LA VIA DEL GUERRIERO (QUELLA VERA), UNISCE PRATICA E CULTURA

LA VIA DEL GUERRIERO (QUELLA VERA), UNISCE PRATICA E CULTURA

Percorrere la via del guerriero richiede tanta pratica, ma non solo: si completa con la ricerca della raffinatezza di pensiero.

Riporto queste parole da un celebre libro, dedicandole ai miei allievi di spada, che in questi giorni, anche in assenza del loro Insegnante, proseguono la pratica nel dojo e mantengono viva l’arte.

#determinazioneartigiapponesi

Vincenzo CESALE
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L’equilibrio nella via del guerriero

Nel lessico cinese c’è una parola che in giapponese si legge uruwashi e significa “equilibrato”, in riferimento alla corretta proporzione tra l’interiorità e la forma esteriore. La parte sinistra di quest’ideogramma, bun, originariamente significava qualcosa come “percorso”, inteso come il percorso formato dalle increspature sull’acqua o dagli uccelli che volano il cielo, ma poi ha assunto il significato di “lettura”, o percorso della cultura umana e infine di “cultura” in sè.

La parte destra dell’ideogramma, bu, vuol dire marziale, o guerriero e può essere a sua volta scomposta nei radicali “fermare” e “alabarda”, indicando quindi il “fermare con l’alabarda”. l’ideogramma completo “urawashi” quindi, denota un equilibrio tra le abilità culturali e marziali di una persona e questo ideale apparve presto nelle culture cinese e giapponese.

Nel primo periodo Kamakura (1185-1249), in Giappone, questo senso di equilibrio venne espresso in maniera sublime nell’Heike Monogatari , la storia della guerra tra i clan Taira e Minamoto. Il guerriero è descritto come ben vestito, abile nella lettura e nella musica e in grado di comporre una poesia di addio. Questo ideale maschile di equilibrio tra forza militare e potenza culturale, avrebbe attraversato tutta la storia della classe guerriera, anche se alcuni clan, o individui in particolare, avrebbero a volte enfatizzato un aspetto rispetto all’altro.

 

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Shiba Yoshimasa (1350-1410), grande generale e governante durante lo shogunato Ashikaga, scrisse nel suo libro, il Chikubasho: “Quando un uomo è abile nelle arti è possibile immaginare la profondità del suo cuore e comprendere la mente del suo clan”.

Altri grandi generali e signori della guerra si trovano sulla stessa lunghezza d’onda. Hojo Nagauji (Soun) (1432-1519), che eresse a Odawara una delle prime grandi città fortificate in Giappone, affermò nei suoi Ventuno precetti che “una persona che non conosce la Via della poesia è davvero povera. La Via del guerriero deve essere sempre sia culturale che marziale. Non è necessario ricordare che l’antica legge stabilisce che le arti culturali dovrebbero essere rette con la sinistra e quelle marziali con la destra.”

Anche Takeda Shingen (1521-1573), unanimemente considerato il più grande generale della sua epoca, disse: “L’apprendimento di un uomo è come i rami e le foglie di un albero; esso non può vivere senza. Imparare, tuttavia, non significa solo leggere qualcosa, ma si tratta piuttosto di qualcosa che integrano nelle diverse Vie“.

 

Ma c’è anche chi la pensa in modo diverso

Naturalmente c’erano delle eccezioni: Kato Kiyomasa (1562-1611), che fu comandante del castello di Kumamoto prima degli Hosokawa, credeva che un guerriero che si fosse dedicato alla poesia sarebbe diventato ben presto un “effeminato”. E’ rimasta celebre la sua dichiarazione per chiunque avesse studiato il Teatro NO avrebbe dovuto suicidarsi. Ma l’ideale era stato stabilito molto prima e la maggior parte dei daimyo si occupava di poesia, di arte (o almeno la collezionava), e partecipava alla cerimonia del tè, che era diventata molto di moda.

Questi uomini reputavano le attività artistiche non solo dei passatempi, ma vere e proprie legittimazioni della loro posizione dominante. Imagawa Ryoshun (1325-1420), uno dei daimyo più potenti e acculturati della sua epoca, si espresse senza mezzi termini nelle sue Norme. La prima frase del testo, infatti, afferma: “senza conoscere la Via della cultura, non ti sarà possibile raggiugere la vittoria in quella marziale”. In seguito affermò:

Nei Quattro Libri e nei Cinque Classici (del Confucianesimo), e nei trattati militari, è scritto che non è possibile governare senza avere studiato la letteratura. Così come il Buddha ha predicato i vari dharma per per poter salvare tutti gli esseri viventi, noi [guerrieri] dobbiamo mettercela tutta e non abbandonare mai le due Vie della Cultura e del Marziale [bunbu ryodo].

 

Tratto da:
Il samurai solitario
(Miyamoto Musashi)
di: William Scott Wilson