenzo CESALE

Lo stato della mente

Vuoto mentale, assenza di intenzioni.
Abbandono della mente e delle ansie, lasciare inerte il corpo, cancellare i sensi, predisporsi alla calma.
Non guardare con gli occhi ma con il tuo spirito, non ascoltare con il tuo spirito ma con il tuo soffio (respiro).
Tutto questo è il vuoto Yagoro, prima dello sgancio Hanare, l’attimo perfetto.

Share This:

LO ZEN E LO YUMI

LO ZEN E LO YUMI

Un iteressante scritto che descrive quanto è lontana da noi questo tipo di cultura, viene molte volte non compresa e distorta dall’insegnamento del maestro, purtroppo l’erroe che si commette viene trasmesso ai propri allievi e così una bugia diventa realtà, per esperienza personale questo avviene anche in altre discipline.

The Myth of Zen in the Art of Archery
Yamada Shoji

Eugen Herrigel’s “Zen in the Art of Archery” has been widelt read as a study of japaneseculture. By reconsidering and reorganizing Herrigel’s text and related meterals, however, this paper clarifies the mythical nature of “Zen in the Art of Arcery” and the process by which myth has been geheradet.
This paper first gives a brief histiry of japanese archery and pleces the period at which Herrigel studied japanese archery within- that time frame. Next, it summarizes the life of Herrigel’s teacher, Awa Kenzo. At the time Herrigel began learning the skill, Awa was just beginning to formulate his own unique ideas based on personal spiritual experiences. Awa himself had no experience in Zen nor did he unconditionally approve of Zen. By contrast, herrigel came to japan in search of Zen and chose japanese archery as a method through which to approach it. The paper goes on to critically analyze two important spiritual episodes in “Zen and the Art of Archery” Waht becomes clear through this analysis is the serious language barrier existihg between Awa and Herrigel. The testimony of the interpreter, as well as other evidence, supports the fact that the complex spiritual episodes related in the book occurred either when there was no interpreted present, or were misinterpreted by Herrigel via the interpreter’s intentionally liberal translations. Addet to this phenomenon of misunderstanding, whether only coincidental or born out of mistaken interpretation, was the personal desire of Erringel to pursue things Zen. Out of the above circumstances was born the myth of ” Zen in the Art of Archery.”(…)

Il mito dello Zen nell’arte del tiro con l’arco
Yamada Shoji

Eugen Herrigel di “Zen nell’arte del tiro con l’arco” è stata letta come uno studio di cultura japponese. Mediante il riesame e la riorganizzazione del testo Herrigel e materiale correlati, comunque, questo articolo chiarisce la natura mitica di “Zen nell’arte del tiro con l’arco” e il processo attraverso cui mito è stato ridotto. Questo fenomeno di incomprensione, sia solo una coincidenza o nati fuori da una erronea interpretazione, era il desiderio personale di Erringel per perseguire le cose Zen. Fuori delle circostanze di cui sopra nasce il mito di “Zen nell’Arte del Tiro con l’arco”. Questo scritto da prima una storia breve del tiro con l’arco giapponese nel periodo in cui pur breve ha studiato Herrigel. Quindi, riassume la vita del maestro di Herrigel, Awa Kenzo. Al momento Herrigel cominciato ad imparare la tecnica, Awa stava appena formulando le proprie idee uniche basate sulle personali esperienze spirituali. Awa stesso non aveva alcuna esperienza nello Zen né approvava incondizionatamente lo Zen. Al contrario, Herrigel venuto in Giappone in cerca di Zen ha scelto come metodo l’arco japponese attraverso il quale affrontarla. Lo scritto continua ad analizzare criticamente due episodi importanti spirituali “Lo Zen e l’arte del tiro con l’arco” diventa chiaro attraverso questa analisi e la barriera linguistica tra Herrigel e Awa. La testimonianza dell’interprete, così come altri elementi di prova, sostiene il fatto che gli episodi complessi spirituali e narrati nel libro sono stati male interpretati da Herrigel. A questo fenomeno di incomprensione, sia solo una coincidenza o una erronea interpretazione, era il desiderio personale di Erringel per perseguire le cose Zen. Fuori delle circostanze di cui sopra nasce il mito di “Zen nell’Arte del Tiro con l’arco”.(…)

 Traduzione

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

Share This:

GRUPPO DI KYUDO

Gruppo di Kyudo

Ho rimpianto
con gli amici di Omi
la fugace primavera
Matsuo Basho (1644-1694)

 Un bel gruppo di Kyudo

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

Share This:

Yabusame tiro con l’arco a cavallo

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

Yabusame tiro con l’arco a cavallo

Questi ultimi avevano radunato le loro bande di guerrieri in un luogo convenuto al fine di organizzare una prova di abilità. Da entrambi i lati, la schermaglia ebbe inizio con l’invio di una scarica di frecce, e ogni campo beneficiava della protezione di scudi di legno dietro ai quali i giostranti avanzavano a poco a poco.

