IAIJUTSU KORYU

Scuole antiche di spada giapponese, “Iaijutsu Koryu” tentativo di disarmamento della spada.
Dojo NITEN ICHI RYU

#determinazioneartigiapponesi

Video link: https://www.kyudoiaidoqigong.it/iaijutsu-koryu/

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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SEMINARIO DI KENJUTSU E NITEN

Domenica 5/3/2017 nel dojo NITEN ICHI RYU di Collegno (TO) si è svolto il seminario di Kenjutsu e l’introduzione della scuola NiTen a due spade.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti e in particolare a Ermanno per la sua torta dedicata alla nostra scuola.
Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

Altre immagini il link alla pagina: https://www.kyudoiaidoqigong.it/seminario-di-ken-jiutsu-e-niten-2/

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SEMINARIO di KENJUTSU e NITEN

SEMINARIO di KENJUTSU e NITEN

In programma seminario di KENJUTSU e introduzione alla scuola a due spade NITEN.
Dojo NITEN ICHI RYU di Collegno (TO)
Informazioni alla pagina EVENTI www.kyudoiaidoqigong.it/eventi-e-appuntamenti-2/

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Altre immagini alla pagina: www.kyudoiaidoqigong.it/category/multimedia-iaido-foto/

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SETSU-BUN primo mese

SETSU-BUN primo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Ad ogni porta
stanno alberi di pino;
un miglio più avanti,
verso il regno degli spiriti:
e, come c’è allegria,
così c’è tristezza.

Canzone di IKKYU

Gennaio
Poichè nessuno può prevedere quanta gioia e quanto dolore gli saranno destinati nel corso dell’anno appena nato, tutti desiderano trarre auspici favorevoli, a giudicare dalle manifestazioni di gioia con le quali è salutato in Giappone l’avvento del nuovo anno. All’esterno della casa, ai lati del cancello o della porta d’ingresso, vengono piantati giovani alberi di pino, e dei bambù, intagliati in una decorazione detta kado matsu o matsu kazari (pino della porta). Antichi testi narrano che questa usanza di piantare rami di pino esisteva già 850 anni fa i bambù vennero aggiunti molto più tardi.

Setsu-Bun-1/1-Duecieli

Questi due rappresentanti del regno vegetale accomunati all’anno nuovo, sono segnali di buon augurio, poichè le loro foglie non soccombono ai venti gelidi dell’inverno, e il diritto bambù, con i suoi nodi regolari è, inoltre, simbolo di virtù.
Sopra l’ingresso viene appeso uno shime kazari, oggetto simbolico fatto con corda di paglia, e arancia amara (daidai), kaki secco, felce (urajiro), sempre vivo (yuzuriha), gambero ecc., pochè a ciascuna di queste cose si attribuisce un quanche significato di buon augurio; il camminare all’indietro del gambero, ad esempio, è considerato simbolo di lunga vita. La corda di paglia è a ricordo di quella che, si dice, sia stata tesa all’entrata della grotta Ama no iwato, dopo che la dea Sole Amaterasu ne era uscita: il buio dell’interno della grotta fu considerato impuro ed infausto, e la corda lo separa dal puro e splendente mondo esterno. Questa corda è usata nei templi shinto a segnare il confine tra l’interno purificato e il comune mondo estrerno, ed è usata nelle case di abitazione, in occasioni di festa, come confine oltre il quale nulla di malvagio o infausto ha accesso, e si crede così di impedire l’entrata a malattie e spiriti diabolici.

All’interno della casa, il giorno di Capodanno, si trovano focacce di riso, grandi e tonde, chiamate kagami mochi, decorate con arancia amara, kaki seco, felce, sempreverdi e granchio, il tutto sistemato su di un vasssoio chiamato sanbo, e posto in una nicchia ornamentale, denominata toko, che costituisce una caratteristica dei salotti giapponesi.
La mattina presto si tiene una celebrazione familiare, i cui dettagli sono diversi nelle varie regioni del paese, ma la preparazione del toso, una specie di sake aromatizzato o acquavite di riso, e dello zoni, un insieme di focacce di riso, pesce e verdure, è la stessa ovunque. Terminata questa operazione, la gente esce, vestita degli abiti migliori, per incontrare parenti e amici e augurare loro un felice anno nuovo, e per farlo, usa la parola omedeto. Alcuni vanno sulle loro vetture, altri in jinrikisha tirato da due uomini le persone più umili hanno un jinrikisha tirato da un solo uomo, ed altri ancora devono andare a piedi.
Ufficiali e persone che ricoprono alte cariche portano l’uniforme, altri dignitari indossano generalmente abiti di foggia europea; ma la maggioranza delle persone veste un haori (giacca) e hakama (pantaloni larghi). Le strade sono rallegrate da bambini che indossano abiti nuovi, i maschi fanno volare aquiloni o girare trottole, e le bimbe giocano al volano o con la palla.

Quando la luce del giorno muore, i più giovani, e spesso anche gli anziani, si divertono con il gioco delle carte (uta garuta e hana garuta) e il backgammon (sugoroku), e quelli che perdono devono rassegnarsi a farsi imbrattare il viso con l’inchiostro.
Poichè si crede che la fortuna sorrida a coloro che salutano il sole nascente il giorno di Capodanno, donne e uomini si alzano presto e si radunano in un luogo dal quale si può vedere bene il primo apparire dell’astro. E’ anche pratica comune cercare il favore del dio, il cui tempio si trova in quel quarto di cerchio che corrisponde al nome dell’anno. In questo modo si scelgono templi diversi secondo gli anni. Dal primo al terzo giorno di questo mese, è usanza tirare l’acqua dai pozzi la mattina presto, e quasto si chiama waza mizu, “acqua nuova”.

Di buon ora, il secondo giorno, i mercati delle grandi città inviano ai commercianti locali i primi prodotti dell’anno, chiamati hatsuni, che vengono ammucchiati su carri trainati da buoi e decorati con bandiere recanti il nome il nome della ditta che li spedisce. I carri di testa portano alti alcuni simboli di buona sorte, come “i sette dei della fortuna” (Shichi Fuku Jin), il sole nascente, l’albero di pino, il gambero ecc., e sono seguiti da una fila di uomini, generalmente impiegati della ditta, tutti vestiti allo stesso modo, che suonano flauti o tamburi, e tutto l’insieme ricorda molto le processioni religiose viste nelle grandi città. La sera dello stesso giorno, uomini vanno in giro per le strade facendo risuonare il grido Otakara! Otakara!, e offrono in vendita il dipinto di una barcha con a bordo i Sette Dei della Fortuna, detta takarabune, (barca del tesoro) che, se posta sotto il cuscino, si ritiene faccia fare sogni fortunati.

Il settimo giorno si cuociono e si mangiano sette tipi di verdure (nana kusa), a protezione delle malattie: il prezzemolo, la borsa del pastore (nazuna), canapa comune (gogyo), sedano, becco di gallina (hotokenoza), rapa e rafano (suzushi ro).
Durante le due prime settimane di Gennaio, per le strade sfilano uomini vestiti da manzai, okagura o shishimai; i primi, che sono vestiti alla foggia antica, vanno in giro battendo un tamburo e, per una piccola somma di denaro, ripetono gli auguri per il futuro; gli altri indossano grandi maschere di legno, a forma di testa di leone, che vengono costruite per muoversi all’ unisono con il ritmo dei tamburi e il suono dei flauti.
Il quindicesimo e il sedicesimo giorno di questo mese sono attesi con ansia da tutti gli inservienti e le domestiche, ma dai servitori maschi in particolar modo, poichè è questo il periodo in cui si concede loro una vacanza, perchè essi abbiano la possibilità di rivedere le famiglie; questo tornare a casa è definito yabu iri o yadori.

La prima illustrazione offre un’immagine completa della scena il giorno di Capodanno. La seconda stampa rappresenta una processione di daimyo per il Capodanno al castello dello Shogun in Yedo oggi chiamata Tokyo, durante il lungo periodo in cui l’effettivo potere di governo, in Giappone, fu nelle mani di succesivi Shogun della casta Tokugawa, e quando daimyo (grande nome) era il titolo dei grandi signori feudali del paese.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

 

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Auguri 2016-17-DueCieli Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate

Un grande augurio a tutti gli iscritti DueCieli del Dojo Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate.

Ad una ad una
si affacciano nel freddo
le stelle
Tan Taigi

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SETSU-BUN undicesimo mese

SETSU-BUN undicesimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Novembre

Poichè il 3 di Novembre cade il compleanno dell’attuale imperatore, in questo giorno sono esposte avunque bandiere, la guarnigione di Tokyo è passata in rivista da Sua Maesta nella piazza d’armi Aoyama, e c’è una sfilata delle truppe di stanza in altre città-presidio dell’impero.

I crisantemi, che hanno iniziato la fioritura alla fine di Ottobre, raggiungono il massimo del loro splendore all’inizio di Novembre.
Mentre bellissime qualità vengono coltivate in molti giardini privati e nelle serre, la più bella esposizione si tiene nei giardini del palazzo Akasaka a Tokyo, dove sono piantati fitti, in aiuole rialzate, protetti da tettoie aperte di bambu e stuoie. Dopo che alti dignitari e rappresentanti di potenze straniere sono stati ricevuti dall’Imperatore e dall’Imperatrice, con una festa all’aperto nei giardini stessi, una folla di autorità minori, ufficiali dell’esercito e della marina, dame e altre persone invitate ufficialmente, girando per i giardini sistemati splendidamente. Alcuni dei crisantemi sono grandi palle variegate di cremisi, di lillà e altri colori. altre varietàhanno lunghi petali sottili, che devono essere sostenuti da cerchi di filo metallico. In alcuni casi l’abilità del giardiniere è dimostrata dall’esibizione di centinaia di boccioli su una singola pianta, come nel caso d’una, nel Novembre 1893, che portava non meno di 710 fiori.

Verso la metà e la fine del mese, le foglie d’acero esplodono nei loro sgargianti colori autunnali, e fra i luoghi che si visitano in questo periodo per lo spettacolo degli aceri, i più famosi sono Togano-o, e Tsuten, a Kyoto e Kaianji e Takinogawa, vicino a Tokyo.
Il 15 Novembre è giorno di una certa importanza per i più piccoli. La testa dei bambini viene generalmente mantenuta rasata fino a tre anni circa d’età, secondo il modo di contare giapponese, che considera una parte dell’anno come un anno intero. Ma a cominciare da questo giorno, si lascia crescere un ciuffo di capelli in cima al capo. E sempre questo stesso giorno un bambino di cinque anno può indossere i pantaloni (hakama) in occasioni di feste, e le bambine di sette anni possono esibire l’ampia fascia o cintura (obi), che costituisce una importante componente dell’abbigliamento femminile. Una festa, che si tiene la sera, celebre il raggiungimento di ognuno dei suddetti privilegi, conusciuti rispettivamente come kamioki, hakami e obitoki. I bambini nati nei precedenti dodici mesi vengono portati, in questo giorno, davanti ad un altare shinto, dove la madre compie un atto di adorazione.

In ciascuno dei due giorni <> che cadono a Novembre, si tiene a Tokyo una fiera chiamata Tori-no-ichi (fiera degli uccelli), dalla quale i visitatori generalmente tornano a casa tenendo in mano un ramuscello di bambù. Questo rastrello, chiamato kumade (zampa d’orso), è decorato con finti libri contabili e con figure di carta delle divinità della fortuna, della tartaruga della gru e d’altri simboli di successo e di prosperità e il rastrello stesso, nella sua qualità di strumento usato per riunire le cose, favorisce la raccolta e la riunione di tutto quanto ha valore in questa vita. I gestori di ristoranti e di locali d’intrattenimento acquistano e espongono un tipo di rastrello più grande. L fiera si tiene a Otorijinshia, a Shitaya, a Tokyo e in uno o due altri luoghi.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)
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SETSU-BUN decimo mese

SETSU-BUN decimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Ottobre

Il ventesimo giorno del decimo mese del vecchio calendario era quello scelto dai mercanti e negozianti per una festa sotto la protezione di Ebisu, il Dio dell’Abbondanza e protettore dei commerci. Ad un’estremità della stanza in cui si riunivano per passare la serata, era appesa una raffigurazione di Ebisu, con un enorme pesce persico sotto il braccio e una canna da pesca in mano.

A lui veniva offerto il suo pesce preferito, il tai – una specie di persico – , frutta sake, panetti rotondi di mochi. Col procedere della festa qualcuno afferrava una qualsiasi cosa che fosse a portata di mano – una tazza una ciotola -, e tenendola in alto, ne richiedeva un immaginario prezzo esorbitante, supponiamo 100 o 1000 dollari; qualcun altro accettava l’offerta, e il finto affare era concluso tra battimani, pochè questa tradizione è considerata presagio di successo nella trattazione di veri affari nel futuro.

Ottobre è il mese più importante per la raccolta del riso.
Il riso migliore cresce nel sud del Giappone, e la stampa qui inserita mostra il procedimento di rimozione della pula dai grani di riso, così come avviene in un distretto dell’isola di Kyushu.
Il mortaio che si vede nell’angolo a destra, chiamato umato-usu, perchè viene fatto girare da un cavallo (uma), è costruito con legno, bambù e argilla. Sui cilindri fatti di argilla, sono inserite logitudinalmente delle stecche di bambù, così che col ruotare di quello superiore la pula viene rimossa dai grani di riso. L’insieme di riso e crusca che cade dal mulino è potato alla macchina chiamata tomi, che si vede alla sinistra del disegno, dove una corrente d’aria prodotta dal girare di una ruota fa volar via la crusca. Poichè il riso, anche se ripulito, contiene grani non mondati, lo si porta al mangoku, che dalla nostra stampa si vede un pò oltre il tomi, un setaccio di fili di rame attraverso le cui maglie solo il seme mondato ricade.

Il riso rimasto è riportato al mulino per essere risottoposto al primo procedimento, mentre quello pulito lo si versa in ceste di paglia chiamate tawara, con una misura in legno chiamata masu, come si vede nell’angolo a destra, in alto, del disegno. Nello spazio di vetiquattro  ore può essere mondato e insaccato riso per circa novanta sacchi. In Kyushu, 35 sho valgono un tawara, ma a Tokyo un sacco contiene generalmente 40 sho
In passato, i nobili proprietari terrieri (daimyo) riscuotevano le loro rendite in riso, e il raduno annuale dei contadini per il pagamento delle loro imposte era un’occasione importante. I sacchi, prima di essere portati nei magazzini dei daimyo, erano accuratamente pesati, e se qualche sacco non sembrava del giusto peso, se ne misurava il contenuto. Se la misura dimostrava che il peso era scarso l’uomo che aveva portato il sacco cadeva in grave disgrazia, fino da essere aspulso dai suoi compaesani.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)
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SETSU-BUN nono mese

SETSU-BUN nono mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Settembre

Durante l’epoca antecedente la Restaurazione, era usanza indossare indumenti imbottiti (wata hire) dal nono giorno del nono mese, e zoccoli (tabi) dal decimo giorno, ma poichè Settembre, il nono mese del nuovo calendario, è il mese caldo, le vecchie usanze non vengono più rispettate.

Il nono giorno del nono mese era una festa chiamata Choyo no sechiye o Kiku no sekku, nel corso della quale le persone, sperando di allungare la propria vita e di allontanare le calamità, bevevano sake aromatizzato con fiori di crisantemo (kiku), chiamato quindi kiku sake. E si mangiavano castagne, talvolta mescolato con riso bollito; ma l’attuale calendario non può affrire né castagne né crisantemi, così l’usanza è scomparsa. Il tredicesimo giorno del mese la gente in generale e i poeti in particolare, si facevano in dovere di ammirare la luna, i primi facendone offerte di dolci di riso (dango), egli altri componevano versi in suo onore. Quest’usanza viene fatta risalire a circa 1000 anni fa, durante il regno di Uda Tenno.
Uno dei maggiori divertimenti in Giappone è la lotta, e sebbene sia praticata in ogni periodo dell’anno a Tokyo e in altre grandi città, l’autunno è la stagione in cui gode il maggior favore in tutto l’impero.

Setsu-bun-9/2-Duecieli

I lottatori professionisti sono uomini enormi, che acconciano i loro capelli come i toreri spagnoli, in modo diverso dalla maggioranza delle persone. Sono divisi in squadre, ciascuna con un capo che istruisce nell’arte i seguaci, e queste squadre si spostano da un luogo all’altro. A Tokyo le competizioni avvengono generelmente all’Ekoin, per il periodo di dieci giorni ogni volta. L’arena è sopraelevata, racchiusa in doppio cerchio di sacchi di paglia riempiti di terra sedici sacchi nel cerchio interno e venti in quello esterno; quattro pilastri, sostenenti il tetto, vanno appese nelle parte più bassa delle coperte rosse fasciate di bianco, nella parte superiore sono colorate di verde, rosso, bianco e nera rappresentazione della primavera, dll’estate, dell’autunno e dell’inverno. Vengono preparati due mastelli d’acqua, sale e fogli di carta, e due ventagli, un arco e una corda d’arco sono attaccati a uno dei pilastri, e costituiscono i premi delle gare finali. I lottatori sono divisi in una squadra est e una squadra ovest. Dopo che il giodice ha espletato alcune formalità d’apertura, egli chiama per nome due combattenti delle squadre rivali, che quindi avanzano e si accosciano sui talloni. Ad un segnale del ventaglio rotondo in mano al giudice, i contendenti si alzano in piedi e si abbrancano l’un l’altro, e alla fine di ogni scontro il giudice indica con il suo ventaglio il lato al quale appartiene il vincitore. Un modo di impiegare lottatori ormai a riposo è di usarli come arbitri per comporre discussioni e dispute che talvolta nascono tra i più giovani, liti nei quali gli uomini di muscolatura normale non amano interferire.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)
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LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

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LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

Per acquisire le dieci Virtù è indispensabile unirsi al “cuore dei fiori” hana no kokoro e al “cuore del tutto”.
E’ dunque comprensibile che nel corso del lavoro siano vietate ogni conversazione e ogni attività rumorosa, che turberebbero la quete dell’ambiente.Ma non si tratta solo di evitare tutto ciò che può disturbare lo spirito e impedisce la concentrazione. in questo modo si vuole ricordare il significato originario della composizione dei fiori, che era prima di tutto una cerimonia religiosa.
Da ciò deriva anche la rigorosa osservanza della pulizia e dell’ordine. In origine, il locale riservato alle conposizioni era sacro.(…)
Lo zen e l’arte di disporre i fiori
Gusty Herrigel
Ed. SE
Titolo originale
Zen in der Kunst der Blumenzeremonie

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SETSU-BUN ottavo mese

SETSU-BUN ottavo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Agosto
Prima della caduta del governo degli Shogun, all’inizio del regno attuale, il primo giorno dell’ottavo mese era considerato giorno di vacanza, specialmente a Yedo, così era chiamata Tokyo, poichè quello era il giorno in cui, nel diciottesimo anno del periodo Tensho (1589) Iyeyasu, primo Shogun della dinastia Tokugawa, fece il suo ingresso per la prima volta nella città. Questa festa è tuttora celebrata dai proprietari terrieri con il nome Hassaku.

Il quidicesimo giorno dell’ottavo mese del vecchio calendario,la gente usciva ad ammirare la luna piena, e faceva ad essa offerte di dango, un dolce di riso, fagioli e zucchero. Lo sport conosciuto come <>, in giapponese Tsuna hiki, offriva un’occasione di divertimento la sera, per i ragazzi dei villaggi rivali o a bande avversarie dello stesso luogo, e talvolta anche persone adulte si univano al gioco. Ogni squadra si muniva di una grossa fune di paglia di riso, con in cappio ad un’estremità: veniva introdotto un bastone attraverso i due cappi, in modo da unire le funi, dopo di chè le due parti potevano cominciare a dar strattoni. Quella delle due squadre che veniva tirata oltre la linea di divisione era derisa e schernita. E la stessa vergogna ricadeva sulla squadra alla cui fune succedeva di rompersi durante lo sforzo. Questa pratica appartiene al passato.
Dalla metà di luglio alla metà di agosto gli agricoltori vivono un periodo di inquietudine, perchè le loro piantagioni di riso potrebbero morire per mancanza d’acqua se non dovessere piovere per un lungo periodo di tempo. In tale emergenza, i cittadini pagano un monaco Shinto perchè implori il dio locale affinchè faccia piovere, e se questa richiesta risulta inefficace, gli abitanti di parecchi villaggi si uniscono a formare una processione preceduta da grandi tamburi, uno o due dei quali si trovano in ogni villaggio, e uomini, donne e, talvolta, bambini inscenano semplici pantomime che fanno parte del rito propiziatorio.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

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SETSU-BUN settimo mese

SETSU-BUN settimo mese

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Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Luglio
In Giappone la stella Vega è conosciuta con il nome di “Tessitrice“(Shokujo), e il 7 di luglio si festeggia Tanabata matsuri, la festa del Tessitore e del Mandriano, poichè con questo secondo nome indicano una stella della costellazione dell’Aquila, chiamata in giapponese Kengyu.

Questa festa veniva rigorosamente osservata perfino a palazzo, prima dell’introduzione del nuovo calendario, ed è ora celebrata in una misura minore a Tokyo e in altre grandi città. In parecchie zone è molto popolare e studenti e studentesse preparano dei fusti di bambù con molti rami, ai quali vengono attaccate striscie di carta con versi che parlano di quelle stelle a cui sono dedicate, e capi di abbigliamento ritagliati nella carta.

Ragazzi e ragazze credono che questo li porterà ad una grande abilità nelle rispettive arti dello scrivere e del cucire. Ai giovani è offerto un ricevimento nella loro scuola, e la gente mangia della pasta tipica di semola di riso, simile agli spaghetti, che viene bollita e poi gettata in acqua fredda. Si racconta che l’usanza della celebrazione di questa festa abbia avuto inizio più di mille anni fa.

Dal 13 al 15 Luglio si celebra una ricorrenza dedicata ai defunti, chiamata Shoro matzuri o Urabon. Nelle case si appronta uno scaffale provvisorio per sostenere tavolette di legno, sulle quali sono registrati il nome postumo e la data di morte degli antenati e dei parenti della famiglia. A essi si fanno offerte di frutti, di dango (dolce di riso) e fiori, e si pagano monaci buddhisti perchè recitino preghiere tratte dai loro libri. La sera del 13 si accende un fuoco di steli di canapa, chiamati ogara, fuori della porta di casa, come benvenuto per gli spiriti dei defunti, e si pone un barile pieno d’acqua affinché possano lavarsi i piedi.

Durante la festa, la gente si reca ai templi biddhisti dove vi sono luoghi di sepoltura , e là si prende cura delle tombe e appende lampade di forma particolare. Il 16 del mese il ripiano provvisorio viene tolto e gettato in un fiume, insieme con le offerte, e la sera si accende un fuoco davanti alla casa, per aiutare gli spiriti dei defunti a trovare la strada del ritorno. Si dice che questa pratica continui da oltre 1200 anni.

Dal 15 al 17 i servitori sia maschi che femmine hanno il permesso di far visita alle loro famiglie, chiamato yabu iri o yadori, così come vien loro accordato il 15 e il 16 di gennaio.
La festa conosciuta come Kawa biraki, o Apertura del fiume, era anticamente celebrata nella città di Tokio la sera del 28 di Maggio, ma ora si tiene in sere differenti del mese di Luglio. In questa occasione, il fiume Sumida si ricopre di barche, le case lungo le rive e il ponte Ryogoku bashi sono affollati di cittadini di Tokyo, impazienti di assistere ad un’esibizione di fuochi d’artificio dei famosi fabbricanti Tamaya e Kagiya.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

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IL QI, ENERGIA VITALE

IL QI, ENERGIA VITALE

Oggi vorrei introdurre un concetto che nella nostra mentalità occidentale spesso viene trascurato, qualche volta deriso. Quando qualcuno ti chiede: “di che cosa ti occupi?”,cerchi di spiegarlo prendendola un po’ alla larga; discipline bio-naturali, arti orientali, zen, meditazione, ecc. Hai l’impressione che vedano di fronte a sè un omino verde con le antenne; ma in realtà l’energia vitale esiste, e può essere sviluppata e potenziata da chiunque. Vediamo come.

Il QI (chi) o energia vitale, è quel potenziale che tutti noi abbiamo, ma che molti di noi non riescono a comprendere e sviluppare perfettamente.

L‘energia è studiata anche nella fisica quantistica: la teoria della relatività dimostra che la realtà non è come la vediamo o come istintivamente appare, ma è assai diversa. Attraverso i nostri cinque sensi la percepiamo come un’entità statica, ma in realtà tutto è in continuo movimento. In effetti, ogni fenomeno del reale è il frutto del dinamismo tra materia ed energia, che si trasformano continuamente l’una nell’altra; tutto questo secondo la legge della relatività di Einstein, la quale stabilisce che l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce: la famosa formula E=mc2.

Possiamo anche ribaltare il discorso iniziale. Chi si definisce uno studioso della materia, per esempio un fisico teorico, spesso ti inquadra come un visionario.
Dunque mi chiedo: dato che tutte due le fazioni ti definiscono allo stesso modo, pur parlando in modi diversi, come mai non vieni compreso (e accettato) né dall’una né dall’altra?

A mio parere il motivo è che tu non scegli uno solo tra i due concetti ma li unisci in un unico concetto: quella forza cosmica che tutte e due le teorie definiscono ENERGIA, tu la trasformi e la porti al livello del lavoro interiore e diretto, che produce un immediato beneficio sia fisico che mentale.

IL QI, ENERGIA VITALE-Duecieli1

Ma ora passiamo alla parte PRATICA: come sviluppare il tuo QI.

Nei miei laboratori di Qi Gong il lavoro primario è concentrato non solo sugli esercizi fisici ma in primis sulla respirazione: la ritengo importante a tal punto, che senza di essa non si può riuscire ad entrare in profondità nello spirito, inteso come “energia che scaturisce dalle più intime profondità del nostro essere”.