Nel momento in qui si apprestavano a tirare a bruciapelo, uno dei capi samurai suggerì che era preferibile far disputare quella prova di abilità soltanto da due capitani. Avendo portato a una certa distanza i cavalli, fin dall’inizio della carica i capi samurai scoccavano le prime freccie. Il secondo turno venne effettuato nel più puro stile yabumase, nel momento in cui si scontravano a pieno galoppo, ma i duellanti riportarono solo ferite leggere. Dopo essersi di nuovo allontanati, tornarono alla carica e ciascuno dei due scocco la sua freccia nell’ultimo istante. Subito dopo, i due capi samurai stimarono che l’onore fosse più che salvo.

Konjaku Monogatari
aneddoti dell’epoca Heian 794-1185

Share This:

KOBAYASHI ISSA

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

KOBAYASHI ISSA

世の中は
地獄の上の
花見かな

Yo no naka wa
Jigoku no ue no
Hanami kana

  “Nel nostro mondo, camminiamo sopra l’inferno guardando i fiori”

Kobayashi Issa

Share This:

IL MAESTRO DISSE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

IL MAESTRO DISSE

Una volta un arciere inesperto
si pose di fronte al bersaglio con due frecce nella mano.
Il maestro disse:

I principianti non dovrebbero portare con sé due frecce,
perché facendo conto sulla seconda trascurano la prima.
Ogni volta convinciti che raggiungerai lo scopo con una sola freccia,
senza preoccuparti del successo o del fallimento.

Share This:

KANJURO SHIBATA SENSEI

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

KANJURO SHIBATA SENSEI

Shibata Kanjuro nato 1921 a Kyoto, Giappone, è morto il 21 ottobre 2013 a Boulder, Stati Uniti. Era ventesimo di una linea di maestri di Kyudo, maestro della Heki Ryu Bishu Chikurin-ha (日置流尾州竹林派) tradizione. A partire dal 1980, Shibata fondata oltre 25 kyudojo negli Stati Uniti, Canada ed Europa.
Shibata a servito come Maestro arcere alla corte dell’imperatore del Giappone dal 1959 fino al 1994, quando suo figlio adottivo, Nobuhiro, è stato riconosciuto come il 21°  Shibata, e assunse le funzioni di Imperial Bowmaker.

La sua filosofia d’insegnamento

In Giappone, Shibata si è preoccupato che i suoi studenti, che erano troppo fissati sul di colpire il bersaglio, trattare il Kyudo come uno sport piuttosto che un’arte meditativa. Si sentiva che stavano diventando troppo competitivi. Shibata rappresenta quindi una visione diversa dal Kyudo Federation All giapponese (ZNKR) e giapponese Budo Association. Piuttosto che come arte meditativa, ZNKR promuove il kyudo come un’arte tradizionale del Budo, coniugare sviluppo sia fisica che mentale. Queste differenze hanno portato Shibata ad escludere il suo insegnamento dalle associazioni Budo giapponese ufficiali.

Nel 1980, Shibata ha accettato l’invito Chogyam Trungpa Rinpoche ad andare negli Stati Uniti e insegnare Kyudo, e fondò la Ryuko kyudojo (龙虎弓道场”drago-tigre sala di tiro con l’arco”) a Boulder, Colorado; è ora chiamato il Zenko Iba.
Shibata non da rango ai suoi allievi (cioè senza cintura o dan  di sistema), e non c’è test o concorsi all’interno delle scuole da lui fondate.

Le sue citazioni

• Con un cuore grande come la luna d’autunno, siamo in grado di calamitare il grande cuore della nostra stirpe illuminata, il cuore del Vidydhara Chögyam Trungpa Rinpoche, e possiamo rafforzare il nostro legame familiare attraverso la pratica della meditazione.

•  Non si sta lucidando il proprio stile di ripresa o la tecnica, ma la mente. La dignità della ripresa è il punto importante. Questo è il modo del Kyudo differisce dal approccio comune al tiro con l’arco. In Kyudo non c’è speranza. La speranza non è il punto. Il punto è che attraverso una lunga pratica e genuino la tua dignità naturale di essere umano viene fuori. Questa dignità naturale è già in voi, ma è coperto da un sacco di ostacoli. Quando sono spazzati via, la vostra dignità naturale a il permesso di risplendere.

•  Pensiamo troppo.

• Forse state pensando che la neutralità è una sorta di meta spirituale. Questo non è il caso. Guardando in profondità nei nostri cuori è l’obiettivo della pratica spirituale. Pratica del Kyudo non è neutrale. La pratica del Kyudo è una questione di equilibrio. Equilibrio non è la stessa neutralità. La neutralità cerca solo la meta. In pratica nel kyudo siamo altrettanto consapevoli della sinistra, della destra, del  centro, tutto. Quanto tempo hai praticato? Ancora una volta, ancora la pratica. Questa è la mia speranza.

Kanjuro Shibata

Share This:

LA MENTE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA MENTE

Metti una zucca nell’acqua,
affondala e vedrai
che ruotando tornerà a galla

La zucca va spinta sott’acqua con la mano. Quando una zucca viene messa in acqua e affondata con la mano, improvvisamente salterà fuori da un lato. Non importa che sia una zucca, è un oggetto che non si fermerà in un posto.
La mente di un individuo, che è edotto circa le innumerevoli Vie, non si ferma nemmeno per un istante; è simile alla zucca spinta nell’acqua.

La mente immutabile
Scritti di un maestro Zen a un Maestro di spada

Takuan Soho (1573-1645)

Share This:

CHIRUCHIRU-MICHIRU La melodia segreta dei sasage

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

CHIRUCHIRU-MICHIRU La melodia segreta dei sasage

La rugiada del mattino era caduta su tutta la zona. Nel campo i sasage,* simili a linee d’argento tanto sottili da non distinguere se vi fossero o meno, anzi, per dirla in modo più complesso: i sasage, unendo la loro voce a strumenti musicali da cui si produceva un suono che avrebbe desiderato udire persino chi vive l’eternità in un istante, cantavano ripetutamente una ballata.
Anche oggi il povero poeta malato rapito l’ascoltava. Dal momento che, quando i sasage sentivano altri suoni di passi cessavano di cantare, non v’era nessuno che l’avesse udita.
Quella canzone diceva:
Dovunque cadiamo noi germogliamo
Facciamo sbocciare fiori
Diamo frutti
E poi
Quale meraviglioso mondo
Yamamura Bocho
Racconti per l’infanzia

*Pianta simile al fagiolo che si coltiva tutto l’anno. In estate ha foglie a forma d’ali di farfalla di colore viola pallido e in autunno presenta dei baccelli. E’ estremamente resistente al caldo. I bacelli e i semi sono commestibili.

Share This:

SAKURA DEL KYUDOJO HAYATE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

SAKURA DEL KYUDOJO HAYATE

Primavera al Kyudojo Hayate
Fioritura di ciliegio “sakura”

Il ciliegio del sedicesimo giorno

Nel distretto di Wakegori, che appartiene alla provincia di Iyo, c’è un ciliegio famoso e antichissimo chiamato Jiu-roku-zakura, ovvero «ciliegio del sedicesimo giorno», perché fiorisce tutti gli anni il sedicesimo giorno del primo mese (secondo il vecchio calendario lunare), e quello soltanto.
Il tempo della sua fioritura cade quindi nel Periodo del Grande Gelo, sebbene per regola naturale i ciliegi attendano la primavera prima di azzardarsi a fiorire. Il fatto è che nello Jiu-roku-zakura fiorisce una vita che non è − o almeno non lo era in origine − la sua. In quell’albero alberga lo spirito d’un uomo.

Era egli un samurai di Iyo e l’albero cresceva nel suo giardino e fioriva, insieme a tutti gli altri, verso la fine di marzo e i primi di aprile. Aveva giocato sotto quell’albero quando era bambino; i suoi genitori, i suoi nonni e i suoi antenati avevano appeso ai suoi rami in fiore, una stagione dopo l’altra, per più di cento anni, strisce di carta colorata che recavano scritte poesie di lode.

Lui stesso era diventato vecchissimo sopravvivendo ai suoi figli e non gli era rimasta altra creatura da amare che non fosse il ciliegio. Ma, ahimè, durante l’estate di un certo anno, l’albero si avvizzì e morì. Il vecchio se ne dolse oltre ogni dire. Invano cortesi vicini gli trovarono un altro ciliegio, giovane e vigoroso, e lo piantarono in giardino, con la speranza di recargli conforto. Li ringraziò di cuore e dette mostra di aver ritrovato la felicità. Ma in realtà aveva la morte nel cuore, perché così teneramente aveva amato il vecchio albero
che nulla avrebbe potuto consolarlo.

Alla fine gli venne in mente una buona idea: si ricordò come si può salvare una albero morente. Era il sedicesimo giorno del primo mese. Si recò da solo in giardino e s’inchinò davanti all’albero avvizzito rivolgendogli le seguenti parole: «Ti scongiuro di fiorire ancora una volta… perché sto per morire al posto tuo». (È convinzione diffusa, infatti, che si possa immolare la propria vita per un’altra persona, o per qualsiasi essere creato, compreso un albero, purché si ottenga l’aiuto degli dèi; e questa trasmigrazione dell’esistenza è espressa dalle parole migawari ni tatsu: «agire per sostituzione».)

Allora il vecchio distese sotto l’albero un telo candido e vi depose alcuni cuscini, quindi vi s’inginocchiò e fece hara-kiri, alla maniera dei samurai. E il suo spirito trasmigrò nell’albero e lo fece fiorire in quel preciso istante.

E tutti gli anni continua a fiorire il sedicesimo giorno del primo mese, nella stagione delle nevi.

Share This:

CHIRUCHIRU-MICHIRU La vecchietta del chiosco del tè

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

CHIRUCHIRU-MICHIRU La vecchietta del chiosco del tè

Nei pressi della Kannon* sopra al precipizio c’era un chiosco di tè. Erano allineati mandarini e uova e dolci a buon mercato. La vecchietta, che con lo shibucha** dava sollievo alla gola dei pellegrini, vi giungeva dopo tanti sforzi.

Un giorno si presentò davanti al negozio un passero:
-I miei figli vengono sempre quì e vi prendete cura di loro, ringraziò gentilmente.