Il lavoro di respirazione è basato in particolare sulla cosiddetta respirazione diaframmatica; l’attività sul diaframma è molto profonda, sia in fase di inspirazione, che in fase di espirazione: in questa seconda fase lascio il diaframma parzialmente aperto. Questa è una tecnica che pratico personalmente con regolarità, mi permette di riuscire a rilassare il corpo e la mente, in modo da eliminare velocemente tutti i disagi mentali e fisici.

Quindi: che cosa puoi fare per raggiungere quell’equilibrio mentale e fisico che ti aiuta nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nei rapporti interpersonali, e soprattutto nel rapporto con te stesso?
Inizia a praticare regolarmente il Qi Gong, e sicuramente troverai la tua via.

Se vuoi commentare e ampliare la discussione sei il benvenuto.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Puoi leggere anche:
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione/
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SETSU-BUN sesto mese

SETSU-BUN sesto mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Giugno
Nelle campagne del Giappone, le principali celebrazioni religiose si tengono generalmente in autunno, ma nella capitale, e in altre grandi città, esse hanno normalmente luogo in estate.

La stampa in alto offre un’illustrazione della celebre festa Sanno, che ha luogo a Tokyo ogni due anni il 15 di giugno, e si tiene in onore di Oyomagui no kami, in Dio delle Montagne. Un carro chiamato mikoshi, recante uno specchio e delle striscie di carta dette goheti, è tratto fuori dal tempio, ed è trasportato a spalla per le strade, dopodichè è lasciato temponareamente in un luogo riparato per un paio di notti. Da alcune delle strade principali avanzano carri addobbati, denominati dashi, trainati da buoi, alcuni recanti figure di grandi uomini, di scimmie, di spade ecc., mentre su altri si trovano gruppi di bambini e bambine, che rappresentano azioni teatrali nei momenti in cui, di tanto in tanto, il carro si ferma. Al seguito di questi carri, si muovono processioni di bambini in abiti graziosi, e nei cittadini c’è una grande eccitazione diffusa, insieme con la nomenclatura per quanto riguarda le spese necessarie per un tale apparato, che lascia, si dice, alcune persone in completa bancarotta.

Agli orli dei tetti si appendono tondi lampioni di carta, e, in alcune strade, vengono allestiti palcoscenici provvisori sui quali uomini mascherati si esibiscono in rappresentazioni teatrali al suono di tamburi e flauti. Nel disegno, il carro allegorico (dashi), che si vede in alto, reca l’immagine di una scimmia che tiene un mazzo di striscie gohei, mentre quella sulla destra ha l’immagine dell’imperatrice guerriera Jingokogo, che regge sulla mano un arco. Ciascuno dei lunghi stendardi reca la scritta Hiye Sanno Gosairei (festa di Hiye Sanno).

Il trenta di giugno cade una festa religiosa shinto, chiamata Nagoshi no harai. Un monaco distende una stuoia al suolo, vicino al ruscello o ad una botte d’acqua, dispone dei pezzi di bambù in cui sono inseriti dei gohei, e quindi procede ad esorcizzare gli spiriti del male. La gente ritaglia figure e indumenti dalla carta, e quindi li porge, insieme con un’offerta di riso o di frutta, al monaco, il quale innanzi tutto pratica un esorcismo e poi getta i pezzi di carta nell’acqua, allontanando così si suppone, malattie e spiriti maligni, che potrebbero altrimenti agredire gli offerenti. Coloro che prendono parte alla cerimonia, che è praticata in tutto il paese sebbene non con lo stesso rigore ovunque, debbono passare attraverso un cerchio di canne, denominato chinowa.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

 

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JO HA KYU in MA

Introduzione al MA nella scuola DUECIELI e nel dojo NITEN ICHI RYUHAYATE

JO HA KYU in MA

Struttura formale

Jo: introduzione

Ha: sviluppo

Kyu: finale

L’inizio era teorizzata nella struttura di “Gagaku” la musica di corte estesa in un secondo tempo a tutte la arti giapponesi.

In ogni gesto si nasconde un’immagine, la funzione di “MA“, in questo caso è collegare queste due realtà, tra un gesto che può essere tecnico, o una canzone, un racconto, molto ben visibile nella rappresentazione di storie attraverso il teatroNO“, è il tempo che trascorre tra uno e l’altro che per noi è solo una interruzione senza significato, per la cultura giapponese è invece profondo e fondamentale, nell’arte che rappresento lo Iaijutsu e il Kyudo questo è molto evidente.

Viene in mente la tecnica di zanshin, (il continuo del gesto, oltre il gesto), in questo caso è la congiunzione tra un gesto e l’altro, in un contesto più approfondito, più filosofico e articolato, si definisce anche come vuoto che nella nostra visione si scambia per il nulla è invece pieno.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Intuito: il tuo alleato nascosto

Il racconto personale di un praticante di iaido del dojo Niten Ichi Ryu; un’immagine che rappresenta  ciò che gli allievi percepiscono nel cammino all’interno dell’esperienza nelle arti giapponesi.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Intuito: il tuo alleato nascosto

La nostra cultura ha una base illuminista, dove ogni aspetto della vita e della conoscenza deve essere razionale per poter esser considerata reale. Io stesso ho una formazione scientifica & matematica e sono conscio dell’importanza della ragione e del metodo scientifico. Quello che ho imparato è che questa è anche una nostra limitazione perché abbiamo abolito l’intuizione. Tutto ciò che non passa al vaglio della mente razionale per noi non esiste. In tal modo neghiamo ciò che sentiamo, intuiamo, percepiamo. Ma è proprio ciò che non è razionale che funge da carburante per la nostra vita, sa cosa è giusto e meglio per noi (non per forza bello, ma giusto).

Così se si vuole fare il grande passo dalla tecnica esteriore (tatemae – 建前) all’essenza interiore (honne – 本音) è necessario ri-scoprire la scintilla dell’intuizione, quella vocina che ti ispira, i cui suggerimenti non possono essere analizzati con la mente razionale. Puoi solo constatare che ciò che ti suggerisce ti guida verso i tuoi obiettivi. Come raggiungere questa consapevolezza e fiducia? Passando dal corpo e dal gesto fisico. Con la pratica di un’arte corporea (come lo iaidō, il kyudō, il qì gōng, o qualsiasi altra arte) si scopre che il nostro corpo sa come muoversi. Ha già memorizzato dentro di se questa informazione. Siamo noi che con la parte razionale lo deviamo dalla retta via. Ed è solo con la percezione di se stessi (non solo come corpo, ma come tutt’uno tra mente, fisico e spirito) possiamo muoverci con un’armonia che con la sola tecnica non è raggiungibile. Questo perché’ è necessaria una sincronia, un movimento all’unisono di tutte le parti del corpo, che nemmeno un direttore d’orchestra come il cervello può dirigere in modo corretto.

Provare per credere

Claudio C.

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LA DANZA E LO IAIDO

In questo racconto di una praticante di Iaido vedo una dolcezza, una serenità e lucidità rara, un collegamento che sembra così distante, ma che Carla riesce molto bene a collegare.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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LA DANZA E LO IAIDO

Due manifestazioni di una funzione che si esprime in modo apparentemente diverso, ma, in realtà, simile.
Venere e Marte che tuffano lo sguardo l’una nell’altro, intendendosi, nella loro complementarietà.
Entrambe le discipline basano i loro codici ed i loro canoni su di un egual strumento: il corpo umano. Leggi di natura ne definiscono le potenzialità ed i limiti.

Il lavorare per plasmare la materia affinché risponda ad esigenze di elasticità, vigorosità e resistenza richiede costanza, determinazione e presenza mentale.
La tenacia per perseguire questi obiettivi non muta le sue regole, se il risultato finale deve essere un combattimento o, un forse un più effimero, balletto.

Aldilà dello scopo ultimo, si può cogliere comunque la preziosa opportunità offerta dal lavoro di corpo, mente ed anima, che in questa sede, imparano a riconoscersi e a collaborare.
Spesso ci si può stupire di quanto il fisico possa essere insegnante di una mente troppo strutturata, troppo sazia. Placa così le voci dei pensieri che si rivelano chiassosi e dispersivi.
L’esercizio sordo ed umile del corpo fa sfiorare così un po’di quiete. Quiete capace di modulare e trasformare, con discrezione, quasi in punta di piedi, la frequenza del nostro umore, tanto da rendersene conto solo al termine della pratica, quando ci si distoglie da quella particolare condizione dell’essere assorti.

In ambedue si ricorre anche all’ausilio di mezzi esterni.
Nell’arte di Tersicore, lo specchio è l’inesorabile giudice che mette in evidenza difetti di postura, linea ed espressione.
Nello Iaido, la spada, con la propria “voce”, svolge il medesimo ruolo.
Si raffinano infatti i sensi, ed anche l’udito puo’ svelare un taglio impostato male al suo sorgere.
Ovviamente , indispensabile si rivela la figura di riferimento, il maestro, chiamato a correggere la “disarmonia” con la giusta fermezza ed il giusto incoraggiamento a proseguire nella via.
Si può anche osare, per la loro affinità e predisposizione, ricorrere all’ausilio di queste discipline per tentare di incamminarsi nella ricerca della consapevolezza, sperimentando l’eterno presente.
Il nostro passaggio su questo pianeta ci offre questa opportunità, che può rivelarsi anche un viaggio interessante, mai sganciato dalle dinamiche del quotidiano.
Antiche arti che, lavorando sull’elemento umano, insegnano lezioni sempiterne.

CAT (LACARLA)

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LA RESPIRAZIONE

Personalmente do molta importanza alla respirazione diaframmatica, sia per lo Iaido, il Kyudo e il Qi Gong che per la vita quotidiana, un lavoro della nostra scuola, Duecieli e dei dojo Niten Ichi Ryu e Hayate

LA RESPIRAZIONE

In oriente la respirazione è fondamentale, nella vita quotidiana, fin dai tempi antichi, in Giappone con l’avvento del buddhismo si è accentuata la ricerca di una respirazione ancora più sofisticata abbinandola anche alle varie arti, Shodo, Kyudo, Iaido, Qi Gong, Ikebana, Haiku, Cha no Yu, ecc.

La concentrazione della mente “Samadhi“, mette in ordine mente, corpo e respiro: “Nai San Go“.
Tutto si lega in un unico momento, questo avviene solamente conoscendo il modo di respirare corretto, il “Ki” è inteso come energia vitale dentro e fuori di noi, lo stato da raggiugere: “Sen Ki Nai Ko“; il “Ki” è l’energia che circola in noi e che riequilibra, porta ad uno stato di pace e allontana i malesseri fisici e psichici.

L’apertura del diaframma aiuta l’espansione dei polmoni, un riempimento maggiore della cassa toracica e di conseguenza maggior flusso di ossigeno nel
 sangue, che viene distribuito non solo nella parte muscolare e tendinea, ma anche al cervello, favorendo non solo una risposta più veloce nell’apprendimento ma anche serenità del pensiero, ” La mente vuota, la mente senza catene“, questo porta ad essere più protetti anche dalle problematiche fisiche.

Vincenzo CESALE

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SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

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SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

Sindrome da esposizione al pubblico: “sociofobia su base prestazionale”.

Intendiamo, con con questa definizione, il disagio da esami, prestazione orale o fisica:  è una situazione molto diffusa, che porta a non avere più il controllo sia fisico sia mentale sulla situazione in atto; tanto più è importante, tanto più il disagio aumenta,  dallo “stato di comprensione” fino ad “ansia, panico, terrore” dove il cervello non è più collegato al resto del corpo, gli arti non ricevono più nessun ordine per la loro funzione motoria, la mente è completamente inerme, si hanno forti tremori, atteggiamenti nervosi con sorrisi isterici, perdita del controllo della parola, balbuzie.

Come può avvenire il controllo di questo problema? La cura con farmaci allopatici, ha effetti collaterali anche molto invasivi, personalmente sono contrario, avendo l’alternativa di raggiungere risultati molto significativi con un lavoro mirato; posso descrivere quello che insegnavo nei corsi di difesa personale, sul controllo della mente attraverso la respirazione diaframmatica; abbassando il bacino e portandolo prepotentemente verso il pavimento con una forte dilatazione del ventre nell’inspirazione, diamo al diaframma la possibilità di espandersi e di conseguenza ai polmoni di dilatarsi il più possibile e inviare molto ossigeno al sangue , irrorando il cervello in modo  da poterlo riattivare; così facendo iniziamo a reinvertire le quattro fasi: terrore – panico – ansia – stato di comprensione.

Sviluppare l’abitudine ad affrontare i momenti che portano a questi disagi, ci può aiutare a soffrirne meno; sarebbe utile, inoltre, seguire dei corsi specifici che portino a potenziare le capacità di gestire le emozioni.

 Vincenzo CESALE

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IL VIAGGIATORE E IL TURISTA

IL VIAGGIATORE E IL TURISTA

Durante una lezione, il maestro raccontò un aneddoto per descrivere in modo raffigurato lo spirito d’animo che possiamo assumere durante la pratica (e per esteso in ogni momento della nostra vita).