La vecchia con aria dubbiosa rispose: -No, non sono io.
A queste parole, il figlio del passero che era giunto lì a fianco disse:
-Anche questa mattina mi avete dato del riso.
-Non me ne ricordo.
Un fumo sottile s’innalzava. L’anziana donna era onesta e non amava sprecare le cose. Quindi le briciole di pane e i chicchi di riso s’erano spesso tramutati in ospitalità verso gli uccelli.
Si dice che, quella notte, il passero entrò furtivamente nei sogni della vecchietta e la portò nella lontana, lontana macchia di bambù loro casa dove l’accolsero con calore.

Yamamura Bocho
Racconti per l’infanzia

*Nome giapponese del “bodhisattva” indiano Avalokitesvara. In Cina e in Giappone viene rappresentato in forma femminile. Si fa quindi evidentemente riferimento a un tempio o a una statua a lei dedicata e venerata dalla gente.
**Un tipo particolare di tè verde da sapore aspro.

Share This:

LA CONCENTRAZIONE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA CONCENTRAZIONE

La concentrazione nel lessico comune è una fase necessaria per eseguire un’azione; nel passaggio dal non agire all’agire, è necessario dare la massima attenzione al gesto: ma in questo caso diamo alla mente un impegno che crea un pensiero rivolto solo a quell’azione, molto riduttivo e di disturbo nel completare il gesto; esso è formato da più varianti che non sono solo tecniche ma percezione corporea e spirituale, a cui il pensiero toglie la pienezza indispensabile per un’azione che abbia al suo centro l’essere.

Proviamo a ribaltare questo concetto: il non concentrarsi, lascia la mente libera da pensieri mirati, favorendo il ”Mushin”, la non mente. Non è solo un’azione che dobbiamo intraprendere, ma sono più sensazioni che ci portano a coinvolgere l’essere al completo; gli orientali chiamano questa fase “Satori”, lo stato d’animo che ci porta al piacere nell’agire, serenità e semplicità del gesto, pienezza personale. E’ per questo che la concentrazione è inutile e dannosa.

Ci si può domandare: e allora? Molta pratica è necessaria, ma non solo tecnica, spirituale, e per spirituale intendo conoscere se stessi, avere un’etica fuori dal comune, tagliare il proprio ego; svolgere un lavoro molto profondo sulla propria respirazione può aiutare ad avvicinarsi, in ogni gesto e ogni azione della vita, alla ricerca della serenità, e allora l’azione diviene perfetta, ricordando che non è “la quantità o la qualità”, ma un’evoluzione personale.

Share This:

L’ATTITUDINE MENTALE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

L’ATTITUDINE MENTALE

L’attitudine mentale produce quello che si può definire “un modo corretto di capire, eseguire, tradurre in movimento un gesto”; esso non è automatico, e neppure esaspereatamente riprodotto un’infinità di volte: è lo stato d’animo di chi “ha compreso”, e non nasce se non dopo una lunghissima pratica e ricerca della disciplina.
E’ una completezza di lavoro fisico, mentale, esperienziale, uno stato d’animo che non avvicina, non fa capire, non rende bravi, ma proietta dentro, rende forti, sereni e conduce su un sentiero più impervio: è la Via che continua, che si raffina, giunge in un luogo che è la fine del percorso, svelando che nulla esiste e tutto esiste.

Vincenzo Cesale

Share This:

LA TECNICA IJIDOZUHO 2

In questo post trattiamo la seconda parte di una tecnica molto diffusa nell’era medioevale e risorgimentale giapponese, il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

 Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA TECNICA IJIDOZUHO 2

Del lavoro del maestro non è apprezzato solamente l’utilizzo della tecnica appena esposta , ma pure la qualità eccellente del disegno. La rappresentazione del sollevarsi delle onde è superba ed è evidente che la scelta di realizzare i tengu che salvano Tametomo in grigio chiaro serve ad enfatizzare abilmente la loro essenza svrannaturale. Inoltre è stato fatto notare come le scaglie dello scualo sianostate disegnate utilizzando come riferimento l’illustrazione presente in un libro olandese introdotto all’epoca in Giappone. E’ ritenuta una delle opere in cui Kumiyoshi ha riservato al meglio le sue capacità e ancora oggi gode di grande popolarità.

La tecnica ijidozuho era impiegata solamente nelle xilografie che riguardavano drammi Kabuki e libri ben conosciuti. Poichè vi era una storia, sorgeva la necessità di porre attenzione all’ordine della narrazione o, in altre parole, allo scorrere del tempo. Le tecniche create per gli emaki hanno continuato a vivere nell’ukio-e e la loro tradizione è giunta fino a noi.

Le tecniche degli emaki sviluppate a partire dal Periodo Heian hanno influenzato la pittura popolare dell’ukiyo-e. sebbene la forma sia differente, possiamo pensare che il metodo di rappresentazione in sequenza continua la narrazione sia stato applicato alle stampe proprio perchè la cultura degli emaki è penetrata in profondità nella mente dei giapponesi.

E’ importante, per comprendere come nel Periodo Edo il ceto popolare sia stato in grado di ottenere una forza tale da poter creare una propria cultura, considerare il fatto che rotoli i quali erano originariamente realizzati su ordini di imperatori, nobili e grandi capi militari, ovvero da i personaggi più influenti, erano a quell’epoca invece prodotti dalla gente comune.

Si afferma frequentemente che gli emaki sono all’origine della moderna animazione, tuttavia essi non sono ricomparsi all’improvviso dal nulla. Non bisogna dimenticare, come ho appena scritto, l’esistenza di un processo di prolungata infiltrazione dei rotoli nella cultura popolare del Periodo Edo.

Akane Fujisawa

Share This:

LA TECNICA IJIDOZUHO 1

In questo post trattiamo la prima parte di una tecnica molto diffusa nell’era medioevale e risorgimentale giapponese, il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA TECNICA IJIDOZUHO 1

L’ijidozuho è un metodo frequentemente impiegato negli emaki che permette di esprimere lo scorrere del tempo in un’unica immagine. E’ stato introdotto anche nell’ukiyo-e e coloro che osservano il disegno seguendo un ordine preciso all’interno di uno spazio limitato sono in grado di divertirsi con la narrazione.

Nel caso del Kabuki tanto apprezzato dai cittadini di Edo, le opere che godevano di maggior interesse erano rappresentate ripetutamente e molte persone ne conoscevano la trama, perciò quando si realizzavano delle stampe di opere teatrali famose accadeva di disegnare un solo foglio il passare del tempo sulla base della cronologia degli eventi del dramma.

Inoltre se si produceva una stampa da un romanzo allora molto noto, era usato il medesimo sistema. L’opera di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) “Sanukiin kenzoku o shite Tametomo o suki zu”(Disegno dell’imperatore Sutoku che manda i tengu a salvare Tametomo),
utilizza, infatti, la tecnica ijidozuho. E’ basata sul romanzo scritto del periodo Edo “Chinsetsu yumiharizuki” (Storia meravigliosa della luna tesa ad arco, 1806-1810) che ha come prottagonista il guerriero realmente esistito Minamoto no Tametomo (1139-1170) e descrive la scena in cui Tametomo e la sua famiglia a bordo di una nave incontrano un violento tifone.

Nel testo originale gli eventi si svolgono nel seguente ordine:

(1) A provocare il tifone è il dio drago e per placare la sua ira la moglie di Tametomo, Shiranui-hime, si offre in sacificio gettandosi in acqua.

(2) ciononostante il tifone non cessa e Tametomo viene salvato dai tengu, esseri sovrannaturali dal corpo antropomorfo ma dotati di ali, inviati dallo spirito del defunto imperatore Sutoku (1119-1164) che parteggia per lui.

(3) Il figlio dell’eroe, Sutemaru, finisce per cadere tra i flutti. E’ salvato da uno squalo posseduto da un’anima di uno dei seguaci del condottiero.

Si comprende che Kuniyoshi è stato fedele al testo. L’opera è stata realizzata in modo che lo scuardo si concentri su tre punti, cioè sullo squalo disegnato dinamicamente al centro, sulla figura di Shiranui-hime in basso a destra e su Tametomo salvato dai tengu in basso a sinistra. Similmente agli emaki, nel caso che anche negli ukiyo-e si realizzi una sequenza temporale, la storia procede da destra serso sinistra. In pratica, spostando gli occhi su Shiranui-hime, su Tametomo alla sua sinistra e poi sullo squalo in alto ci si conforma allo viluppo cronologico degli eventi del romanzo.(…)continua

Akane Fujisawa

Share This:

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONTINUITA’ Ukiyo-e 2

In questo post trattiamo la seconda parte di una abitudine molto diffusa nell’era medioevale e risorgimentale giapponese, il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

 Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONTINUITA’ Ukiyo-e 2

Nel caso si partisse dalla città di Edo, era prassi comune percorrere le strade del Tokaido o del Kisokaido attrezzate per ogni esigenza dei viaggiatori. Lì vi erano dei luoghi di sosta dove si poteva facilmente riposare e fermarsi per la notte.

Le serie di ukiyo-e che descrivevano il paesaggio di ciascuno di queste stazioni furono estremamente apprezzate dal pubblico. Tra le opere maggiormente rappresentate troviamo quella del “Tokaido gojusantsugi” (Le cinquantatré stazioni del Tokaido) di Utagawa Hiroshige 1797-1858 composta, dal momento che include anche il punto di partenza di Nihonbashi e il punto di arrivo di Kyoto, di cunquantacinque immagini ciascuna realizzata in maniera davvero ingegnosa. Allineando l’intera serie si aveva l’impressione di essere in viaggio. Erano pochi coloro che potevano acquistare tutte le cinquantacinque immagini, ma non era forse parte del divertimento raccogliere le stampe preferite e comporre un proprio percorso personalizzato?

Ugualmente agli emaki che esprimevano il trascorrere del tempo e il movimento spaziale, anche tramite l’ukiyo-e era possibile creare un mondo e uno spazio all’interno del quale l’osservatore si divertiva ampliando la propria forza di immaginazione.
Nelle opere basate sulle stazionidi sosta è pure possibile trovare i singolo foglio suddiviso in tre o quattro parti dove è rappresetata una sequenza ordinata dei luoghi. Guardandole in sequenza si trae diletto dal susseguirsi dei paesaggi.

Vincenzo CESALE

Share This:

KI no RENMA

Seminario di Ki no Renma, lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

KI no RENMA

Seminario di Ki no Renma (Forgiare l’energia vitale).