Quando una persona inizia un viaggio può affrontare l’avventura con due atteggiamenti: quello del viaggiatore e quello del turista.

Il turista è colui che quando parte pensa al momento in cui arriverà a destinazione. E appena raggiunge la propria meta pone la propria attenzione quando tornerà a casa.

Il viaggiatore è colui che sin dalla preparazione del viaggio fa attenzione a tutto ciò che lo circonda: persone, compagni di viaggio, persone autoctone dei villaggi che visita, paesaggi naturali e costruzioni umane dei luoghi visitati.

La differenza sostanziale tra i due atteggiamenti consiste nel fatto che il viaggiatore riesce a scambiare pensieri, esperienze, insegnamenti ed anche energia con tutti i luoghi e le persone che incontra. Dall’altra parte il turista avrà solo una visione superficiale senza un vero e proprio scambio costruttivo con gli altri.

Lo stesso atteggiamento lo si può avere in tutto ciò che si compie durante la giornata quotidiana e anche durante la pratica della propria disciplina. E così si ottiene che ogni singolo movimento è composto da una miriade di altri movimenti. E per ognuno di loro è possibile, o necessario, porre l’attenzione al momento presente (e alla forza vivente, come dice Obi Wan Kenobi di Guerre Stellari). E per raggiungere questo traguardo è necessario acquietare la mente (koshin), fare il vuoto (mushin). E il bello è che questi obiettivi utopici ci inducono al perenne cammino.

Pubblicato da Claudio Cavallero a 08

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LA FORZA DEL SORRISO

Il racconto di questo praticante di iaido della nostra Scuola, Umberto, evidenzia come l’atteggiamento mentale rilassato rappresenti la migliore arma contro la frustrazione. Se una persona agisce mentre si sente frustrata (= rabbia), non ha le capacità per esprimere la propria forza interiore; invece ogni volta in cui riprende il controllo attraverso la calma della mente, giunge con facilità a trasformare il modo di agire, rivelando le proprie piene potenzialità ( = grinta).

Vincenzo CESALE

dojo Niten Ichi Ryu

metodo “Essere Grinta

LA FORZA DEL SORRISO

Lo iaido, quasi per definizione, è spesso descritto come la ricerca di se stessi, il perseguimento della propria perfezione ed il miglioramento ( o come per molti accade, la COSTRUZIONE) del proprio equilibrio psico-fisico.

Tutte queste parole però possono suonare eccessive, poco credibili e falsamente altisonanti per chi non conosce la disciplina o se ne avvicina distrattamente; come di consueto però la realtà è molto più semplice della teoria.

Quello che è accaduto durante lo scorso giovedì di pratica, può essere preso come un esempio lampante del valore e dell’utilità dello iaido.

Ecco quanto accaduto. Durante lo svolgimento del sesto kata, mi sono alzato dal pavimento portando in avanti la gamba sbagliata: un errore madornale, grave quanto inatteso.

E pensare che quella sera mi sentivo particolarmente rilassato, nonostante la giornata lavorativa pesante ed estenuante. Istintivamente, avevo iniziato a svolgere i kata immaginandomi sorridente.

Chiaramente da fuori questo non si vedeva, la mia espressione al più appariva serena, eppure, dentro di me cercavo di distendere i muscoli del viso e di non stringere i denti (difetto che purtroppo mi porto dietro da anni e che lo iaido mi sta aiutanto a riconoscere).

Tornando ai kata, questo mio atteggiamento ebbe come risultato non quello di effettuare esercizi perfetti, privi di errori ed impeccabili, ma semmai, quello di fare uno iaido privo di pensieri, di ragionamenti e di continui “ronzii mentali”. Non distratto, come si potrebbe pensare, ma più naturale.

Dopo l’errore commesso, normalmente mi sarei morso la lingua, avrei guardato al cielo e mi sarei depresso continuando il kata presente e forse anche quelli successivi, con frustrazione.

Tuttavia le cose andarono diversamente e sono sicuro che se non avessi avuto un simile stato di “concentrazione rilassata”, non sarei stato capace di reagire.

Istantaneamente, senza battere ciglio, senza spezzare la respirazione e scompormi, ripresi a fare il kata, questa volta correttamente e dimostrando anche una certa sicurezza, che a detta del maestro venne percepita e quasi trasmessa anche ai miei compagni.

Sicuramente, ed è questo che vorrei sottolineare, la mia capacità di reazione e di ripresa, sono state il frutto del mio stato mentale di serenità ed il rendersi conto di questo risultato è stato assai utile anche dopo, nella sera seguente e nei giorni successivi!

È da anni che mi sento dire che la vera forza non risiede nella durezza, nella rigidità, eppure solo quel giovedì sera mi è venuto naturale sforzarmi di adottare quel tipo di mentalità; evidentemente, certi insegnamenti devono sedimentare a lungo prima di essere davvero assimilati. Insegnare sicuramente, da questo punto di vista, richiede una pazienza infinita suppongo.

Spero che questo resoconto possa permettere a chi non conosce lo iaido, di meglio comprendere le parole delle prime righe e di capire perchè lo iaido serve davvero a tutti per vivere meglio e fare continue scoperte sul proprio conto, conquistando piccole “verità” che sono spendibili a casa, in famiglia, al lavoro e sopratutto, verso sè stessi.

Umberto C.

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IL DOJO

IL DOJO

IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento. Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, anche ai praticanti è richiesto di provvedere alla sua pulizia, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA

Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

1. OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

2. URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito. Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.
Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:
TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
 e
 HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente. 
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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IL RADICAMENTO

Il racconto personale di un praticante di iaido del dojo Niten Ichi Ryu; un’immagine che rappresenta  ciò che gli allievi percepiscono nel cammino all’interno dell’esperienza nelle arti giapponesi.

Vincenzo CESALE

IL RADICAMENTO E LA LEGGEREZZA DELLA MENTE

Quando si percorre un cammino personale ed intimistico si cerca l’aiuto di chi in questo cammino ci ha preceduto. E poiché il linguaggio da utilizzare è quello “dal cuore al cuore” (i shin den shin – 以心伝心) per il maestro (sensei – 先生) è a volte difficile spiegare i concetti che possono apparire contrastanti tra loro e che molto spesso sono dissonanti dal nostro modo di vedere alcuni aspetti della vita e della persona. Per questo motivo molto spesso si fa riferimento ad immagini della natura per descrivere stati emozionali, psicologici e/o fisici.

Questo è proprio ciò che accade quando si desidera trattare l’argomento del radicamento a terra, sia dei piedi (ashi – 足), dell’anca (goshi – 腰) e del respiro (kokyu – 呼吸). Se poi questo concetto, già di per sè per noi molto complicato, lo associamo alla mente vuota (mushin – 無心) tutto diventa ancora più arduo. Quindi la figura naturale che meglio fa convivere questi insegnamenti in un’immagine è “Affonda in profondità con i piedi e con l’anca come le radici di un albero. E la tua mente sia flessibile come le foglie al vento”. Si può azzardare ancora di più: “Sii radicato a terra come una piuma che fluttua nell’aria”

Ma queste metafore non fanno altro che esprimere una sensazione ed uno stato molto speciali, che una volta provati si desidera mantenere costantemente con noi ed in noi. Infatti il radicamento fornisce una forza notevole, perché si attinge dalla terra. Allo stesso tempo la mente vuota permette di essere leggeri e rapidi, sia nei movimenti che nelle risposte agli stimoli esterni.

Per raggiungere questi stati inesplorati è necessario percorrere vie mai battute: concentrazione sull’anca, respirazione profonda e lasciare libera la mente; fidarsi del proprio corpo e del proprio intuito; percepire le proprie emozioni e sensazioni. E si comprende come sia naturale radicarsi a terra, e che con la mente leggera ogni passo è semplice e senza sforzo.

Claudio C.

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MUSO SHINDEN RYU

MUSO SHINDEN RYU: la nascita di una Scuola

Dopo essermi dedicato per circa 50 anni ad esplorare il mondo delle arti marziali, in particolare quelle giapponesi, ho fatto la scelta di destinare il mio studio e le mie energie unicamente alle discipline prive di combattimento fisico. Questo perchè sento che mi danno maggiori opportunità di crescita e di espansione come individuo.

Lo scopo antico era preparare combattenti che avessero l’esperienza necessaria per affrontare un reale scontro fisico. Oggi, che non è più necessario affrontare scontri all’arma bianca, si è trasformato in Via di crescita personale, attraverso il lavoro profondo sul corpo e sullo spirito.

Una delle arti che amo di più è senza dubbio lo iaido, lo studio della spada giapponese. In particolare amo le scuole piene di memoria storica, quelle che nascono dall’esperienza reale del passato. Ho abbandonato da tempo le Scuole moderne, ideate unicamente per fini sportivi. Il Muso Shinden Ryu è una delle Scuole più antiche, ed è quella a cui ho scelto di rivolgere la mia massima dedizione, nella pratica e nell’insegnamento.

Oggi andiamo a esplorare la lunga e articolata storia delle scuole antiche di spada giapponese, scoprendo da dove arrivano e con quale percorso sono state tramandate fino a noi.

Per abitudine l’arte della Spada viene definita “iaido”, nome dato da Nakayame Hakudo o Hiromichi (1869-1958) nel 1932: si tratta di un nome generico, che raggruppa anche le scuole recenti, nate nel XX secolo; in realtà non è corretto chiamarlo in questo modo se ci riferiamo alle scuole antiche (Koryu).
Al Koryu appartengono le Scuole di cui andremo a raccontare: per questo è più giusto definirle “Iaijutsu Koryu”.

Si codificò, come lo conosciamo oggi, grazie a Jinsuke Shigenobu (1546-1621)?conosciuto come Hayashizaki Jinsuke Shigenobu. Ci sono giunte altre informazioni: circa cento anni prima, il fondatore del Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, Izasa Ienao (Choisai) descriveva lo Iaijutsu praticato con spade vere dette Shinken.

Linea gerarchica dei caposcuola

• fondatore Hayashizaki Jinsuke Shigenobu
• 2° caposcuola Tamya Heibei Shigemasa
• 3° “ Nagano Muraku Nyudo Kinrosai
• 4° “ Momo Gunbei Mitsushige
• 5° “ Arikawa Shozaemon Munetsugu
• 6° “ Banno Dan’emon no Io Nobusada
• 7° “ Hasegawa Chikaranosuke Eishin (Hidenobu)
• 8° “ Arai Seitetsu Kiyonobu
• 9° “ Hayashi Rokudayu Morimasa
• 10° “ Hayashi Yasudayu Seisho
• 11° “ Oguro Motoemon Kiyokatsu

Alla morte dell’undicesimo caposcuola si è interrotta la linea diretta di trasmissione; si sono divise linee di insegnamento diverse, come la Shimomura ha (progenitrice dello iaido moderno) e la Tamimura ha: “ha” intende un ramo staccatosi dalla linea diretta di discendenza originaria Jinsuke Eishin

SHIMOMURA HA

• 12° caposcuola Matsuyoshi Teisuke (Shisuke) Hisnari
• 13° “ Yamakawa Kyuzo Yukikatsu (Yukio)
• 14° “ Shimomura Ttsubouchi) Moichi (Seisure) Sadamasa
• 15° “ Hosokawa (Gisho) Yoshimasa (Yoshiuma)
• 16° “ Nakayama (Hakudo) (Yushin) Hiromichi
• 17° “ Hashimoto toyo
• 18° “ Saito Isamu

TAMIMURA HA

• 12° caposcuola Hayashi Masu (Masa) no Jo Masanari (Seishi)
• 13° “ Yoda (Manzai) (Sansho) (Yorikatsu)
• 14° “ Hayashi Yadayu (Seiki) Masayori (Masataka)
• 15° “ Tanimura Kame no Jo Yorikatsu (Sugio)
• 16° “ Goto Magobei Masasuke (Seiryo)
• 17° “ Oe Masamichi (Shikei)
• 18° “ Hogiyama (Okiyama) Namio
• 19° “ Fukui Harumasa
• 20° “ Kono Hyakuren Minoru (Yamamura ha)
• 21° “ Fukui Yorao

Tra le Scuole di Koryu che pratichiamo ancora oggi e a cui mi dedico, si distinguono tre vie: SHODEN, CHUDEN e OKUDEN.

• Muso Shinden Ryu (Shoden)
• Hasegawa Eishin Ryu (Chuden)
• Suwariwaza e Tachiwaza (Okuden)

Era prerogativa dei caposcuola apportare alla pratica tutte le modifiche che ritenevano opportune; essendo mancata la discendenza diretta, nel corso degli anni le scuole hanno avuto una graduale perdita di identità anche se minima: ora risulta molto più difficile trasmettere l’arte com’era in origine, anche se ritengo personalmente che sia comunque rimasto molto di quello che era l’insegnamento antico.

Vincenzo CESALE

dojo NITEN ICHI RYU
www.kyudoiaidoqigong.it

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KYUDO: IL MIO PERCORSO …

KYUDO: IL MIO PERCORSO

Oggi sono lieto di presentarvi una storia reale, la testimonianza di Cristina, di come ci si può evolvere attraverso l’ arte del Kyudo nella scuola Due Cieli di Torino
Kyudo: il mio percorso di trasformazione.