SVOLGIMENTO:  dojo Niten Ichi Ryu a Collegno /To, martedì 8 ottobre 2013 dalle ore 20,00 alle 21,30.
DESTINATARI: questa serata esperienziale si rivolge non solo agli Iaidoka e Kyudoka del nostro dojo, ma a chiunque sia interessato ad un percorso personale, interiore e di autotrattamento.
Successivamente, verranno previsti altri incontri saltuari, per approfondire ulteriormente il percorso.

PROGRAMMA DELLA SERATA: Esercizi di respirazione e movimento riequilibrante, esercizi di trasmissione energetica, suoni e mantra.
OCCORRENTE: abbigliamento comodo (morbido), e calzettoni per rimanere scalzi.
PREZZO: la serata prevede una quota di partecipazione di 10 euro. Per accedere occorre essere iscritti con tessera annuale, all’Associazione Niten Ichi Ryu.
Per informazioni ed adesioni: Centro Due Cieli, via Plava 37 Collegno /To, Tel. 011.0677883, web www.duecieli.it
Esercizi pratici

• Respirazione diaframmatica
• Il delfino, il dondolo, la culla
• Trasmettere l’energia
• Il controllo del cuore
• La marionetta

I SUONI
• Gli armonici
• I suoni NE-NA
• Mantra Om
• Mantra om mani padme hum

Vincenzo CESALE

Share This:

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONTINUITA’ Ukiyo-e 1

In questo post trattiamo la prima parte di una abitudine molto diffusa nell’era medioevale e risorgimentale giapponese, il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

 Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA CONTINUITA’ Ukiyo-e 1

Negli emaki, la narrazione prosegue da destra verso sinistra grazie a lunghe immagini e i disegni si susseguono in armonia con i contenuti della storia. Tale coscienza della continuità presente nei rotoli si ritrova spesso nelle serie di stampe ukiyo-e.

Come esempio, possiamo citare quella di “Fujo fuzoku junikagetsu” (Dodici mesi di usi e costumi delle donne) di Katsukawa Shunsho (1726-1792) dove sono illustrati gli avvenimenti e le abitudini nel corso di un anno e la serie “Musame junitoki (Dodici ore di fanciulle) di kitagawa Utamaro (1753-1806) sulla vita quotidiana di ragazze dell’epoca e comparsa di dodici scene distanti circa due ore una dall’altra. Sono apprezzabili sia come singole opere, sia osservando seguendo l’ordine prestabilito tutte le figure e creando così una progressione cronologica. A seconda di come le guardiamo si può ottenere lo stesso effetto che si produce osservando le illustrazioni dei rotoli.
Oltre a questa progressione cronologica, molte serie possiedono una progressione spaziale. Sono le stampe delle vedute e dei panorami in cui si è riflessa la grande popolarità conquistata dai viaggi nella seconda metà del Periodo Edo.(…)continua

Vincenzo CASALE

Share This:

DEGLI EMAKI E GLTECNICHEI UKIYO-E 2

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

www.duecieli.it

TECNICHE DEGLI EMAKI E GLI UKIYO-E  2

Gli emaki con il loro susseguirsi di illustrazioni sono ritenuti all’origine dello moderna animazione giapponese (12 seiki no animeshon(L’animazione del XII secolo), Takahata Isao, Tokuma Shoten, Tokyo, 1999 e seguenti).

Senza dubbio vi sono numerosi punti in comune tra gli anime (disegni animati), composti per l’appunto di sisegni in movimento, e gli emaki.
Persino negli ukiyo-e, i quali consistono di un solo foglio, è possibile osservare l’utilizzo delle tecniche dei rotoli (Ukiyo-e no shubo. Anime manga e no keisho(Le tecniche dell’ukiyo-e. La loro eredità in anime e manga), Fujisawa Akane, in Gyros n. 10, Bensei Shuppan, Tokyo, 2004).

Vincenzo CESALE

Share This:

GLI EMAKI DEL PERIODO EDO 1

In questo post trattiamo la prima parte di una tecnica molto diffusa nell’era medioevale e risorgimentale giapponese, il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

www.duecieli.it

GLI EMAKI DEL PERIODO EDO 1

Lo sviluppo dell’ ukiyo-e è strettamente legato agli emaki del periodo Edo. Estimatori di quest’ultimi si diffusero anche tra i cittadini.

Fu Hishikawa Morunobu (?-1694) a realizzare un gran numero di rotoli. Come maestro pittore gli si riconoscono grandi meriti nel processo di perfezionamento dell’incisione ukiyo-e e ci ha lasciato parecchi disegni di suo pugno (tra cui si annoverano gli emaki). La particolarità dei rotoli di Morunobu consiste nel prendere frequentemente a modello la popolazione della città di Edo. Spesso, come ci si può aspettere da un maestro di ukiyo-e, ha disegnato scene tratte dalle rappresentazioni Kabuki, uno dei divertimenti più rappresentativi e diffusi, e immagini dei quartieri di piacere di Yoshiwara. Gli attori sul palco e gli spettatori sono riprodotti in maniera assai vivida.

Vincenzo CESALE

Share This:

AL POSTO SUO

Un pensiero di un praticante di Iaijutsu (spada giapponese) del dojo di Collegno Niten Ichi Ryu

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

AL POSTO SUO

Nella cultura giapponese e’ radicato il concetto di compassione. A differenza del significato quasi dispregiativo che gli viene assegnato in occidente, per questa cultura e’ un sentimento molto nobile. Infatti non si intende denigrare chi ha qualche problema o ha commesso degli errori, ma patire assieme all’altro di cio’ chegli crea difficolta’ o disagio.

Un grandissimo esercizio per provare a mettersi letteralmente nei panni del prossimo e capire meglio la condizione in cui si trova. E se capita l’occasione, o viene chiesto esplicitamente dalla persona interessata, si puo’ fornire un aiuto piu’ mirato ed efficiente perche’ si comprende e capisce meglio la sitaione, anche e soprattutto emotiva, dell’altra persona.

Questi concetti sono presenti in alcuni testi simbolo della cultura nipponica come Hagakure ed Il libro dei 5 anelli. Ma anche altre culture, come quella sciamanica, che noi consideriamo erroneamente ed arrogantemente inferiore alla nostra, contengono questa saggezza. Recita un proverbio “Prima di giudicare un uomo, cammina per 3 lune nelle sue scarpe”. Non a caso nella lingua inglese al posto suo si indica con la frase “In his shoes”, “Nelle sue scarpe”.

E allora, prima di giudicare una persona contiamo almeno fino a cento e pensiamo che se ci fossimo trovati al suo posto, probabilmente avremmo preso scelte molto peggiori di quelle che lui stesso ha compiuto.

Claudio CAVALLERO

Share This:

L’OPPORTUNITA’ DI ALLARGARE I PROPRI ORIZZONTI

Un pensiero di un praticante di Iaijutsu (spada giapponese) del dojo di Collegno Niten Ichi Ryu

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

L’OPPORTUNITA’ DI ALLARGARE I PROPRI ORIZZONTI

La societa’ nella quale viviamo e’ molto articolata e pesantemente concorrenziale. E soprattutto l’immagine che dobbiamo dare all’esterno e’ quello di essere perfetti e di non commetere mai alcun errore. Questa situazione ci porta a rischiare sempre molto poco e a limitarci all’intorno di cio’ che conosciamo (e’ molto facile prevedere cio’ che accade dentro una scatola). Questo perche’ sappiamo muoverci negli ambiti a noi noti.

Ma appena ci si discosta dal nostro orticello, diventiamo goffi ed insicuri. E quindi, paradossalmente, preferiamo non avventurarci alla scoperta di qualcosa di nuovo, anche se questo ci fornirebbe delle nuove opportunita’. Un po’ perche’ ci vergogneremmo con gli altri e con noi stessi fare qualcosa di differente. Un po’ perche’ e’ faticoso e richiede impegno. Un po’ perche’, tutto sommato, chi ce lo fa fare? Ultimo ma non meno importante: si e’ sempre fatto cosi’, perche’ devo andarmi a scontrare con quella roba li’? Conseguenza di tutto cio’: ci auto limitiamo, tagliando i notri rami di esperienza che potremmo far crescere ma preferiamo non farli mai sbocciare.

Mentre cercare un ambiente, che sia un gruppo di ricerca personale, un dojo, un seminario esperienziale o un caro amico che ne sa piu’ di noi ci da’ l’opportunita’ di provare, sperimentare, sbagliare e sbattere la testa in un ambiente costruttivo e protetto (concetto che ho realizzato grazie alla guida di una persona durante una serata esperienziale). Come farsi i muscoli in una palestra od analizzare il mondo con una piccola lente di ingrandimento. Ed una volta iniziato, secondo me, non vuoi piu’ tornare indietro, ma scopri che oltre a cio’ che conosci c’e’ molto, ma davvero molto di piu’. C’e’ anche una realta’ sommersa che non fa rumore, non cerca il clamore, non ambisce alla popolarita’. Ma semplicemente esplora. E qualsiasi insegnante, istruttore, guida, aiutante e persona che debba guidare od istruire in un modo o nell’altro altre persone lo si dovrebbe valutare anche in base a quanto permette ai suoi allievi di sperimentare e sbagliare (ovviamente senza mandarli allo sbaraglio, ma indicando loro la via da seguire).

E cosi’ sto imparanado poco alla volta a risconoscere ed apprezzare le infinite opportunita’ che la vita ci offre per tastare la realta’, un po’ come un neonato fa con gli oggetti che lo circondano. E poi chissenefrega se qualche errore ci scappa: “certe volte capita”(cit: Fai come ti pare, 883 )

Claudio CAVALLERO

Share This:

I piedi … questi sconosciuti

Un pensiero di un praticante di Iaijutsu (spada giapponese) del dojo di Collegno Niten Ichi Ryu

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

I piedi … questi sconosciuti

L’esperienza da me finora vissuta sia nelle pratiche energetiche sia delle nelle arti marziali koryu mi ha permesso di constatare che c’e’ una parte del proprio corpo che alcune persone ignorano, o peggio ancora se ne vergognano: sono i piedi.