E’ sabato mattina, fuori nevica tanto, ma quando la sveglia suona, i piedi si fiondano giù dal letto. Vado a fare le mie tre ore di Kyudo settimanale al dojo NITEN ICHI RYU di Collegno: non è solo praticare un’arte marziale, è qualcosa che mi sta cambiando profondamente.
In quest’ultimo anno, nella mia vita si stanno alternando momenti davvero sconvolgenti, legati principalmente al lavoro, che mi stanno portando a dei cambiamenti radicali di abitudini e non solo. Tutto questo mi ha portato a vivere (ahimè..) anche momenti di sconforto, che sono serviti per guardarmi finalmente allo specchio. Guardarmi negli occhi e comprendere che forse era ora di dare una svolta: ogni sabato, vestita con la mia hakama, stringendo lo yumi (arco giapponese) tra le mani e incoccando le mie ya (frecce) mi guardo negli occhi, cerco di entrare in contatto con il mio sé più profondo, fino a quando le lascio andare verso il makiwara. Ogni tiro, mi sento più leggera, la mente più lucida vede certe cose diversamente e il mio corpo è più stabile.

Ogni volta che stringo l’arco, non è mai uguale alla precedente. Cosi come ogni lezione. E’ un’evoluzione: non si fanno passi avanti o passi indietro, ma ci si trasforma. Ora posso confermare con certezza, che il kyudo è ciò che ci voleva per aiutarmi a “venir fuori” correttamente, senza aggressività ma con rispetto ed armonia. Non lo so quanto tempo ci metterò, ma fosse anche tutta la vita, sarà solo un guadagno e non uno spreco di tempo.

Un arciere, ha un solo bersaglio: il suo cuore.
– Adagio del Kyudo (Arco Zen Giapponese)
Cristina
Allieva del Kyudojo HAYATE

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LO STUDIO E IL DOJO

Un importante pensiero di una praticante di Iaijutsu del dojo NITEN ICHI RYU, l’attenta analisi del lavoro profondo, che si ottiene soltanto con il supporto di un insegnante e con la partecipazione attiva e costante da parte dell’allievo/a.

Vincenzo CESALE

 Lo studio e il dojo

Lo studio e il dojo

“Il vantaggio di studiare in un Dojo,  e non sui libri o con filmati,  è quello che può accadere,  con le giuste circostanze,  di avere il privilegio di una lezione frontale.  Essere a tu per tu con il maestro può intimorire,  riempire di dubbi,  rendere insicuri e a fine lezione sembra di non essere stati capaci a far nulla.  Il vero accrescimento lo si nota a casa o durante il viaggio;  si inizia con l’ appuntare un aneddoto e si continua (con propria meraviglia! ) con pagine e pagine di scrittura.  Non si può che essere grati per quello che si è appreso. “

Stefania

Allieva di Iaijutsu Koryu

scuola Duecieli

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MURAMASA e MASAMUNE …

Muramasa e Masamune : L’antica leggenda delle due spade perfette.

Una leggenda racconta di una sfida fra Okazaki Masamune (岡崎 正宗) e Muramasa per vedere chi dei due era in grado di costruire la spada più tagliente. Entrambi crearono due spade magnifiche e decisero di metterle alla prova: le due spade sarebbero state appese a una sporgenza sopra un fiume, con la punta della lama immersa nell’acqua. 

La spada di Muramasa, la Juuchi Fuyu (10.000 inverni) tagliò ogni cosa che incontrava (pesci, foglie, il vento). La spada di Masamune, invece, la Yawaraka-Te (軟て) (mano delicata) non tagliò nulla: i pesci e le foglie passavano, e il vento soffiava dolcemente sulla sua lama. 

Mentre Muramasa lo derideva passò un monaco, che aveva osservato tutta la sfida, parlò ai due: “La prima spada è senza dubbio una spada tagliente, ma è portatrice di sangue, una spada malvagia che non fa differenza fra ciò che taglia. Può essere buona per tagliare farfalle così come teste. La seconda è notevolmente la più tagliente fra le due, e non taglia senza motivo ciò che è innocente”

Claudio

Allievo 2° dan di Iaijutsu Koryu

del dojo NITEN ICHI RYU (Università Duecieli)

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SETSU-BUN terzo mese

SETSU-BUN terzo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

 

Quando l’nverno si trasforma in primavera

Marzo
Il 3 marzo, festa chiamata jomi no sechiye, nelle case in cui vive una bimba che ha meno di sette anni, si allestisce una bella mostra di bambole e piccole statue, chiamate Hinanomatsuri.

Le figurine, che sono vestite con costumi dei tempi passati, sono sistemate in varie file, e si da il posto più alto alle figure dell’imperatore e dell’imperatrice mentre, sotto di loro nei livelli più bassi, vi sono i guerrieri, le dame di corte, i musicisti ecc.. Alla base sono sistemati modellini degli oggetti necessari ad una sposa che va ad abitare nella casa del marito un cassettone (tansu), una lunga cassa per la biancheria da letto (nagamochi), un appendi abiti (iko), uno specchio su sostegno, e così via.

Le grandi bambole, usate di solito per giocare, fanno parte della mostra, così come un modello del piccolo carro trainato da buoi usato dai primi imperatori. Grandi focacce a forma di diamante, chiamate Kosamochi, fatte di riso e di artemisia bollita, sono offerte alle statuine, e vengono date a quei parenti e amici che hanno regalato le bambole. L’origine di questa festa non è nota, ma si suppone che risalga a oltre 900 anni fa.

Lungo le coste, ma specialmente in alcuni luoghi di quella orientale, come Sumiyoshi no ura, Sakai no ura, Shiba ura e Shinagawa, la gente si diverte a pescare crostacei e lo chiama shiohi gari. Folti gruppi di uomini, donne e ragazzi escono in barca il mattino presto, aspettando che la marea si abbassi, e quindi scendono alla ricerca di crostacei di varie specie,con i quali tornano trionfanti, quando il flusso dell’alta marea li riporta a terra.

All’epoca dell’equinozio di primavera (higan), i capi famiglia preparano il bota mochi, focacce tonde di riso bollito, coperte con un impasto di fagioli e zucchero chiamato an; il dango, dolce a forma di gnocco, fatto di riso, fagioli rossi e zucchero, e altre vivande simili, e offrono questi dolci alle immagini del Buddha o li distribuiscono tra amici e parenti.

Nella ricorrenza dei defunti, è usanza da parte dei parenti della persona deceduta offrire riso bollito, pasticcini e altro cibo allo spirito del defunto, e chiedere ad un monaco di leggere ad alta voce versi dei libri sacri buddhisti. Si crede, tuttavia, che quelle anime che non hanno parenti che si occupano di loro, siano affamate, e così in questo periodo dell’anno i monaci buddhisti compiono per sette giorni la cerimonia Segaki, “il nutrire gli spiriti affamati”, in cui si recitano preghiere e si offrono riso bollito, pasticcini ecc. a quelle ombre altrimenti dimenticate.
SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

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IL DOJO

IL DOJO
IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento.
Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA
Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito.

Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.

Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:

TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
e
HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente.
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
www.duecieli.it

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IL QI GONG

Il QI GONG è una filosofia

Questo è un mio personale pensiero, che vorrei condividere con tutti i praticanti, gli insegnanti, maestri Qi Gong e appassionati, della nostra scuola, duecieli.

Non è una ginnastica, non è yoga, non è tai chi, non è step, non è spinnig, non è pilates, non è stretching ecc.

I Qi Gong è un modo di vivere, è un lavoro personale del corpo, della mente, dello spirito, un trasformatore di rabbia in grinta, vista come forza positiva; un percorso di una lunga vita serena.

E’ FILOSOFIA, SENZA NON ESISTE IL QI GONG.

Vincenzo CESALE

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SEMINARIO IAIJUTSU KORYU

Seminario di Iaijutsu koryu a Chivasso 31/01/2016

Condotto dal M° Vincenzo CESALE, organizzato dal M° Mario Di Prima

Un ringraziamento a tutti i partecipanti, coinvolti in un lavoro intenso, con un notevole  spirito di volontà.

Niten ichi ryu

Altre immagini alla pagina Foto e video “IAIDO foto”

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IL GESTO ATTIVO

Il gesto attivo

In alcune scuole di iaidō (居合道), quale ad esempio la Musō Shinden-ryū (夢想神伝流) praticata nel nostro dojo, viene posta una grandissima attenzione alla precisione del gesto.

Questo perché è una scuola antica (scuola koryū – 古流, come il kyudo – 弓道) il cui scopo era l’addestramento per le sfide reali nella vita quotidiana (ed anche le battaglie dell’esercito). Proprio per questa sua finalità pratica da cui dipendeva la vita del samurai stesso, l’attenzione non viene posta solo ai movimenti afferenti ai tagli, ma anche a tutti i gesti che li precedono e li seguono. Infatti per la cultura giapponese è molto importante l’atteggiamento globale nella pratica di qualsiasi arte, sia essa la spada, la cerimonia del the (Cha no yu – 茶の湯) o l’arte della scrittura (Shodō – 書道). E non solo nella qualità tecnica, ma anche (e soprattutto) per quanto riguarda lo spirito e la presenza con cui si esegue tutto il lavoro. Per poter raggiungere questa raffinatezza e questo livello profondo di lavoro è necessario che ogni singolo movimento sia controllato. Ma non nel senso che diamo noi a questo termine, ovvero di “castrato” e mortificato. Al contrario, deve essere pieno della personalità di chi lo esegue. E facendo ciò il praticante diventa consapevole del gesto stesso. E per far questo è indispensabile che ogni gesto sia compiuto e visto in modo attivo dal praticante.

L’esempio più semplice con cui si riesce a trasmettere questo concetto è il movimento di sedersi a terra (sia seiza – 正座 – che tate iza). Il gesto di sedersi è ovviamente favorito dalla forza di gravità che attira il corpo verso terra. Di conseguenza il modo in cui all’inizio della pratica viene compiuto questo movimento è quello di lasciarsi andare a terra. Questo è molto sbagliato, perché’ si perde il controllo sia del proprio corpo (i muscoli vengono disattivati) sia del proprio spirito (ci si allontana e si permette ad una forza esterna di agire su di noi, che rimaniamo passivi).

Per favorire il cambiamento di atteggiamento è necessario porre attenzione ad ogni singolo movimento (con quale piede si indietreggia e come lo si muove, scendere mantenendo la schiena dritta, ruotare ponendo i piedi in una posizione ben precisa, …). Tale controllo ha il duplice beneficio sia di aiutare il praticante a comprendere come funziona il nostro corpo (molto in dettaglio) sia di obbligare la persona ad essere presente con la mente e con lo spirito in ogni istante della pratica. Questo concetto può essere esteso ad ogni singola tecnica: kirioroshi (taglio che cade dall’alto), oh chiburi (chiburi grande), noto (rinfodero), to ni rei (il saluto alla spada), … e a tutti quei gesti che la nostra cultura sottovaluterebbe e trascurerebbe (ed effettivamente sottovaluta e trascura), ma che invece sono parte integrante del tutto.

Grazie e buon cammino a te che leggi.

Domo arigatogozaimasu,

Claudio

www.duecieli.it

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YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

Nella nostra scuola DUECIELI, e nel kyudojo HAYATE, tutti i nostri allievi, oltre ad imparare l’arte del kyudo, vengono preparati anche nella conoscenza e nella costruzione dell’attrezzatura, arco, frecce, corde e del suo mantenimento; ritengo che tale conoscenza sia indispensabile per affrontare un percorso formativo e caratteriale indispensabile per la maggior efficienza di pratica, ed è per questo che la via percorsa nel nostro dojo esclude la pratica di tale arte all’agonismo.

 L’ombra del bambù spazza gli scalini di pietra

Ma la polvere resta.
La luna si riflette sul fondo dello stagno
Ma non tocca l’acqua.

Matsuo Basho

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ELOGIO ALLA LENTEZZA

Una esperienza molto interessante di un praticante di Iaijutsu Koryu della scuola DUECIELI e del dojo NITEN ICHI RYU; come una disciplina che molte volte per errore si accosta alla violenza, quanto è distante da tale affermazione, ed è invece una formidabile Via per progredire nel nostro cammino nella vita, quanto ci può cambiare non solo fisicamente ma anche spiritualmente ed emotivamente.

ELOGIO ALLA LENTEZZA

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In questo periodo sto lavorando su alcuni aspetti tecnici (e non solo) dello iaido. Per svolgere al meglio questo lavoro devo rallentare in alcune fasi per apprendere meglio il movimento ed acquisirlo.

Il fatto stupefacente che mi è accaduto quando ho iniziato a fare questo lavoro è che la mia presenza di spirito è aumentata notevolmente durante la pratica. Ovvero il rallentamento dei gesti contribuisce ad una maggiore partecipazione all’azione stessa. E ciò da un’emozione bellissima, perché si riesce a vivere la pienezza (o per lo meno ad averne un’idea). Un gesto dove non solo il corpo lo compie, ma tutta la persona è presente nell’istante. Ed è una sensazione che una volta provata non te ne vuoi più disfare. E quando (per forza di cose) capita di compiere un gesto tecnico “scadente”, scopri (guarda un po’!!!) che la spada non ha cantato e che il tuo spirito era assente. Quindi il brutto gesto tecnico diventa non più un risultato da buttare, ma uno specchio che ti mostra quando e (se sei attento) anche il perché il tuo spirito e la tua essenza erano altrove.

Lavorare lentamente all’inizio può sembrare poco gratificante, ma quando ne comprendi lo scopo e i benefici lo vuoi sperimentare sempre i più. E cercherai sempre di più questa pienezza e presenza di spirito in ogni momento della tua giornata.

Claudio CAVALLERO

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KYUDO INDOOR

KYUDO INDOOR dojo HAYATE

KYUDO INDOOR dojo HAYATE

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SHIATSU il nuovo corso di DUECIELI

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Shiatsu, l’arte della digitopressione

Intervista radiofonica sull’arte dello Shiatsu, ospiti Cristina Camandona e Danilo Riccardi.

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SAMURAI e CULTURA

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SAMURAI e CULTURA

Si dice che la cultura e la marzialità sono come le due ruote di un cocchio o le due ali di un uccello: sono due qualità distinte? A che cosa si riferiscono?

In generale la cultura e la marzialità sono totalmente fraintese. Secondo il pensiero comune, cultura significa leggere poesie, comporre versi, conoscere l’arte della calligrafia e avere una personalità amabile e raffinata; mentre la marzialità indica saper sparare, andare a cavallo, nonchè conoscere le arti della guerra, la scienza militare e avere una personalità feroce ed austera. Entrambe le definizioni sono inesatte e approssimative.

Fondamentalmente cultura e marzialità sono un carattere unico, non due qualità separete. Come la forza creatrice dell’universo è una sola energia, distinta in yin e yang, così anche la sensibilità e l’efficacia della natura umana sono una sola qualità, distinta in culturale e marziale. La cultura senza marzialità non è vera cultura, e la marzialità senza cultura non è vera marzialità.

Così come lo yin ha la sua radice nello yang e lo yang ha la sua radice nello yin, la cultura e la radice della marzialità e la marzialità è la radice della cultura. Con il cielo come ordito e la terra come trama, governare la nazione emantenere l’ordine nelle relazioni sociali è chiamato cultura. Quando delle persone malvagie e senza principi morali ostacolano il corso della cultura senza timore dell’ordine divino, portarle in giudizio o radunare un esercito per attaccarle e unificare il governo di tutto il paese è chiamato marzialità.

Per questo l’ideogramma che indica il “guerriero” è composto dalla combinazione dei due caratteri che significano “armi” e “fermare. Poichè la marzialità è posta al servizio della cultura, radice della guerra del gueriero è la cultura. Poichè la cultura significa governare con la minaccia di un intervento armato, la radice della cultura è la marzialità.

La mente del samurai
Thomas Cleary
oscar Mondadori

www.duecieli.it

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RADIO E TV DUECIELI-NITEN ICHI RYU

RADIO E TV DuecieliE’ disponibile oltre la radio anche il canale youtube della “LIBERA UNIVERSITA’ POPOLARE DUECIELI” E DEL DOJO “NITEN ICHI RYU”

Link alla radio: http://www.spreaker.com/user/duecieli

Link al canale youtube: http://www.youtube.com/channel/UCJO8KV3l3v53A3dGz3toBMQ

Vi auguriamo un buon ascolto e una buona visione

La direzione

Deborah NAPPI

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RINNOVO ISCRIZIONI FEDERAZIONI

NITEN-scritta

Buongiorno a tutti, ricordo che nel mese di agosto scadono le iscrizioni alle federazioni di:

KYUDO “F.S.K.”

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IAIJUTSU “KEN no HONSHITSU

KEN no HONSHITSU

La segreteria sarà disponibile (nel mese di settembre con appuntamento) dal mese di ottobre il martedì e il giovedì dalle ore 15’00 alle 19’00.

Le lezioni riprenderanno giovedì 1/10/2015

NITEN ICHI RYU

Vincenzo CESALE

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EGO

ego Duecieli

EGO

Mi è piaciuta tanto la quarta scuola e riguardo ai tagli, a parte guardare il ciliegio:

“se non tagliate il vostro ego sarà mortificato per l’errore, se tagliate il vostro ego sarà gonfio per il successo” M° Vincenzo CESALE

Un pensiero di Michele De Fazio Romano

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SEMINARIO di IAIDO KORYU-TAMESHIGIRI

SEMINARIO di IAIDO KORYU-TAMESHIGIRI

Domenica 19 luglio 2015 in una splendida giornata, si è svolto il seminario di IAIDO KORYU (scuole antiche) e di TAMESHIGIRI (scuola di taglio) condotto dall’insegnante Vincenzo CESALE

Un ringraziamento a tutti i partecipanti

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SEMINARIO DI “IAIDO KORYU – TEMESHIGIRI”

NITEN-scritta

IAIDO KORYU (scuole antiche)

TAMESHIGIRI (scuola di taglio)

Date orari e luogo dell’evento:
Centro estivo DUE CIELI-NITEN ICHI RYU

Val Della Torre località Brione (TO) vedi pag. contatti
19 luglio 2015
Mattino dalle ore 9’30-12’30 (pranzo al sacco) pomeriggio 14’30-18’00

Conduce l’insegnante Vincenzo CESALE

Per partecipare info:

vincenzo.cesale@gmail.com

info@duecieli.it

Tel. 011 4034056

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KENJUTSU-JODO

Kenjutsu Duecieli

Domenica di sole e natura nella struttura estiva di DUECIELI e della NITEN ICHI RYU

Seminario di Kenjutsu e di Jodo, stanchi ma appagati, un ringraziamento a tutti i partecipanti.

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ATTIVITA’ & PASSIVITA’

ATTIVITA' & PASSIVITA' Duecieli

La pratica seria ed approfondita di una disciplina personale (che sia energetica, arte marziale o qualsiasi altro percorso) porta ad acquisire la consapevolezza fondamentale che ogni gesto può e (soprattutto) deve essere compiuto in modo attivo.

Qualsiasi azione, che sia il gesto di camminare, quello di sedersi, quello di ascoltare od eseguire una tecnica molto complessa richiede la nostra più completa attenzione. Nulla è passivo. MAI. Se ci ritroviamo in questa condizione significa che, nella migliore delle ipotesi, stiamo eseguendo un gesto vuoto e senza contenuto. Nel caso peggiore stiamo subendo ciò che stiamo vivendo in quel momento.

Questo atteggiamento di partecipazione attiva può (e deve) entrare nella nostra vita quotidiana. Perché’ solo in questo modo prendiamo in mano il motore che permette di far proseguire la nostra vita. E se ne siamo noi i conducenti possiamo indirizzarla sulla via che desideriamo (e che ci rende felici).

Questa consapevolezza richiede una sorta di risveglio dal torpore quotidiano. Siamo abituati a muoverci in modo automatico e siamo circondati da questo stile di vita. Questo approccio attivista porta anche a chiederci quali siano le scelte e le decisioni giuste per la nostra vita. Ma questo è un altro post.

Domo arigatogozaimasu,
Claudio

www.duecieli.it

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KENJUTSU

LogoNiten

SEMINARIO DI KENJUTSU-JODO

Domenica 10 maggio ore 9.30 – 12,30 – 15,00 – 18,00  nel dojo Hayate

responsabile tecnico M° Vincenzo Cesale

Per inf: Tel. 011 4034056

e-mail: info@duecieli.it – vincenzo.cesale@gmail.com

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LE FASI DELL’APPRENDIMENTO

LE FASI DELL’APPRENDIMENTO

Affinché sia efficace, l’apprendimento richiede di acquisire in se’ alcuni gesti tecnici che sono alla base di insegnamenti più profondi. Le arti koryu hanno identificato e nominato le tre metodiche di apprendimento nelle quali si possono raggruppare gli approcci per riuscire ad interiorizzare tali tecniche. Si note come queste nozioni sono applicabili a qualsiasi situazione e condizione di insegnamento (dal lato del maestro) e di studio (dal lato dell’allievo), e non solo nella pratica delle arti marziali.

Kazu keiko
La ripetizione assidua di un movimento
Noi compiamo nella nostra giornata una serie sterminata di gesti che ci sono naturali perché li compiamo quotidianamente da quando siamo nati (o comunque eravamo piccoli). Se si desidera rendere naturale un gesto, e’ necessario ripeterlo costantemente ed assiduamente. Solo in questo modo il nostro corpo ed il nostro cervello lo possono riconoscere come un’azione naturale. Come tale non sara’ più necessario instaurare alcun genere di processo razionale (ovvero proveniente dalla corteccia celebrale), ma sara’ coinvolta solo la nostra parte intuitiva.

Mitori keiko
L’osservazione di un maestro che compie il gesto
Anche se noi non ce ne accorgiamo, i gesti che compiamo li abbiamo copiati quasi tutti da qualcuno (genitore, educatore, contante famoso,…). Questo perché l’imitazione é una delle fonti principale dell’apprendimento umano. Quindi osservare un maestro che ci mostra come compiere il gesto ci può essere per noi una vera e propria miniera di informazioni… soprattutto se siamo in grado di percepire e comprendere lo stato d’animo e le sfumature emozionali vissute e trasmesse dal maestro nell’esecuzione della tecnica.

Kufu keiko
L’unione di waza differenti
Tutti i gesti che per noi sono naturali e non richiedono alcun intervento della nostra parte razionale vengono legati l’un l’altro. La semplice ripetizione non e’ sufficiente, perché si viene ad instaurare una risposta automatica del nostro cervello e del nostro corpo che lo svuota dal suo significato. Ma unendo il gesto e la tecnica in modo fluido ed armonioso con altri gesti ed altre tecniche a noi noti, allora anche il nuovo gesto diverrà naturale.
A volte non e’ semplice comprendere quando applicare una tecnica e quando prediligere un’altra (sopratutto nel caso di Kazu keiko e Kufu keiko). Come ogni cammino di crescita ci vuole dimestichezza con le proprie emozioni e consapevolezza dei propri progressi. Solo l’esperienza e la pratica costante e determinata possono aiutare a crescere. Perché anche il gesto di imparare e’ un’arte, e come tale va coltivata.

Domo arigatogozaimasu,
Claudio C.

www.duecieli.it

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LA VOCE DEGLI SPIRITI EROICI

LA VOCE DEGLI SPIRITI EROICI Duecieli

[…]Quel che vi è di più puro nella nostra storia avrebbe sconfitto la putredine ovunque dilagante e gli inganni dell’astuta vecchiaia. Volevamo dialogare con l’Imperatore mediante la purezza del nostro sangue ardente, la giovinezza, la verde primavera della nostra età.

In ossequio agli ordini del Grande Signore ridestatosi dal suo sonno, nei campi, nelle risaie, nei boschi un grido di sangue rimasto a lungo sepolto sarebbe risorto e il volto della morte avrebbe assunto le fattezze di giovani e forti guerrieri, e quel grido sarebbe traboccato ribollendo nel tentativo di giungere alle orecchie di Sua Maestà. Speravamo che il più schietto, il più profondo spirito giapponese rimasto fino ad allora nell’oscurità potesse proiettarsi disperatamente verso la luce e parlare con Colui che ne era la sorgente.

Noi li avremmo comandati.

Eravamo i sacri guerrieri che ottemperavano alla divina volontà. Ci dipingemmo un quadro radioso.

Una collina. Era mattino, aveva appena smesso di nevicare e il cielo era limpido, la neve splendeva argentea ammantando la collina, dagli alberi stillavano gocce di felicità e i robusti bambù nani si risollevavano da sotto la coltre bianca. Alla guida dei soldati noi levavamo le spade insanguinate con cui avevamo ucciso i mostri. Le nostre guance erano imporporate, le visiere dei berretti, lavate dalla neve, riflettevano il cielo azzurro su un nero luccichio della lacca.

I soldati erano sereni, attendevano con animo fremente l’attimo di gloria ormai prossimo. L’attimo della salvezza per i genitori in attesa angosciata al paese natale, per le sorelle in preda al dolore.

Alziamo lo sguardo al cielo sereno.

L’azzurro che pervade i nostri occhi si estende fino alle luminose vette innevate delle montagne di fronte, senza una nuvola che ne precluda la vista. La neve che cade dai grossi rami si sfarina, si posa lieve sui nostri berretti.

Poi accade. Dalle pendici della collina si avvicina lentamente un cavagliere il sella a un candido destriero. Non è un uomo. E’ una divinità. E’ l’Imperatore, i Supremo Capo del nostro esercito, il nostro valoroso e magnanimo Comandante.

“Attenti!” ordiniamo ai soldati.

Che cosa, più di quell’ordine virile, potrebbe armonizzarsi con l’azzurro splendore di quel cielo glorioso, sereno?

Sua Maestà trattiene le briglie del suo destriero. la sua venerabile ombra benignamente lambisce i nostri stivali bagnati di neve. I nostri petti si gonfiano sotto la divisa, lo accogliamo presentando le nostre armi. Gocce di sangue scivolano dalla punta delle spade fino all’argenteo, abbacinante luccichio delle else.

“Con deferenza vi annuncio che abbiamo ucciso i vostri nemici, e ora attendiamo serenamente il vostro ordine. Ponetevi a capo del governo, ve ne supplichiamo, e soccorrete il popolo”.

“E sia. La vostra azione è stata esemplare. Avete sin qui patito per causa mia. Ma d’ora in avanti m’impegnerò personalmente nel governo del Paese, affinchè torni prospero e sereno”.

Le sue parole preziose paiono scendere come una fresca voce dal cielo azzurro e limpido. L’Imperatore si degna di aggiungere: “E a voi conferirò una carica, affinchè possiate divenire il nucleo del mio esercito. Abbiamo finalmente capito. L’esercito imperiale necessita di guerrieri fedeli. Voi estirperete le vecchie, nefaste abitudini, e gli restiturete l’antico prestigio”.[…]

YUKIO MISHIMA

P.S. uno scritto di Mishima racconta l’esperienza di una seduta spiritica in cui viene a contatto con i Kami e gli spiriti degli antenati, che gli parlano di un evento veramente accaduto; l’uccisione di politici e dignitari corrotti, ma che quest’atto fu ben diversamente recepito dall’Imperatore dando la morte a chi a compiuto il gesto, ciò spiega molto del concetto di onore e della storia giapponese, nonchè dell’atto di cui anni dopo, il 25 novembre 1970 fu protagonista, che segnò la conclusione della sua vita con il  suicidio rituale.

Vincenzo CESALE

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QUANDO LO IAIDO TI PRENDE E NON PUOI PIU’ FARNE A MENO

IAIJUTSU DUECIELI

PREMIO IAIDOKA DELL’ANNO 2015: Michele De Fazio Romano viene OGNI GIOVEDI’ SERA da Milano a Collegno per frequentare la lezione di spada. Non lo ferma il maltempo (neanche il peggiore), non lo fermano gli scioperi, probabilmente arriverebbe anche in bici. In questa foto: giovedi’ scorso, sciopero della metro, si e’ teletrasportato

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IL MUSEO STIBBERT

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Il museo Stibbert visto da un praticante di Iaido

Lo Stibbert è un museo particolare, almeno per 3 motivi: è realizzato all’interno di una villa bellissima collocata nella prima collina di Firenze, raccoglie una grande quantità di armi ed armature provenienti da diverse epoche e luoghi, ed ogni stanza è come uno scrigno che racchiude quello che può sembrare come un tesoro, gelosamente custodito e nascosto per i pochi fortunati che si spingono sino a lì.

Ebbene, proprio quest’ultimo aspetto è forse il più rappresentativo della mia esperienza da visitatore.
Il vero motivo per cui ho scelto di visitarlo infatti, è che una delle stanze del museo è quasi interamente dedicata alle armi ed alle armature Giapponesi e, da praticante di Iaido, non potevo proprio lasciarmi sfuggire una simile occasione.

Nonostante queste premesse a me note, non ero assolutamente preparato a quello che poi mi sarei trovato davanti, ossia una sconfinata, quasi caotica raccolta, di katane, ed armatura stupende, di ogni forma e colore, risalenti al periodo 1600-1800; una raccolta così vasta che l’enorme spazio messo a disposizione, appariva esageratamente insufficiente, teche e teche di spade, armature bellissime, splendidemente lavorate, rifinite in ogni particolare, ognuna delle quali sembrava trasmettere odori, suoni, sensazioni e storie uniche, per le quali avrebbe davvero avuto senso soffermarsi un pomeriggio intero.

Come detto, non immaginavo minimamente un tale spettacolo, e credo che se avessi visto questa collezione tre o quattro anni addietro, non ne avrei pienamente assaporato il valore.
Certo forse ne sarei rimasto colpito, ma non sino a questo punto!
Sarà difficile dimenticare quella sesazione..direi “vibrante”. Era come se quegli oggetti, inanimati, inorganici e chiusi in quelle mura da decine di anni, fossero stati in grado di vibrare e di emanare una propria energia, una propria forza che forse, non tutti in quella stanza erano stati predisposti a percepire.

Mentre scorrevo avidamente con gli occhi tutti quegli oggetti così carichi di mistero e fascino, non potevo fare a meno di pensare alle lezioni di Iaido ed alle tante storie, aneddoti e spiegazioni ricevute in ormai 5 anni di pratica, e del percorso compiuto nello Iaido oltre che nella vita di tutti i giorni.
Lo Iaido, se lo si prende con un minimo di serietà, è un compagno di vita che ti porti dietro per sempre con te, che può insegnarti a reagire alle situazioni più difficili ed a saperti gustare quelle più belle, ed è così per chi come me ed i miei compagni, vi si dedica costantemente settimana dopo settimana.

È qualcosa di molto di più di uno sport, è prima di tutto un divertimento, ma è un occasione per far qualcosa di diverso, di speciale, di raro, è coltivare un arte secolare, ormai seguita da pochissime persone, che insegna a combattere per progredire e migliorare se stessi, è un occasione per rilassarsi e concentrarsi al tempo stesso, per depurarsi da tutto lo stress accumulato nel corso della giornata, per correggere le proprie imperfezioni fisiche e “mentali”.
Visitare quella raccolta è stata un esperienza fantastica, un opportunità di riflessione, per fare il punto della situazione, forse anche per apprezzare meglio il lavoro fatto negli ultimi anni su se stessi.

Consiglio a tutti coloro che possano sentirsi ispirati ed affascinati dal Giappone, di visitare lo Stibbert, sarà certamente un esperienza che vi colpirà, sia che possiate o meno essere interessati allo Iaido, ed a ciò che potrebbe rappresentare per voi.

P.S. Altre immagini nella pagina FOTO e VIDEO

Umberto CANEPA

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CONFERENZA SUL SEPPUKU

-1

RADIO-LIBERA UNIVERSITA’ POPOLARE DUE CIELI-NITEN ICHI RYU

Due chiacchiere sul Seppuku, il suicidio rituale giapponese, dall’anno mille ai giorni nostri.

http://www.spreaker.com/user/duecieli/seppuku-prima-parte

http://www.spreaker.com/user/duecieli/seppuku-secondaparte

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LO SPECCHIO D’ARGILLA

Questo scritto, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE

LO SPECCHIO D’ARGILLA

La donna nella religione giapponese

In questo capitolo mi limiterò ad approfondire due argomenti: la miko la sua natura, storia e professione – e il ruolo che essa a ricoperto nella vita religiosa di Santomisan. Cominceremo a parlare della miko.

Il vocabolario giapponese miko significa << donna che pratica lo sciamanesimo>> ( ko significa <<donna>> ); nella fattispece si tratta di una tradizione dominata dal genere femminile. Satori-san è stata una miko per lunghi anni; quello della  miko è stato uno dei due principali sentieri da lei intrapresi, alla ricerca della liberazione spirituale.

Nell’ambito delle religioni giapponesi, quella della miko è una figura di notevole spessore, soprattutto nella <<piccola>> tradizione. L’uso di questo termine richiede giocoforza una spiegazione. Gi studiosi di religioni operano una distinzione tra le cosidette <<grandi>> e piccole tradizioni religiose, ma l’uso di questi aggettivi non intende attribuire un valore più o meno spiccato a una tradizione piuttosto che a un’altra. Una <<grande>> tradizione evidenzia una religione istituzionalizzata, cioè una religione con un nome, come il cristianesimo o il buddhismo; una chiara identità che la distingue e la scinde da altre tradizioni religiose, con un testo sacro, con dei professionisti che gestiscono il <<mercato>> della religione, i suoi riti e insegnamenti, con dei luoghi sacri caratteristici in cui si pratica la religione, e così via. Una <<piccola>> tradizione designa una religione popolare, fatta dalla gente. Per un profano è assai più difficile venire a conoscenza, in quanto si basa su una trasmissione più orale che scritta. Essa racchiude le credenze popolari, le leggende, i riti e le feste della gente comune, tramandate di generazione in generazione più come uno stile di vita piuttosto che come una dottrina o un <<ismo>>. Non si può organizzare nè controllare, in quanto modello e al tempo stesso espressione del quotidiano, dei sentimenti e delle credenze della gente.

Nel Giappone contemporaneo vi sono due tipologie generiche di miko, l’una nella grande e l’altra piccola tradizione. La prima si potrebbe chiamare << miko del tempio>> e in questa categoria si trovano ragazze o donne che operano all’interno di un tempio shintoista, impegnate nell’adempimento di tutta una serie di incarichi in un ruolo secondario di assista al sacerdote ( che di solito è un uomo ), che esercità l’autorità nel tempio. La miko del tempio s’impegna in speciali danze sacre, note come kagura ( per compiacere il kami del tempio, pur se la danza è apprezzata anche dal pubblico ), intona canti sacri e partecipa a riti e cerimonie di ogni erdine e grado, compresi i matrimoni; infine aiuta a svolgere lavori di pulizia del tempio e dei locali annessi. Sono numerose le donne che appartengono a questo gruppo di miko, peraltro assai visibile in quanto parte integrante dello shintoismo istituzionalizzato. Tuttavia, non vi tratta delle miko che ci riguardano in questo contesto.[…]

LO SPECCHIO D’ARGILLA

vita di una monaca zen

Satomi Myodo

Xenia edizioni

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SCRITTI DI UN MAESTRO ZEN

In questo post trattiamo il significato culturale,poetico, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

SCRITTI DI UN MAESTRO ZEN A UN MAESTRO DI SPADA

L’Effetto Manifesto

Aspettate e vedrete!

Quando voi che trattate gli altri

con tanta crudeltà cercherete di amare

capirete certamente

(ciò che io provo).

Questa poesia d’amore significa: “Anche se mi trattate così crudelmente, è impossibile che siate del tutto indifferenti all’amore. Forse un giorno arriverete a conoscerlo. Quel giorno avrete ciò che meritate.

Se fate bene in questa vita, sarete ricompensati con il bene nella prossima. Se fate del male, il male sarà la vostra ricompensa. Questo è l’Effetto Manifesto. Se la Causa Latente è buona, L’Effetto Latente sarà buono, e viceversa. E’ come un’eco che risponde a una voce, o un’ombra che accompagna una forma.

E’ del tutto naturale che l’uomo che disciplina se stesso con la Causa Latente in una vita ottenga la ricompensa successiva. Tuttavia, possono anche esservi occasioni in cui una Causa Latente attuale sia accompagnata da un Effetto Manifesto anch’esso attuale, oppure una Causa Latente nel passato sia seguita da un Effetto Manifesto attuale, e una Causa Latente attuale si accompagni a un Effetto Manifesto nel futuro. Il passaggio da un mondo a un altro è sempre possibile e può prodursi in un qualsiasi momento, senza che sia possibile evitarlo. Possono addirittura sussistere simultaneamente una Causa e un Effetto Latenti.

Possiamo fare l’esempio del fiore come Causa Latente e del frutto come Effetto Manifesto. Nel caso del melone, il fiore e il frutto compaiono simultaneamente. Sulla pianta di riso, il frutto – o per meglio dire il chicco – e il fiore spuntano all’estremità dello stelo. Tali esempi possono aiutarci a comprendere meglio.

La Totale Inseparabilità. Dalla Qualità Essenziale della Forma alla Qualità Essenziale dell’Effetto Manifesto, dall’inizio alla fine non può esservi interuzione. Tutto è concatenato, dalla Radice al Ramo, e si parla allora dei Dieci Punti. L’estremità finale corrisponde al fine ultimo. E in questo caso parliamo di Dieci Mondi. Tutti gli esseri viventi – perfino i più minuscoli vermi – possiedono le Dieci Qualità Essenziali. Neppure le creature inanimate sfuggono a questa regola.

Prendiamo l’esempio della castagna e del kaki. Dire che non provano tristezza nè dolore significa giudicare dal punto di vista degli esseri umani. E’ evidente che la loro esistenza implica naturalmente dolore e tristezza.

La comparsa della sofferenza nelle piante e negli alberi non è diversa dalle dimostrazioni di dolore negli esseri umani. Quando piante e alberi vengono annaffiati, crescono e sembrano felici. Quando sono tagliati e cadono a terra, l’avvizzimento delle foglie non è diverso dalla morte di un essere umano.

da LA MENTE SENZA CATENE

Takuan Soho

ed. Mediterranee

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ESAMI IAIDO KORYU 2015

Esami Iaido koryu Federazione Ken no Honshitsu

Complimenti a Claudio Cavallero, che ieri sera ha conseguito il Secondo Grado di Iaido Koryu, Renshu.

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DALE FURUTANI

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

 Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

DALE FURUTANI

Allievo: “Io provo ogni sequenza fino a conoscerla alla perfezione… ma la ripetizione
metodica delle sequenze non uccide la mia creatività?”
Maestro: “Se così fosse,la creatività che è in te meriterebbe di morire. Tu ti eserciti nelle
sequenze per imparare la tecnica . La tecnica è un presupposto necessario della libertà
di creare. Non puoi emanare forza senza una base solida e non puoi dare sfoggio di
creatività senza dominare le tecniche di base. Quando te ne sarai impadronito,potrai
passare oltre e usare i movimenti essenziali del combattimento con la spada per
creare nuove,meravigliose combinazioni. Prima però dovrai diventare tanto abile
nelle tecniche di base da non doverci più pensare.”
“Quando credete che avrò appreso la tecnica a sufficienza?”
“Mai.”
Dale Furutani – A morte lo Shogun
di Michele De Fazio Romano

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Dall’amico Takashi Kometani

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北陸地方は急な大雪に見舞われました。
除雪作業お疲れさまです。

Regione di Hokuriku, colpita da una improvvisa nevicata. E un lavoro di rimozione neve, evviva.

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AUGURI 2014-2015

 SALUTI1

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Chiruchiru-michiru

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

Chiruchiru-michiru

I semi del bacello

Dentro un bacello v’erano cinque chicchi. Andavano d’accordo tra loro. Il gran giorno sarà oggi, sarà oggi, così discutevano in armonia.
-Sembra che ormai sia vicino il tempo in cui usciremo fuori, vero?
-Quanto sarà bello il mondo!
-Lo voglio vedere presto!
-Anche fuori non scorderemo d’essere cresciuti qui, uno con l’altro, all’interno di un unico bacello e continueremo a essere buoni amici.
-Certo.
Un pomeriggio s’udì un curioso rumore, come di qualcosa che si rompesse di scatto. Il bacello ri era squarciato. I semi turandosi le orecchie rotolarono a terra e finirono sparsi qua e là.

Yamamura Bosho

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LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE

LA FORTUNA DEL PRINCIPIANTE

Quante volte abbiamo sentito ” è la fortuna del principiante”. E’ probabile che ad ognuno di noi sia capitato un evento simile.

Proviamo ad analizzare cosa succede in un frangente simile: il famoso detto “libera la mente“, anche detto “Mushin no shin“(la mente senza mente), è uno stato di fatto reale che avviene nel principiante, che non conosce la tecnica e quindi ha la mente libera da preconcetti,  questo però dura un tempo limitatissimo.

Iniziando a percorrere la strada della formazione, che sia con l’arco (Kyudo) o con la spada (Iaijutsu), inizierà ad inserire dei dati, e questo stato non si verificherà più, se non con anni di lavoro non solo tecnico; ma nel proprio modo di essere e di concepire, scoprirà un modo di vedere molto diverso.

Le tecniche che gli vengono insegnate, nel dojo Niten Ichi Ryu o nel Kyudojo Hayate, hanno bisogno di un duro lavoro di apprendimento e necessitano di molta attenzione, e siccome la mente non può che fare il suo lavoro di incanalare dati, non può essere serena e lasciare che il gesto avvenga con la massima naturalezza; vorrei soffermarmi sulla parola che molte volte si usa, a mio parere, erroneamente: “automatico”, imparare la tecnica e ripeterla automaticamente; ritengo che sia un errore molto grave, e una facile scorciatoia che impedisce di progredire realmente.

Questo stato si inizia a raggiungere solo quando l’arte che stiamo imparando inizia ad entrare dentro di noi, facendone parte completamente: non c’è la tecnica, non ci siamo noi, è un tutt’uno,  quindi è dentro di me. Dovremmo lottare contro i nostri preconcetti, paure, dogmi e regole di società, che cancellano l’individuo per un vita di massa: questo ci rende molto difficile il lavoro, siamo addestrati ad esistere solo in funzione di altri.

Spiegare questa sensazione è pressochè impossibile, allora affidiamoci all’insegnante che ci addestra, potremo un giorno sentirla, e ci accorgeremo che è una cosa talmente personale che era impossibile spiegarla a parole.

In conclusione di questa brevissima chiacchierata, auguro di cuore a chi vorrà affrontare questa difficile ma bellissima Via, una serena vita, e di trovare persone che abbiano appreso questo viaggio per poterlo percorrere insieme.

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

Umberto14 agosto 2013 11:01
E’ davvero così, io posso portare come esperienza personale, quanto provato nell’eseguire i tameshigiri; la prima volta che provai ad eseguire i tagli delle paglie, a mio avviso mi riuscì decisamente meglio rispetto alla seconda e terza volta, seppure fossero intanto trascorsi rispettivamente 1 e 2 anni di allenamento.
Inizialmente ne rimasi deluso e stupito ma effettivamente la prima volta fu proprio “la fortuna del principiante”, nel senso sopra spiegato! :)
Devo però aggiungere che la prima volta, le sensazioni che mi vennero restituite dall’eseguire i tagli, mi risultarono del tutto indecifrabili, mentre le successive volte, specie l’ultima, potei capire molto meglio cosa stava succedendo e in un certo senso, ne rimasi persino più appagato, seppure i tagli non riuscirono bene come la “prima volta”.
 A mio avviso, per il principiante è più facile eseguire certi gesti e movimenti, proprio perchè si è privi di preconcetti, ma allo stesso tempo, è un po come se si fosse ciechi o sordi, non si capisce affatto e non si può apprezzare a pieno quello che si sta facendo.

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MA

Un altro concetto interessantissimo, è abbinabile a tutte le cose giapponesi anche alle arti marziali; racconterò un aneddotto che può aiutarmi nel spiegare questo concetto: arrivando dal Karate al Kendo le distanze cambiarono in modo drastico, la lunghezza delle braccia o delle gambe era ben diversa dalla distanza che necessitava con uno shinai, (spada di bambù usata nel Kendo), di fatto ero sempre più vicino del necessario con disappunto del mio Maestro. Questo problema senza sapere mi ha introdotto nel concetto, se pur tecnico e  fisico nel MA, spiegato molto bene un questo libro, che consiglio a tutti i miei praticanti.

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

MA

Un grande rappresentante dell’arte del NO, Konparu Kunio, afferma che “Il NO è talvolta definito arte di MA”, ove “La parola MA non è usata per indicare qualcosa di vagamente astratto ma per indicare un definitivo tempo negativo e spazio negativo, dotati entrambi di dimensioni e funzioni”.

Si tratta di una concezzione fondata su quella frase di Zeami sul “non fare”, che apre una accezione di MA estremamente profonda da collocare nel quadro del grosso movimento religioso che interessa il Giappone in quei secoli, con l’istaurarsi di nuove importanti correnti di pensiero buddhista e soprattutto con il formarsi dell’eccezione tipicamente giapponese della scuola buddhista cinese CHAN,lo zen.
Che troverà piena espessione nelle teorie dell’aristocrazia guerriera e intellettuale di epoca Muromachi.
1) Le dottrine cinesi CHAN furono introdotte in Giappone già dal VII secolo, ma soltanto nel XIII secolo i monaci Eisai e Dogen fondarono le due sette fondamentali dello zen, rispettivamente Rinzai e Soto.[…]
Tratto da MA

La sensibilità estetica giapponese
di

Luciana Galliano

ed. Angolo Manzoni

 

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TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 1

TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 1

Questa è la testimonianza riportata integralmente di un occidentale al suicidio rituale giapponese.

Nel mese di febbraio del 1868 un gruppo di soldati giapponesi di Bizen diedero fuoco al quartiere degli occidentali di kobe che era allora chiamata Hiogo. Ai samurai di Bizen venne allora ordinato il seppuku. Lord Redesdale fu uno dei testimoni della cerimonia che la descrisse nel suo libro, Racconti dell’antico Giappone.

A corollario della complicata cerimonia sopra descritta dell’hara kiri, penso possa fungere da esempio la descrizione di un’esecuzione alla quale fui invitato ufficialmente come testimonio. Il condannato, Taki Zenzaburo, un ufficiale del principe di Bizen, era colui che aveva dato l’ordine di appiccare il fuoco al quartiere occidentale di Hiogo del febbraio 1868.
A tutt’oggi, infatti, a nessun occidentale era stato concesso di assistere a un sinile tipo di esecuzione, la cui realtà era fino ad allora nebulosamente confidata a favore di viaggiatori.
La cerimonia, che fu ordinata dall’Imperatore in persona, ebbe luogo alle 10,30 della notte, nel tempio dei Seiju kuji, il quartiere generale delle truppe di Satsuma a Hiogo. C’era poi presente un testimonio per ciascuna delle delegazioni straniere, sette in tutto.
Noi venimmo condotti al tempio degli ufficiali dei principi di Satsuma e Choshiu. Benchè la cerimonia dovesse essere condotta con la massima riservatezza, dai commenti che si intrecciavano nelle strade e nella piccola folla che premeva all’entrata del tempio si poteva facilmente comprendere che essa investiva un interesse tutt’altro che piccolo presso il pubblico.

Il cortile interno del tempio offriva una vista ancora più suggestiva, c’era una piccola folla di soldati riuniti in piccoli gruppi intorno a fuochi che diffondevano una luce fioca e tremante per gli strani anfratti e i fregi grotteschi degli edifici sacri. Ci venne intanto indicata una camera interna dove avremmo dovuto attendere fino a che i preparativi per la cerimonia non fossero stati completati. nella camera a fianco c’erano gli alti ufficiali giapponesi. Dopo un interminabile intervallo che a noi parve ancora più lungo per il silenzio che regnava intorno, Ito Shunske , provvisoriamente Governatore di Hiogo, venne da noi e, chiamatici ciascuno per nome, ci informo che altri sette Kenshi (sorveglianti, testimoni) avrebbero assistito alla cerimonia per parte dei giapponesi: ( Kenshi significa letteralmente ispettore del cadavere). Egli ed un altro ufficiale in rappresentanza del Mikado, due ufficiali della fanteria di Satsuma e due di quella di Choshiu’s e un rappresentante del principe di Bizen, al cui clan apparteneva il condannato, completavano il numero probabilmente aggiustato sul numero degli stranieri. Quindi Itoshunke ci chiese ancora se desideravamo porre qualche domanda al condannato, ma rispondemmo di no.(…)

Lord Redesdale  Giappone 1868

Vincenzo CESALE

dojo NITEN ICHI RYU

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TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 2

TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 2

Questa è la testimonianza riportata integralmente di un occidentale al suicidio rituale giapponese.

Ci fu ancora una lunga pausa dopo la quale fummo invitati a seguire i testimoni giapponesi nell’hondo (la sala principale del tempio) dove si sarebbe svolta la cerimonia.
La scena era veramente imponente; una grande sala con tetto molto alto sostenuto da pilastridi di legno scuro; dal soffitto pendeva una grande quantità di quelle lampade dorate e di quegli ornamenti così caratteristici nei templi buddisti.

Di fronte al massimo altare, dove il pavimento, coperto con stupende stuoie bianche, si alzava di una ventina di centimetri dal suolo, era stata posta una stuoia di feltro scarlatto. Delle lughe candele poste a intervalli regolari formavano una luce tenue e misteriosa, appena sufficiente per distinguere i presenti. I sette giapponesi presero posto alla sinistra del piano rialzato, noi sette stranieri alla destra. Non era presente nessun’altro.
Dopo alcuni minuti di emozionante attesa, Taki Zenzaburo, un uomo robusto, di 32 anni e di nobile aspetto, entrò nella sala paludato dal suo abito da cerimonia con le caratteristice maniche di canapa che vengono indossate solo nelle grandi occasioni.

Egli era accompagnato da un kaishaku, il cui corrispondente occidentale serebbe il boia, ha un significato del tutto differente. L’incarico viene svolto da un gentiluomo, in molti casi viene svolto da un parente o da un amico del condannato e il rapporto tra loro è piuttosto quello di un duellante col il suo secondo che quello di una vittima col suo esecutore.
In questo caso il kaishaku era un pupillo di Taki Zenzaburo ed era stato scelto tra i suoi amici per la sua pravura nel’arte della spada.
Col  kaishaku alla sua sinistra Taki zenzaburo avanzò lentamente tra i testimoni giapponesi cui rivolse il saluto, dirigendosi poi verso i testimoni occidentali egli rivolse ancora il saluto verso di noi nello stesso modo, forse anche con maggior deferenza; ad ogni modo il saluto venne da tutti i presenti restituito cerimoniosamente.

Lentamente e con grande dignità il condannato salì sulla parete rialzata del pavimento, si prostro due volte davanti all’altare e si sedette sul tappeto rosso con la schiena rivolta all’altare ed il kaishaku inginocchiato dalla parte della sua mano simistra. Allora uno dei tre ufficiali si fece avanti portando un vassoio del tipo di quelli che si usavano nei templi per le offerte, su cui, avviluppato nella pergamena, c’era il wakizashi, la spada corta o pugnale giapponese, un’arma lunga una trentina di centimetri con la punta e il e il taglio affilati come un rasoio. dopo essersi prostrato, l’ufficiale porse il wakizashi al condannato che lo prese con rivarenza alzandolo prima alla testa con entrambe le mani e poi tenendolo dritto di fronte a sè.(…)
Lord Redesdale Giappone 1868

Vincenzo CESALE
セザレ – ビンチェンゾ

dojo NITEN ICHI RYUwww.duecieli.it

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