Io non ho mai praticato il Kyudo, ma ci e’ stato detto dal maestro che la prima posizione del tiro e’ l’ Ashibumi, fase nella quale tra le altre azioni e’ presente il posizionamento dei piedi. Nelle pratiche energetiche una parte del corpo fisico che scambia molta energia sono le piante dei piedi, fino ad arrivare alla riflessologia plantare che permette sia di conoscere che curare i problemi fisici (e a detta degli addetti ai lavori anche emozionali). Quindi quello che noi consideriamo solo dei sostegni in realtà sono molto di più.

Nello specifico della pratica delle arti marziali ho notato due atteggiamenti di chi ha delle difficoltà a rapportarsi con i propri piedi: nasconderli o limitare il contatto con il terreno.

Per nasconderli vengono utilizzate le motivazioni (e qui ritroviamo l’ego) più svariate. E alla fine si indossano calze o calzature in modo da non esporre le proprie estremità. Oppure se ne limitano il più possibile il contatto con il terreno ritraendo istintivamente le dita e alzando l’arco plantare, causando tra l’altro tensioni e crampi ai piedi.

Ma perché viene riservato questo trattamento di seconda classe ai nostri piedi? Le cause, a mio parere, sono molteplici.Innanzitutto il fattore culturale, che vuole i piedi chiusi all’interno delle calzature e che indica nella loro esposizione un gesto di mala-educazione. E questa opinione viene riportata anche in quelle circostanze in cui mostrare i piedi e’ un fattore naturale (come dal medico e dal massaggiatore).Altra motivazione e’ legata alla sensazione e consapevolezza che abbiamo del nostro stesso corpo. Infatti quando viviamo la vita quotidiana il nostro essere risiede nella testa, nella mente e tutto il nostro pensiero e’ rivolto all’alto. Di conseguenza il nostro corpo dall’ombelico in giù per noi e’ come se non esistesse. E i piedi risultano essere l’estremità più remota da noi (il che e’ una contraddizione di per se’, ma tirando le somme e’ ciò che accade).

Se invece riusciamo ad abbassare le nostre sensazioni e a sentire che noi risiediamo nel Tan-Tien, allora i piedi li sentiamo e, cosa ancora più importante, diventano un veicolo importantissimo per il recupero delle energie dal terreno. Non solo: con i piedi ben presenti nel terreno ci si sente (o meglio ancora, si e’) maggiormente radicati al terreno sul quale ci si appoggia. Non a caso nello Yoga esistono alcune posizioni che hanno come scopo quello di radicarsi al terreno. Sempre legato a questo ambito mi e’ capitato durante una  seduta che chi guidava l’incontro ci ripetesse più di una volta: “Teniamo bene a terra i piedi, per essere maggiormente presenti al lavoro che stiamo compiendo”.
In conclusione: se si compie la scelta di percorrere una strada verso l’olismo della persona in tutti i suoi aspetti (fisico, emozionale, spirituale) e’ necessario prendere consapevolezza di tutte le parti del proprio corpo. Per il caso specifico dei piedi e’ possibile prenderne atto della loro esistenza con piccoli gesti, come massaggiandoli con le mani a fine giornata, o facendo attenzione al modo in cui stiamo seduti. Facendo questo come riflesso inevitabile anche il nostro spirito si abbasserà facendo passare il nostro essere dal pensiero e della mente al nostro cinabro.

Claudio CAVALLERO

Share This:

TECNICA PICCOLA TECNICA GRANDE

Un approfondimento dell’ultima lezione di Iaijutsu del dojo Niten Ichi Ryu, e del Kyudojo Hayate.

www.duecieli.it

TECNICA PICCOLA TECNICA GRANDE

Si dice che la tecnica piccola sta nella tecnica grande, ma come si concilia con la necessità di espanderla se il movimento è piccolo?
Quando si guarda lavorare un insegnante si nota che la tecnica eseguita non è così grande come ci trasmette “espandetevi fate grande il movimento, dice il maestro” ma allora come mai nel suo gesto si osserva un’enorme movimento se è eseguito piccolo?

La risposta, inizia dalla respirazione, profonda, calma, molto addominale, nessuna tensione nel corpo, ancora meno sul tronco e negli arti superiori, la mente completamente libera da ogni pensiero, una energia enorme, come una palla di fuoco che rotola e tutto travolge, ma anche una padronanza del gesto, dello spirito, portato quasi alla perfezione, un piccolo gesto fino a rappresentarlo enorme. Bisogna non dimenticare che nulla avviene per caso, l’età che sicuramente è più avanzata rispetto allo studente, porta ad un decadimento fisico, il corpo invecchia, i muscoli e i tendini, per tanto che siano allenati sono meno elastici espandendosi meno.

Delle volte si sente dire che bisogna guardare l’insegnante lavorare e copiare,”mio padre diceva che il mestiere non te lo insegna nessuno, devi rubarlo” vero, ma questo ti permette di praticare a buoni livelli, se invece vuoi lavorare a livelli alti senza i consigli e gli insegnamenti diretti dell’insegnante non puoi raggiungerli, perché in ogni gesto eseguito dal maestro si nascondono altri mille gesti non visibili che solo lui ti può trasmettere, quei gesti che pur eseguiti piccoli sembrano grandi.

Un augurio di buona pratica

Vincenzo Cesale

Share This: