RIFLESSO DI AMMICCAMENTO

 RIFLESSO DI AMMICCAMENTO

In una cena dopo un seminario, un allievo di Kyudo, David, mi chiese come mai nello sgancio di una freccia non chiudevo gli occhi, un’interessante osservazione, il problema che mi ponevo era: come mi sarei spiegato visto che David è Olandese? Me la cavai dicendole scherzosamente che non sentendomi all’altezza, senza gli occhi aperti sarebbe stato impossibile.

Provo a esprimere il concetto nella mia lingua madre con un’eventuale traduzione per David. Il fatto di chiudere gli occhi si chiama “Riflesso di ammiccamento”: quando si esegue un gesto o un’azione è sinonimo di insicurezza, paura e stress; nei praticanti che per forza maggiore non hanno esperienza nella disciplina che praticano, è maggiore questa situazione, quando il nostro ego prende il sopravvento e non ci lascia crescere, le cose che non si conoscono creano disagio, e delle volte esso si trasforma in paura o rabbia.

Il riflesso di ammiccamento può essere evocato da stimolazioni elettriche in qualsiasi altra parte del corpo, ammesso che la stimolazione sia sufficientemente intensa ed improvvisa. In questo caso la latenza dipende strettamente dalla distanza fra il sito della stimolazione e il muscolo orbicolare.
Inoltre, gli stimoli a cui il soggetto presta attenzione, inducono una inibizione maggiore, rispetto agli stimoli che vengono ignorati.

La forte relazione esistente fra modulazione del riflesso ed elaborazione delle emozioni, fa sì che questo strumento sia stato utilmente impiegato nell’indagine di manifestazioni cliniche di disturbi a livello emotivo, primo fra tutti nei disturbi d’ansia. Poiché sia l’ansia che la fobia sono risposte di reazione (la prima generalizzata, la seconda stimolo-specifica), ci si aspetta naturalmente che facilitino ed aumentino la risposta di ammiccamento, indotta dal riflesso.
In effetti vi è abbondanza di risultati che confermano questo. Classicamente in tutti questi studi, si esegue un condizionamento classico in cui si associa uno stimolo neutro, quale può essere l’accensione di una luce, od uno shock elettrico.

A condizionamento avvenuto, ciò che si nota è che lo stimolo-test associato allo stimolo neutro induce una risposta aumentata. L’effetto è così robusto che questa metodologia è adottata come metodo per testare l’efficacia dei farmaci ansiolitici. Il potenziamento lo si ha anche quando le risposte emotive vengono suscitate con compiti immaginativi. Come materiale spiacevole, vengono usate descrizioni di situazioni tipo visita dentistica, intrusione in casa durante la notte, parlare in pubblico, assistere ad un incidente stradale. In tutti questi casi si ottiene un aumento della risposta di ammiccamento.

Ciò che più è interessante, è che vi è una corrispondenza lineare, fra aumento e grado di ansia suscitato nel soggetto, come rilevato da scale d’autovalutazione. Questo offre una vastità di applicazioni, e di studio delle attività cognitive ed emotive, nell’ambito della psicologia sperimentale e della psicologia clinica. Il suo utilizzo è prevalentemente legato all’uso di un paradigma sperimentale, del tipo pre-stimolo combinato con uno stimolo-test. Il riflesso di startle infatti presenta queste caratteristiche che lo rendono raccomandabile come stimolo-test:
• Primo, può mostrare inibizione e facilitazione sia per la latenza che per l’ampiezza in relazione a precisi aspetti dello stimolo.
• Secondo, può essere indotto da stimolazioni acustiche, visive e somato-sensoriali, indicando così che tutti i sistemi afferenti devono convergere prima del tratto finale di elaborazione comune.
• Terzo, la latenza molto ridotta e la presenza di componenti multiple nella risposta di ammiccamento, forniscono un’opportunità unica per separare i processi di codifica dello stimolo da quelli di selezione della risposta.
Altri vantaggi, in generale, dell’uso di questo riflesso sono:

1) la sua presenza in un’ampia varietà di specie animali, permettendo così uno studio delle basi neurofisiologiche degli effetti di facilitazione ed inibizione.
2) il fatto che sia stato osservato, con quasi lo stesso andamento ed ampiezza, indipendentemente dall’età dei soggetti, permettendo così confronti fra gruppi di età diverse.
3) la natura inevitabile della risposta e la facilità di misurazione, lo rendono uno strumento utile laddove, in particolare nella psicologia clinica, nella psicologia evolutiva e nella neuropsicologia, viene spesso a mancare la cooperazione del soggetto, e la sua volontà di emettere risposte.

Riflesso-di-ammiccamento

La metodologia utilizzata come stimolo-test ha accumulato una poderosa base di dati, sia nel campo della psicologia comparata  riguardante le emozioni, e sia nello studio dei processi cognitivi e percettivi .

Questa base di dati e di relativi punti di vista teorici, saranno importanti nelle future ricerche riguardanti la modulazione  e le emozioni nell’uomo. La prima per l’ovvio vantaggio di integrare teorie delle emozioni sviluppate nel campo animale ed umano, e la seconda perché l’inseparabilità dei processi cognitivi da
quelli riguardanti le emozioni, viene sempre più riconosciuta come necessaria.

Durante le lezioni, quando si affronta questo argomento sui volti (soprattutto nei maschi), si legge un disagio portato dal proprio ego maschile, che non ammette  una mancanza di coraggio, condizionamento che ogni uno di noi ha subito fin dalla più tenera età, cosa che nei volti delle signore è invece assente.

Per concludere, il lavoro è molto, ma personalmente lo trovo stimolante (e perché no, eccitante); questo scritto non vuole essere giudicante, ma si spera sia di aiuto nel capire un pò di più noi stessi.

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Vincenzo CESALE
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LACCHE DAL GIAPPONE

Oggi parliamo della lacca, ingrediente fondamentale, per gli oggetti di uso quotidiano, che con il tempo, hanno fatto conoscere l’arte raffinata ed estetica e la notevole abilità dei maestri giapponesi in tutto il mondo.

Vincenzo CESALE
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LACCHE DAL GIAPPONE

La lacca dell’estremo oriente è il lattice estratto da una pianta chiamata in giapponese
l’albero della lacca “Urushi no ki”, la straordinaria qualità di questa materia, definibile come una “plastica naturale”, consiste nel fatto di consolidarsi formando una superficie lucente e praticamente inalterabile, ottima per preservare e decorare arredi, suppellettili, oggetti d’uso.

lacche dal giappone1

Urushi, la lacca giapponese è il lattice migliore e il più ricco in principi attivi prodotto in Estremo Oriente; occorre aggiungere che i maestri laccatori del Giappone, artisti di grande fierezza e di straordinaria abilità, hanno sempre mantenuto rapporti privilegiati con la committenza appartenente alle classi dominanti, per le quali hanno prodotto opere di elevatissima qualità formale ed estetica.

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UNA SPADA SPECIALE

Questa è una breve fiaba iniziatica, nata dall’unione dell’esperienza di un insegnante e di un praticante di Iaijutsu del dojo Niten Ichi Ryu

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Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Il primo dubbio gli venne una sera quando, tornando a casa, percepì nella sua camera da letto qualcosa di stonato. Tutto era apparentemente in ordine, ma un ordine diverso dal solito. Ci mise un pò a rendersene conto, preso come era dall’osservare i letto basso e la libreria straripante di volumi. Alla fine l’attenzione cadde sulla spada, appesa al muro su un sostegno di legno.

La Katana luccicava sotto i raggi della lampada, come sempre. L’unica anomalia era che la punta dava a sinistra, mentre era convinto di averla appoggiata nell’altro senso. Del resto, come ben sapeva, la punta della Katana doveva sempre andare a destra. E girò la spada sul sostegno con la punta verso destra.

Il dubbio diventò certezza un un paio di giorni dopo, quando tornato a casa trovò la katana con la punta a sinistra. Era sicuro di non averla toccata negli ultimi giorni, nè aveva ospitato nessuno che potesse, magari per scherzo, aver girato la spada.

Telefonò anche alla signora che andava a pulire la casa una volta alla settimana. Era venuta il giorno prima, ma non aveva notato nulla di strano nè tantomeno toccato la spada: “si figuri che mi fa paura solo a vederla; me ne tengo lontana, come se potesse tagliarmi da un momento all’altro”, gli aveva spiegato la donna.

Chi era stato allora a muovere la spada? Si sforzò di ricordare se qualche amico era venuto a trovarlo all’improvviso, ma ma non ne ricordò uno. Del resto non lo avrebbe portato in camera da letto, nè lasciato da solo il tempo necessario per fargli girare la katana.

Donne, meno che meno. L’ultima ospitata nella camera da letto risaliva a più di un mese prima. Ricordava bene come avesse guardando più volte la spada con timore e un pò di proccupazione, osservando da lontano la lama e poi il suo volto, quasi a volere trovare una corrispondenza tra l’arma appesa al muro a quanto riusciva a leggere negli occhi del proprietario. Si era anche convinto che la spada era uno dei motivi per cui la donna non era più tornata.

Arrivò persino a immaginare una sorta di sonnambulismo che lo prendeva nel cuore della notte costringendolo ad alzarsi e impugnare la katana, magari dando colpi a destra e a manca prima di portarla sul sotegno e tornare nel letto. Ma l’idea del samurai sonnambulo proprio non lo convinceva.

Avrebbe voluto parlare al sensei, ma non se la sentiva. “Mi prenderà per pazzo”, pensava, “una spada che si muove da sola! Magari funziona nel teatro Kabuki, ma nella realtà di tutti i giorni proprio no”.
Eppure una sera, quando verso la fine della lezione di Iaido il sensei rispondeve alle domande degli allievi, si fece coraggio e la prese alla larga:“E’ vero che i samurai credevano che le spade avessero un’anima?”.

“Certo”, rispose il sensei,” collegata sia al maestro che l’aveva forgiata, sia agli accadimenti dei loro proprietari. Credevano ad esempio che alcune fossero spade cattive, altre spada buone. Fa parte della cultura shintoista del Giappone, ma credo anche della attenzione che i giapponesi hanno nei confronti degli altri. Pensare alla spada come dotata di un’anima vuol dire immaginarla non solo come uno strumento da utilizzare quando se ne ha voglia o bisogno, ma anche come una autonoma, che vive indipendentemente da noi.

Rispettate la spada come se avesse un’anima vuol dire di smettere pensare allo Iaido solo come a una nostra proiezione, ma considerarlo una realtà che viene da molto lontano e continuerà ad essere quando noi non ci saremo più. Non siamo noi a praticare lo Iaido, è lo Iaido che con il passare del tempo entra dentro di noi. Alla fine una spada con l’anima è la migliore per aiutarci a tagliare il proprio ego”.

Era un bel discorso, indubbiamente. Ma cosa c’entrava con la spada che si spostava da sola? Continuò a chiederselo, mentre tornava a casa, e anche nei giorni successivi. La spada non si muoveva più. La osservava spesso con grande attenzione e un pizzico di disagio. Non dava segni di vita, stava lì, inanimata.

Il sogno di una notte gli spalancò una nuova visione. Era nel suo letto che dormiva, nella sua camera, disteso sotto le coperte, quando nella penombra un movimento dava via il tutto. All’improvviso la lampada si illuminava riempiendo la stanza di una luce abbagliante. Lì, davanti al letto, la spada immobile nell’aria luccicava in tutto il suo splendore. Poi, con una lentezza carica di energia, cominciava a danzare con tagli di ogni tipo, forti e saldi come mai na aveva visti, segnati da sibili potenti e silenzi assoluti. Poi, alla fine, la spada si voltava verso di lui, come a parlargli:” Hai visto di cosa sono capace, stupido? Perchè ti ostini a cercare di farmi fare quello che non sei capace, chiuso e rigido come un baccalà? Perchè non ti affidi a me? Lasciati andare, riconosci il mio potere, la mia anima. Se lo farai con spirito calmo e puro, insieme alla mia anima conoscerai anche la tua. Perchè l’anima, ricordalo, è una sola, non appartiene a nessuno. Tutti appartengono a lei”.

Da quella mattina cambiò tutto. Puliva la sua spada meticolosamente, spesso le accarezzava la tsuka, talvolta le parlava. La impugnava con una delicatezza salda, quasi fosse una sorella, e non faceva più Iaido da solo, ma con lei. La disciplina ne beneficiò. E la sera, quando prima di addormentarsi la salutava, stava ad osservare il luccichio della lama sotto la luce della lampada. Talvolta il bagliore sembrava disegnare sull’acciaio un sorriso.

di Pino Riconosciuto
(Registrato il 10/01/2013, tutti i diritti sono riservati.)

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SETSU-BUN quinto mese

SETSU-BUN quinto mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco), del Qi Gong scuola “Le Quattro Direzioni”

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Maggio
All’inizio di questo mese il glicine (Wistaria chinensis), due qualità di poenia (Poenia moutan e

Poenia albiflora) e l’azalea sono in fiore, e la gente si affolla a visitare quei luoghi in cui sa di poter ammirare quei fiori.

Il 5 maggio è contraddistinto da una festa chiamata Tango no sekku, in onore dei maschi, le bambine hanno già avuto il loro giorno il 3 marzo. Questa festa è celebrata in ogni casa che sia stata favorita dalla nascita di un maschietto nei precedenti dodici mesi e, meno diffusamente, in quelle case dove vivono bambini al di sotto dei sette anni. Davanti alla porta si espongono bandiere recanti lo stemma della famiglia, statuine di guerrieri, elefanti, tigri, draghi e così via. L’oggetto più importante, tuttavia, è un’alta ed esile asta di solito sormontata da un cesto tondo, dorato, con attaccati nastri lunghi e stretti, e una piccola ruota che il vento fa girare.

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Su questi pali, gonfiate dalla brezza, pendono due o tre grandi carpe colorate, fatte di stoffa o di carta. Poiché la carpa è un pesce che supera risolutamente tutte le difficoltà che incontra nel risalire le acque del paese, anche nelle cascate, fino a giungere, si dice, a tramutarsi in drago volante, essa è scelta per rappresentare allegoricamente la felice carriera di ogni giovane membro maschio della famiglia. Dentro casa, bandierine, e un’insegna militare detta umajirushi molto simile a quella che portano oggi i pompieri sono sistemate in un telaio di legno, insieme con elmi e figure di lottatori, come espressione della speranza che i bambini maschi della casa possano, in seguito, diventare grandi uomini. Vecchi testi raccontano che questa ricorrenza era festeggiata fin dal regno di Jintoku Tenno, circa quindici secoli fa.

Vi era un tempo l’usanza, ancora osservata in alcune regioni, di appendere sotto le grondaie, il 5 maggio, mazzi di calamo aromatico, shobu e di artemisia yogogi, e di spargere quelli di calamo nell’acqua calda dei bagni pubblici, in modo che chi vi si immergeva portasse su di sé, andandosene, il loro gradevole odore. Il calamo è anche messo a macerare nel sake e questo così aromatizzato, è bevuto in questa ricorrenza, così come il toso viene bevuto a Capodanno, poiché la pianta in questione è comunemente considerata efficace per la prevenzione delle malattie, e pertanto usata sia come bevanda sia per il bagno. Parenti e amici sono invitati a un ricevimento, la sera di questo giorno e la gente si scambia focacce, dei dolci detti chimaki, fatti con farina di riso, avvolti in un tipo di giunco chiamato komo, e dolci detti kashiwamochi, avvolti in foglie di quercia.

Sebbene le differenze di clima delle varie regioni del paese impediscano uniformità della pratica agricola, è generalmente nel mese di maggio che in Giappone si pianta il riso. Ed essendo questo cereale di così grande importanza, la messa a dimora delle giovani piantine è un avvenimento importante ed un momento di grande allegria. I villaggi si svuotano, agricoltori e braccianti vanno nei campi allagati, dal mattino presto fino al tardo pomeriggio, e il loro pesante lavoro è rallegrato dalle semplici canzoni che essi stessi cantano.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

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SETSU-BUN quarto mese

SETSU-BUN quarto mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco), del Qi Gong scuola “Le Quattro Direzioni”

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Aprile
Il primo giorno del quarto mese dell’antico calendario, era usanza cambiare gli abiti invernali imbottiti con vestiti più leggeri, che si indossano nella stagione calda, e smettere l’uso degli zoccoli (tabi), ma la differenza di un mese o più tra il vecchio calendario e quello nuovo ha cambiato l’usanza.

L’8 di aprile si tiene una festa chiamata (Kwambutsuye), per celebrare la nascita di (Shaka) (Buddha). Nei tempi della setta buddhista Jodo, una piccola immagine in rame di Buddha è posta su di un piccolo altare ricoperto da molte speci di fiori, e un infuso di radice di liquirizia, detta ama-cha, thè dolce, viene versata sulla statua dai fedeli, che generalmente ottengono dal monaco un pò di questo dolce liquido, per portarlo a casa e dividerlo con gli altri membri della famiglia. Si dice che questo rito tragga origine dalla leggenda che narra che quando Shaka nacque, cadde dal cielo una rugiada dolce e un drago discese e sersò su di lui dell’acqua. Pochè antiche scritture raccontano di una cerimonia tenuta l’ottavo giorno del quarto mese, nel settimo anno del periodo di Showa (740 d.c.), durante il regno dell’imperatore Jim mei Tenno, si può con certezza far risalire l’origine di questa pratica a un periodo precedente a questo. Quando il Buddhismo era all’apice della sua espansione la cerimonia veniva osservata a palazzo, ma con il declino del Buddhismo, anchèssa cadde in declino. La setta Jodo, tuttavia, come si è detto, l’osserva ancora.

Nella prima parte di Aprile, ciliegi, peschi e altri alberi si riproducono di boccioli, e la fioritura dei ciliegi che in Giappone è stupenda, è amata in modo particolare dalla popolazione:è l’emblema scelto per essere riprodotto sul berretto e sul bavero degli allievi del Gakushuin (scuola dei nobili). I luoghi più noti per la fioritura dei ciliegi sono Arashiyama a Yamashiro, Yoshino a Yamato, Mokojima e Ueno a Tokyo, e Asukayama e Koganei vicino a Tokyo.

La stampa che vi si riferisce rappresenta il parco di Ueno, nei giorni in cui è affollato di persone di ogni classe, che ammirano con soddisfazione il loro fiore preferito in piena efflorescenza. Gruppi di persone siedono su panche, su stuoini o su coperte stese a terra, esibiscono i loro cestini da pranzo modesti, e maneggiano i bastoncini (hashi), pizzicando il cibo nelle ciotole, mentre ragazzi e ragazze giocano intorno o si divertono con l’onigokko, una specie di palla prigioniera, gioco al quale persino gli adulti non disdegnano di unirsi.

Nell’immagine si vedono arrivare gli allievi di una scuola, i piccoli davanti e l’insegnante in testa. Una grande zucca (hyotan), getta sulle spalle dell’artigiano ritratto in primo piano è usata per trasportare sake (acquavite di riso).

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

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COSTRUIRE UN ARCO GIAPPONESE

Libera Università Popolare DUECIELI Kyudojo HAYATE

Dojo NITEN ICHI RYU

Via Plava, 37 – Collegno (TO)

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COSTRUZIONE DI UNO YUMI

Iniziamo un viaggio affascinante, la costruzione di uno Yumi (arco Giapponese).

MATERIALI

  • Due lamine il legno di Faggio e frassino.

  • Una lamina di legno di noce (o legno con qualità di durezza).

  • Due lamine di fibra di vetro.

  • Colla bicomponente epossidica.

  • Nastro di carta larghezza 2,5 cm.

  • Forbici.

  • Cutter.

  • Pellicola trasparente.

  • Striscie di vimini (rattan).

  • Materiale per l’impugnatura.

  • Moletta a mano.

  • Carta vetro diverse misure.

  • Bottiglia di vetro.

  • Spatole dentate.

  • Bicchieri di plastica n°2 + piatto.

  • Guanti di cotone, e gomma.

  • Dima

1. Preparazione dei listelli *: posare su di un piano (lungo 250 cm) il listelli di legno, rastremare le estremità (…)

2. Assemblare *: unire provvisoriamente i legni con la fibra di vetro e all’altezza della futura impugnatura (…)

3. Preparazione per l’incollatura *:1) cartavetrare i legni e la fibra di vetro (dalla parte opaca) (…)

4. Preparazione della colla **: colla bicomponente, miscelarla versandola in due bicchieri di plastica attenzione che le dosi siano adeguate (…)

5. Incollare **: distendere i listelli di legno e la vetro resina allineati uno di fianco all’altro (…)

6. Avvolgere **: il tutto nel domopak.

7. Disporre i listelli incollati nella dima: già preparata in precedenza, chiudere il tutto con le morse (…)

8. L’incollatura continua: quando tutto è serrato togliere il domopak dove dobbiamo incollare i puntali (…)

9. La cottura: per avere una cottura e un indurimento della colla inserire la dima in un’auto esposta al sole o ricoprirla con un naylon nero (…)

10. La pulitura: togliere il futuro arco dalla dima, segnare il punto del incocco sull’arco, (dove la freccia uscirà) (…)

11. La rifinitura: passare la carta vetro fine (…)

12. L’impugnatura: Preparare un cartoncino, piegarlo in tre pari, incollarlo sull’arco (…)

13. Montaggio dei particolari estetici: Avvolgere appena sopra l’impugnatura, e alla congiunzione dei puntali con la vetroresina (…)

Una volta un arciere inesperto
si pose di fronte al bersaglio con due frecce nella mano.
Il maestro disse:
I principianti non dovrebbero portare con sé due frecce, perché facendo conto sulla seconda trascurano la prima.
Ogni volta convinciti che raggiungerai lo scopo con una sola freccia, senza preoccuparti del successo o del fallimento.

Così il vostro Yumi è pronto per darvi tante soddisfazioni, creare da pochi e semplici oggetti un capolavoro di ingegneria e tradizione Giapponese, è una cosa così affascinante che sembra perfino irreale.

#determinazioneartigiapponesi

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Preparatore atletico Personal trainer olistico
licenza A.S.I. C.O.N.I. N°26
licenza M.S.P. C.O.N.I. N°548
Esperto di trasformazione energetica, gestione della rabbia.

Chi desidera partecipare al corso di costruzione è pregato di contattare: vincenzo.cesale@gmail.com
Skype: hatorienzo51

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IL KIMONO MAGICO®

Questa è una breve fiaba iniziatica, nata dall’unione dell’esperienza del M° Cesale e di un praticante di

Iaijutsu del dojo Niten Ichi Ryu di Collegno. Da una lezione qualunque.

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Vincenzo CESALE
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IL KIMONO MAGICO®

Lo vide per caso in un mercatino della domenica, seppellito sotto una montagna di camicie e pantaloni stropicciati. Ad attirarlo fu una manica che spuntava dal mucchio, con una fodera bianca in cui si intravvedeva l’inizio di una disegno. Era un kimono nero, con dei sigilli bianchi sui due petti detti Mon”, e il disegno del Fujihama富士山 nella fodera interna. A colpirlo, in particolare, fu la katana che sembrava spuntare dal cono del vulcano.

Una rappresentazione che non aveva mai visto nelle tavole giapponesi che amava consultare su Internet. “Lo prenda, così può travestirsi da samurai a carnevale, fra una settimana!”, lo consigliò ridendo il venditore. Lo provò sommariamente sopra il maglione di lana, sembrava la sua misura, o comunque non stava male. Se la cavò con pochi euro.

Quando se ne andò, con il kimono dentro una busta di plastica marroncina, si sentiva bene, come se fosse più attrezzato per lo iaido. Aveva cominciato il corso da qualche mese, quasi per gioco. L’attirava poter maneggiare la lama, una lama che aveva intorno a sé l’aura di perfezione della katana giapponese. Gli piaceva farlo vestito in quel modo, con quell’hakama cui non era ancora riuscito ad abituarsi, ma che sembrava trasmettergli un’attitudine guerriera che non aveva mai immaginato potesse appartenergli.

Non aveva ancora capito bene che senso avesse praticare lo iaido. Le poche parole che il sensei aveva pronunciato a proposito non erano state di grande aiuto. Non riusciva a capire cosa potesse voler dire “tagliare se stessi”. Certo, capiva il significato letterale di quelle parole. Ma non riusciva a sentire come potessero realizzarsi sulla sua persona. Ogni tanto, guardandosi intorno, in mezzo a quegli uomini vestiti di blu che sguainavano gli iaito fendendo l’aria, si sentiva un po’ fuori posto, come se tutto questo non c’entrasse nulla con la sua vita. Ma poi passava, e quando la pratica finiva si sentiva bene. Di ritorno dalla tintoria, dopo un lavaggio a secco e un’accurata stiratura, il kimono”着物” aveva acquistato un’aria importante che mai avrebbe immaginato prima. Il nero era tornato intenso, la fodera candida nella parti scoperte dal disegno. Sembrava destinato a una personalità di rango elevato, non a uno qualunque.

Quando lo indossò sentì che qualcosa cambiava dentro sé. Gli sembrava di essere più grande, che il suo respiro fosse più profondo e forte, il petto più prominente, lo sguardo più penetrante. “Così dovevano sentirsi i samurai”, pensò, guardandosi allo specchio. La stessa sensazione lo colse quando lo indossò la prima volta nel dojo. Il nuovo kimono cambiava il suo portamento. Se prima era un po’ trascinato, la testa spinta in avanti, la camminata rigida, ora era cambiato tutto: passo morbido e aderente al terreno, testa alta e mento in dentro, spalle larghe e basse. Lo stesso avvenne con i kata.

Praticava i dodici kata della prima scuola della Musoshinden. Se prima i movimenti erano a scatti, corti e contratti, ora avevano acquistato morbidezza. Le braccia si distendevano armoniose nel taglio, l’anca era dritta e cominciava a spingere. “Un cambiamento incredibile!” si diceva, sentendo il corpo rispondere in modo diverso alle sue sollecitazioni e vedendo lo stupore con cui gli altri allievi seguivano i suoi movimenti.

Il sensei aveva notato tutto. Dal nuovo kimono, alle nuove capacità che mostrava sul campo. “Bravo, stai facendo progressi sensibili”, gli disse. “Tutto merito del nuovo kimono”, pensò, e si convinse tanto che non voleva più smetterlo. Per timore di non poterlo indossare non lo faceva neanche lavare. Fino a quando il sensei, opportunamente, non ricordò a tutti che l’ordine personale e la pulizia dell’abbigliamento erano elementi altrettanto importanti nello iaido delle capacità di pratica della disciplina. Purtroppo l’assenza del kimono, ancora in lavanderia, lo convinse del suo carattere magico. Indossato il vecchio gi, tutto sembrava tornare come prima: movimenti impacciati, postura contratta, tagli striminziti. “Oggi non sei in forma”, sembravano dirgli gli occhi del sensei mentre lo guardavano silenziosi. Lui si concentrava, ma le cose non miglioravano, anzi. I movimenti erano sempre più contratti, la respirazione accelerata e faticosa.

Insomma, tutto da dimenticare. Il ritorno del nuovo kimono sembrò riportare tutto a posto. O per lo meno così pensava. Perché quel giorno l’appuntamento nel dojo era dedicato ai tagli. Il sensei”先生aveva preparato con accuratezza le paglie da tagliare e stava selezionando gli allievi che si sarebbero cimentati nel Tameshigiri. Lui aveva cominciato da poco tempo, probabilmente era troppo presto. Così sembrava pensare anche il sensei, che pareva ignorarlo nella selezione. Ma lui lo guardava con un atteggiamento così implorante che il sensei si sentì spinto a chiedergli se voleva provare. Una domanda che trovò di risposta un immediato sì.

Quando venne il suo turno si alzò e si posizionò davanti alla paglia piantata nel sostegno di legno. Gli passarono la spada che taglia, e lui per la prima volta si rese conto di avere in mano una katana vera, e di fronte un oggetto da tagliare. Non era più come “tagliare se stessi”: ora c’era davvero qualcosa da colpire e neutralizzare. “Il kimono mi aiuterà di certo”, si disse. La paglia, dritta davanti a lui, sembrava quasi sfidarlo.

La guardò intimorito mentre il sensei gli spiegava i movimenti da fare per tagliare. Quasi non lo sentiva, tanto era concentrato su quell’oggetto che, nonostante fosse immobile, gli sembrava dotato di un’anima vivente. A un certo punto scattò in avanti, colpendo con forza dall’alto in basso. La paglia cadde dal sostegno senza accusare alcuna ferita. Una volta rimessa a posto, ripartì alla carica, ma la katana si bloccò nella paglia all’inizio del taglio, e non ci fu verso di farla andare in giù. Anche il terzo tentativo fallì, e solo l’invito del sensei a tornare al suo posto lo salvò da un’altra figuraccia. Più tardi, mentre per ultimo terminava di rivestirsi nello spogliatoio, il sensei gli parlò: “Nella Via dell’estrazione della spada non ci sono scorciatoie, come nelle altre Vie vere, compresa quella della vita.

Ogni metro é una conquista faticosa, necessaria per andare avanti. Il fallimento é altrettanto importante, perché ci ricorda quanto siamo piccoli e quanti sforzi dobbiamo fare per diventare grandi. E, per quanto grandi, saremo sempre piccoli. Questo è tagliare se stessi. Perché se ogni taglio ci spoglierà di una parte, alla fine resterà solo quello che é necessario, il nostro vero io: umiltà, accettazione, consapevolezza vera. Sentiremo il vuoto, e capiremo quanto è più vero di tutto il resto. Il tuo kimono nuovo, quello che hai indossato nelle ultime settimane, è un kimono di famiglia, un kimono importante che non tutti possono indossare. Solo un uomo che ha percorso la Via e conosce il suo vero io può portare un simile indumento.

Chi non lo conosce, penserà che é il kimono a dargli l’identità. E nella Via non troverà la strada. Non è il kimono a fare il samurai, é il samurai a fare l’abito: che sia un kimono, cui saprà dare dignità con il suo portamento naturale, o un abito spirituale: quello che ha conquistato nel suo lungo percorso di formazione e che, una volta raggiunto davvero, non lo abbandonerà più. Solo se percorrerai la via con grandi sforzi potrai indossare il tuo kimono senza pericoli. Altrimenti indosserai solo un’illusione, una magia, che una volta sparita ti lascerà in pieno smarrimento”.

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Da un’idea di Pino Riconosciuto e Vincenzo Cesale
(Registrato il 11/02/2011,tutti i diritti sono riservati.)®

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RACCONTI POPOLARI SULLA VOLPE (2)

Antichi racconti giapponesi nella scuola Duecieli, un percorso non solo tecnico con la spada (Iaido) e l’arco (Kyudo) ma anche storico e filosofico del dojo Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate.

RACCONTI POPOLARI SULLA VOLPE (2)

Un giovane samurai incontra, una sera, mentre rincasava, una splendida ragazza non ancora ventenne, dolce ed elegante d’aspetto. Le rivolse la parola e, con sua sorpresa, si sente accettare l’invito di fare una passeggiata insieme, alla luce della Via Lattea.
Dopo aver passato qualche tempo insieme, il samurai dichiara il suo amore alla ragazza e le chiede se il suo sentimento è ricambiato. “Se vi amassi, dovrei subito morire”, si sente rispondere. “Questo è il mio destino”. Lui non le crede, lei cede alle sue insistenze, e passano la notte insieme, sotto le stelle. Il mattino seguente, lei le chiede il suo ventaglio come ricordo, e gli conferma di andare incontro alla morte. “Se vuoi sapere quale sarà la mia sorte, va dietro il muro del palazzo imperiale. Ma, ti prego, se vuoi alleviare le mie pene dopo la morte, copia per me il sutra del loto e offrilo a Budda”. Recatosi sul posto, l’incredulo samurai incontra una giovane volpe morta, la testa coperta dal suo ventaglio. Fugge disperato, torna a casa e da allora, ogni settimana, copia il sutra del loto per l’anima della volpe morta.

Storia riportata dal Konjaku monogatari

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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RACCONTI POPOLARI SULLA VOLPE (1)

Antichi racconti giapponesi nella scuola Duecieli, un percorso non solo tecnico con la spada (Iaido) e l’arco (Kyudo) ma anche storico e filosofico del dojo Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate.

RACCONTI POPOLARI SULLA VOLPE (1)

Un uomo, proprietario di un ristorante, mentre passegiava, vide un giorno una volpe alzarsi sulle zampe posteriori e mettersi in bilico sul muso un cranio umano. Così dicono le credenze, fanno sempre le volpi quando vogliono assumere sembianze umane. Ed ecco, infatti, quella volpe trasformarsi in una giovane e bellissima ragazza, che iniziò a piangere.

Commosso e incuriosito, l’uomo le si avvicina. Lei le racconta di essere la figlia di un generale morto da poco in battaglia, e di essere fuggita dopo di avere assistito anche all’uccisione della madre per mano dei nemici. Ora, disperata, voleva suicidarsi.
Colpito da quel racconto, pur sependi di trovarsi di fronte a una volpe, l’uomo le offre ospitalità, e la portò a casa.

Alla moglie nascose la vera identità della ragazza, per evitare problemi. Bene accolta, la nuova arrivata sa subito rendersi utile in cucina e servendo a tavola i clienti del ristorante. Un giorno, entra in quel locale un daimyo che, alla vista di una così attraente ragazza, si innamora subito di lei, paga un riscatto e la porta via con sé. Al palazzo del daimyo, la nuova concubina trova il modo di farsi ben volere da tutti, persino dalla moglie di lui, che la ragazza colma di attenzioni. Un giorno il daimyo va a Kyoto per affari; quì, incontra un monaco, che gli dice: “Tu sei sotto l’ifluenza di un fantasma, che succhia la tua energia. La tua vita è in percolo”.

Dapprima, il daimyo rise spavaldo, ma poco dopo cadde gravemente ammalato e pallido e gli mancarono le forze. Da casa chiamarono il monaco che l’aveva messo in guardia; giunto al capezzale del daimyo, il religioso celebra una cerimonia speciale, invocando “confusione al nemico”. Appare Dakini*, e la bellissima ragazza, che stava con la moglie accanto al letto del daimyo, rivela la sua vera natura, quella di una vecchia volpe con un cranio umano sul muso, si slancia contro l’altare, ma prima ancora di raggiungerlo, muore.

*Dakini spirito femminile nel buddhismo, per un certo periodo abbinato allo shintoismo, Daikini-Inari
Storia riportata dal Konjaku monogatari

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Vincenzo CESALE
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NITEN ICHI RYU

NITEN ICHI RYU

Centro estivo del dojo Niten Ichi Ryu e della scuola Due Cieli 1.200 metri immersi nel verde alle porte di Torino.

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La dualità del pensiero occidentale

La dualità del pensiero occidentale e l’unicità del pensiero orientale.

L’idea per questo post è scaturita da un avvenimento di qualche giorno fa, che mi ha fatto riflettere su quanto l’immagine esteriore, per noi occidentali, è primaria nella vita quotidiana. Molto diversa è la mentalità tipicamente orientale, la quale porta invece a dare la massima attenzione alla parte interiore, detta “Ura”, e solo dopo alla manifestazione esteriore, detta “Omote”.

Osservo spesso, nelle lezioni di Iaijutsu e di Kyudo, che il viaggio più difficile che gli allievi intraprendono è proprio abbandonare la parte prettamente esteriore, come ad esempio l’acquisto dell’attrezzatura privilegiando i connotati estetici più che l’efficienza, o l’attenzione sull’esecuzione della tecnica perchè sia perfetta da vedere (deve essere anche efficace).

IL PENSIERO OCCIDENTALE

Nel pensiero occidentale, il corpo e lo spirito sono due cose diverse e distinte; la prevalenza, dell’attenzione viene data al corpo, che è l’immagine che noi esponiamo verso gli altri. Quasi sempre diventa primaria, e gli esempi sono alla portata di tutti: dagli oggetti che acquistiamo (auto sempre più grandi, accessori appariscenti), fino ad arrivare agli atteggiamenti sempre più rumorosi, alle diete portate all’esasperazione poco prima dell’estate, per poter sfoggiare un corpo esteticamente accettato, ecc.

Successivamente si prende in esame lo spirito, molto spesso inteso unicamente come appartenenza ad una religione, praticata in ambienti chiusi e nascosti, separati dal resto della vita quotidiana: ecco come si manifesta la dualità occidentale.

La dualità del pensiero occidentale-Duecieli1

IL PENSIERO ORIENTALE

Per gli orientali l’unicità del corpo e dello spirito è un insieme chiamato “shin shin ichinyo”, ovvero spirito e corpo. Attraverso il corpo si apprendono le sensazioni più immediate, tramite il lavoro, gli allenamenti quotidiani; questo concetto è chiamato “shugyo”. Attraverso lo spirito si coltiva in ogni momento l’energia che ci pervade;  questo è il  percorso complementare delle due realtà, non separate ma unite in un viaggio che non le divide mai.

Il lavoro che si svolge nel dojo è esattamente questo: si cerca non la dualità ma l’unicità, attraverso l’unione della tecnica e del lavoro interiore.

Quando vengo in contatto con un neofita, consiglio sempre, per i primi anni, di praticare una sola arte. Con il tempo è semplice aggiungerne un’altra, anzi questo è positivo, poichè l’unicità che si è ricercata e trovata nella prima disciplina viene applicata in modo analogo per la seconda.

Se con attenzione si osservano i praticanti, si distingue chi di loro ha alle spalle una lunga esperienza di pratica da chi è alle prime armi, proprio dagli atteggiamenti che caratterizzano la crescita e l’evoluzione dell’essere umano: nei praticanti esperti “Ura” e “Omote” sono una cosa sola.

Se vuoi commentare e ampliare la discussione sei il benvenuto.

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Vincenzo CESALE
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ALLA RICERCA DELLA FORMA PERDUTA

Un mattino davanti allo specchio all’improvviso vedo una persona diversa da quella che ricordavo: certo gli anni sono passati, da quando ne avevo venti.

La giornata si presenta dura

La giornata inizia male: devo eliminare lo specchio del bagno e poi la bilancia. Per i vestiti ho già provveduto in tempo, piano piano: durante gli anni trascorsi le taglie sono aumentate senza troppo dolore, quindi non posso fare raffronti pericolosi.

Faccio finta di nulla: esco prendendo la mia ventiquattrore e vado al lavoro.Ma che bella sorpresa: l’ascensore dell’ufficio non funziona; per fortuna è al primo piano, però mi distanziano ben venti gradini.

Alla ricerca della forma perduta.

Come scalare il monte Everest; apro la porta e mi trovo in uno stanzone con quindici scrivanie, una delle quali è la mia. I venti gradini hanno fatto la loro parte rendendo il miei polmoni affaticati come avessi fumato una trentina di cubani.

Laggiù in fondo intravedo la salvezza, la mia sedia, che per fortuna ha le ruote così quando devo spostarmi non faccio nemmeno la fatica di alzarmi. Mi viene in mente, sorridendo tra me e me, che quando ero giovane se raccontavi una bufala gli altri ti rispondevano: «se mia nonna avesse le ruote sarebbe un tram» Allora la mia sedia è mia nonna?

Il tempo della ricerca

Dovrei passare il mio tempo un ufficio tra una pratica e l’altra, in realtà passerò quasi tutta la giornata su internet. Il motivo?
Beh quello che ho raccontato fino ad ora sulla mia linea perduta: la ricerca di una palestra che mi rimetta in forma.

Sii credici che la troverai

Tra un sito e l’altro trovo di tutto, ma non qualcuno che mi metta in forma senza dover fare nulla; niente da fare.

Escludo le offerte a basso costo: se costa poco, mi dico, avrai poco. Così elimino cifre ridicole che non possono darmi dei professionisti di buon livello; elimino anche, per il mio bisogno, le offerte di palestre che pubblicizzano insegnanti campioni di livello mondiale, nazionale o che so io: tanto vanto porta, molte volte, a un pessima scelta di insegnanti che in questo modo si pubblicizzano con fumo negli occhi, con un ego spropositato che non gli permette di pensare ai tuoi piccoli problemi. Quello che non serve al sottoscritto.

Forse è il genere sbagliato

Cambio genere e faccio ricerche in un modo non convenzionale: cerco non più palestre, ma luoghi dove ci possa essere anche una crescita non solo fisica. Mi trovo nel mondo delle arti orientali, dove però anche qui ricado nei problemi di prima, aggiungendo anche la parte aggressiva, che in questo momento invece di coltivare devo eliminare.

Giro, giro su internet che mi sembra di essere una trottola, rispetto a questa mattina si è aggiunto anche un gran mal di testa, devo anche deviare la mia ricerca a seconda se il capo ufficio si avvicina o se si allontana.

Ho trovato l’arca perduta

Ma la ricerca nel pomeriggio inoltrato mi dà una svolta: trovo un luogo dove mi assicurano, (già, facile a dirsi), un lavoro in un ambiente protetto da tensioni, rilassante, profumato e pulito.
Praticano diverse discipline: tutte rigorosamente non invasive e non competitive.

Ne adocchio una che a dire la verità mi incuriosisce, ma chi sarà l’insegnante? Vado a leggere il curriculum e lo trovo molto interessante, almeno non si vanta di aver vinto un mondiale qui un campionato del mondo là e arrivando dalla gavetta sicuramente capirà i miei bisogni.

Visto che ho sfruttato il tempo con la mia ricerca su internet, ne approfitto e risparmio sul telefono di casa: chiedo informazioni aspettandomi, come le telefonate precedenti, un addetto che non capisca nulla di quello che le chiedevo, quindi il mio problema non gli interessa.

Il primo impatto

Mi risponde una collaboratrice della scuola, caso strano una voce gentile e attenta a capire la mia richiesta di informazioni. Dopo aver esposto i miei bisogni mi invita a visitare la scuola e se sono interessato ad assistere a una lezione, eventualmente è possibile parlare anche con l’insegnante.

Abbandono i parenti stretti

Lascio mia nonna con rammarico, ci sono stato seduto tutto il giorno, così la lascio riposare pronta per accogliermi il giorno dopo.
Tornando dal lavoro mi sembra di aver risolto tutti i miei problemi sorti al mattino, forse ho trovato chi lavora per me e i benefici sono tutti miei. Grande giornata, non ho più bisogno di nascondere la bilancia e lo specchio.

Inizio la mia prima lezione: bella, mi sono divertito e non ho più pensato per tutto il tempo ai miei problemi; ma sono un po deluso: mi è toccato fare tutto io, anzi l’insegnante l’ha fatto capire molto chiaramente che il lavoro spetta a me.

Nonostante questo tornerò volentieri, e mia nonna ringrazia del peso perduto.

#qigongesalute

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IAIJUTSU KORYU

Scuole antiche di spada giapponese, “Iaijutsu Koryu” tentativo di disarmamento della spada.
Dojo NITEN ICHI RYU

#determinazioneartigiapponesi

Video link: https://www.kyudoiaidoqigong.it/iaijutsu-koryu/

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IL GIOVEDI’ KYUDO

Riprende  il corso di Kyudo del giovedì

presso la “Libera Università Popolare Due Cieli” via Plava, 37 a Collegno (TO)

ORARIO: 18,30 – 20,00

 Kyudo Vincenzo

Si aggiunge al corso già esistente del sabato, ore 9,30 – 12,00
Tel. 011 4034056
e-mail: info@duecieli.it

Vincenzo CESALE
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SEMINARIO DI KENJUTSU E NITEN

Domenica 5/3/2017 nel dojo NITEN ICHI RYU di Collegno (TO) si è svolto il seminario di Kenjutsu e l’introduzione della scuola NiTen a due spade.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti e in particolare a Ermanno per la sua torta dedicata alla nostra scuola.
Vincenzo CESALE
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Altre immagini il link alla pagina: https://www.kyudoiaidoqigong.it/seminario-di-ken-jiutsu-e-niten-2/

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SEMINARIO di KENJUTSU e NITEN

SEMINARIO di KENJUTSU e NITEN

In programma seminario di KENJUTSU e introduzione alla scuola a due spade NITEN.
Dojo NITEN ICHI RYU di Collegno (TO)
Informazioni alla pagina EVENTI www.kyudoiaidoqigong.it/eventi-e-appuntamenti-2/

Vincenzo CESALE
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Altre immagini alla pagina: www.kyudoiaidoqigong.it/category/multimedia-iaido-foto/

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ASHIBUMI

ASHIBUMI

Gli insegnamenti che si trasmettono nel Kyudojo Hayate sono sempre mirati ad una crescita personale e non a una crescita mirata alla competizione.

La prima posizione che decide il tiro

E’ una posizione fondamentale nonchè quella che destina come avverrà il tiro nel Kyudo. Senza ashibumi, un tiro corretto è impossibile;”ashibumi” è…

Ci sono due metodi per eseguirlo: il primo metodo si espleta in un solo movimento che si chiama “reishaki“, il secondo metodo prevede due movimenti e viene detto “bushakei“; in entrambi i casi il fine non cambia, il corpo è eretto e non ondeggia, la mente è focalizzata e già predisposta al tiro. I piedi in entrambi i metodi, sono distanti fra loro quanto la metà dell’altezza dell’arciere.

L’angolo fra i piedi (ashi) è di sessanta gradi, con una lieve differenza in caso di arcieri molto alti  o di corporatura massiccia, per i quali l’angolo di apertura è più ampio. Il peso del corpo sul piede sinistro è suddiviso per il 60% sulle punte e per il 40% sul tallone, per il piede destro per il 40% sulle punte e per il 60% sul tallone; questa tecnica permette di controllare l’anca e non lasciarla ruotare nel momento del tiro, le gambe non sono in tensione, le ginochia sono sganciate in modo naturale.

Ashibumi è la prima delle otto posizioni primcipali, “Dozukuri-Yugamae-Uchiokoshi-Hikiwake-Kai-Hanare-Zanshin-Yudaoshi” che vedremo in appuntamenti futuri.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
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SETSU-BUN secondo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

FEBBRAIO
Con l’introduzione del calendario gregoriano, nel 1873, il secondo mese dell’anno ha perso gran parte delle sue caratteristiche distintive. Setsu bun, il periodo nel quale l’inverno si trasforma in primavera, cade in questo mese, secondo il vecchio calendario giapponese, quando c’era l’usanza di tirare piselli secchi dentro le case, pensando che avesse l’effetto di scacciare spiriti maligni e influenze nocive.
Questo era anche il mese della fioritura dei ciliegi, ma persino i pruni non sono ancora completamente in fiore nell’attuale mese di febbraio. Tra i luoghi del Giappone più famosi per la fioritura dei pruni  vi sono Tsuki ga se a Yamato Komukai, vicino a Tokyo, Sugita, vicino a Yokohama, e Kameido e Kinegawa, sobborghi di Tokyo. La stampa rappresenta una scena a Kameido, quando i pruni sono in piena fioritura.

Prima dell’introduzione, durante il regno attuale, di una suddivisione settimanale del tempo, i giorni portavano nella loro sequenza i nomi dei dodici segni zodiacali:
1) Ne (nezu mi), il Topo;
2) Ushi, il Toro;
3) Tora, la Tigre;
4) U (usagi), la Lepre;
5) Tatsu, il Drago;
6) Mi (hebi), il Serpente;
7) Uma, il Cavallo;
8) Hitsuji, la Capra;
9) Saru, la Scimmia;
10) Tori, il Gallo;
11) Inu, il Cane;
12) I, il Cinghiale.

Allo hatsu uma, o “primo giorno del cavallo”, del secondo mese, veniva celebrata ovunque la festa di Inari, la dea dei cereali, e, benchè sia oggi osservata in misura molto minore, si appendono lampioni di carta ovali con figure dipinte, disposti ai lati della strada che porta al tempio di Inari, guadato da una coppia di volpi. Il più grande è quello di Fushimi Inari, a Inariyama, sul lato est della strada che da Kyoto va a Fujimi. E’ poco più di tre miglia e mezzo dal ponte Sanyo in Kyoto, e presso la stazione  Inari della ferrovia Tokyo Kobe.
L’undicesimo giorno del mese, piccole e grandi città sono rallegrate dalle bandiere nazionali esposte in onore dell’ordinazione del Jimmu Tenno, primo imperatore del Giappone, e, in questo giorno nell’anno 1889 è stata promulgata dall’attuale Imperatore una Costituzione per L’Impero.

SETSU-BUN Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)


L’Angolo Manzoni Editrice

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Il DOJO NITEN ICHI RYU

IL DOJO NITEN ICHI RYU
IaijutsuKyudoQi Gong

L’INGRESSO NEL DŌJŌ E’ RISERVATO A COLORO CHE VOGLIONO PRATICARE CON SERIETA’ E DEDIZIONE.

Non c’è un metodo di preparazione alla pratica. E’ sufficiente fare pratica.

Arriva al Dōjō sempre con il necessario anticipo per cambiarsi d’abito con concentrazione e senza fretta. La pratica non inizia nel momento in cui si inizia il lavoro, bensì in tutti i momenti che precedono l’ingresso al Dōjō.

Che tu sia un principiante o abbia già esperienza nella pratica, la tua presenza nel Dōjō è di fondamentale importanza. Cerca di vincere la pigrizia e le tue resistenze e di organizzare la tua vita in modo da essere il più presente possibile alle sedute di pratica.

Liberati di collane, bracciali, orecchini, orologi, abbandona tutto. Per praticare non abbiamo bisogno di abbellimenti, ma di abbandonare i nostri attaccamenti.

Studia con profitto, serietà e dedizione e il tuo insegnante sarà sempre presente per aiutarti nel tuo percorso.

Quando entri nel Dōjō, abbandona ogni preoccupazione di fama e di profitto; lascia alla porta i pregiudizi di razza, di sesso e di condizione sociale.

IL DOJO HAYATE-Collegno

IL DOJO HAYATE-Collegno

La pratica inizia all’ora esatta, in un silenzio ed in un immobilità assoluti. Sii pronto nel Dōjō almeno cinque minuti prima dell’inizio (il secondo colpo del Taiko o del Moppan ricorda che a breve inizierà la pratica). Una volta che è suonato Nijo (i due colpi che segnano l’inizio) nessuno può più entrare nel Dōjō. Chi arriva in ritardo per cause di forza maggiore deve aspettare il termine dei saluti cerimoniali e il permesso del Maestro.

Si entra e si esce dal Dōjō inchinandosi: è un segno di rispetto verso l’arte, un ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto. Viene eseguito il rito del Soji (pulizia): gli allievi puliscono l’ambiente, preparandolo per una buona pratica e lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: ogni praticante si prepara ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere l’arte marziale.

Cerca di agire sempre in armonia con gli altri e con l’ambiente in cui ti trovi a vivere; non permettere a te stesso di isolarti nelle tue preoccupazioni o rigidità, ma comprendi che l’arte che ti appresti ad imparare è una pratica in cui conosciamo noi stessi, attraverso la relazione.

Nel Dōjō ci si muove con decisione (non trasognati) ma con passo grave e solenne percorrendo il perimetro della sala senza prendere “scorciatoie”. Ricorda costantemente la sacralità del luogo.

Non lasciare mai il Dōjō senza avvertire, e senza il permesso dell’insegnante.

Vincenzo CESALE

チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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IL TAMBURO GIAPPONESE NELL’ARTE MARZIALE

Tamburo giapponese: ovvero NIJO, il richiamo alla pratica

Uno degli aspetti che caratterizza le arti orientali, è la ritualità. Ad esempio, ogni sessione di pratica (di qualunque disciplina stiamo parlando), solitamente inizia con un richiamo sonoro molto potente.

Il concetto alla base di questa tradizione risiede nell’uso di prepararsi mentalmente, spiritualmente e fisicamente a vivere l’arte; ogni azione aiuta ad eliminare le proprie preoccupazioni, a correggere la postura del corpo (che deve essere dignitosa e forte), e rivolgersi verso il controllo del proprio “IO”.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Il suono fa sobbalzare, ma di fatto ha la forza di un’onda dirompente che si infrange sulla mente del praticante, spazzando via illusioni e impurità.

Prepararci a quello che ci accingiamo a praticare e al lavoro con gli altri, aiuta a immergersi totalmente nell’esperienza che stiamo per compiere, unendo le forze e il proprio spirito con quello di tutti gli altri partecipanti.

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La pratica inizia all’ora esatta, in un silenzio ed in un immobilità assoluti.

L’inizio dell’arte viene segnato dal tamburo. Una volta suonato il Nijo (i due colpi che segnano l’inizio) nessuno può più entrare nel Dōjō.

Nell’arte della spada (Iaijutsu) utilizziamo il Taiko, il tamburo a forma di barile. 
Nel Kyudo utilizziamo il Moppan (lastra di legno, percossa da un tronco appeso con delle corde o da un martello di legno)
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Il periodo feudale (il periodo degli Stati Combattenti)

Nel Giappone feudale il tamburo veniva usato per richiamare gli uomini, motivare le truppe e per dare ordini a distanza: il ritmo e il suono cambiavano a seconda delle informazioni che si volevano trasmettere.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Il Kabuki

Nel teatro tradizionale giapponese il Taiko veniva usato non solo per dare il tempo alla recita, ma anche per enfatizzare la recitazione, così dare molto pathos alla storia raccontata.

L’origine dei Taiko

Nel secondo libro più antico di storia giapponese, Nihongi, si racconta la storia mitologica dell’origine del Taiko.

La Dea Amaterasu era fuggita in una grotta per dispetto contro gli uomini, spegnendo il sole e di conseguenza togliendo la luce. Il Dio anziano Ame no Uzume per convincere la Dea ad uscire dalla grotta, usò un barile vuoto di sake, percuotendolo e ballandogli intorno; così i giapponesi raccontano l’arrivo del tamburo nella loro isola.

Questi tamburi venivano anche utilizzati per riti religiosi, Shinto o Buddisti e per richiamare i fedeli alla preghiera.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Perchè suonare il tamburo oggi?

Con il tempo mi sono accorto che non solo era molto ben accettato da tutti i praticanti, ma qualcuno di loro ne era favorevolmente colpito: l’atteggiamento che riuscivano ad avere durante il rito e sopratutto nella pratica era di un’immedesimazione positiva, e questo portava ad un contegno forte, anche al di fuori del luogo di pratica.

Ritengo che durante le lezioni sia molto importante sviluppare attentamente ogni sfumatura dell’arte. Per questo nel nostro Dojo diamo importanza a questo rito, tanto quanto alla pratica in sé.

Vincenzo CESALE
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SETSU-BUN primo mese

SETSU-BUN primo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Ad ogni porta
stanno alberi di pino;
un miglio più avanti,
verso il regno degli spiriti:
e, come c’è allegria,
così c’è tristezza.

Canzone di IKKYU

Gennaio
Poichè nessuno può prevedere quanta gioia e quanto dolore gli saranno destinati nel corso dell’anno appena nato, tutti desiderano trarre auspici favorevoli, a giudicare dalle manifestazioni di gioia con le quali è salutato in Giappone l’avvento del nuovo anno. All’esterno della casa, ai lati del cancello o della porta d’ingresso, vengono piantati giovani alberi di pino, e dei bambù, intagliati in una decorazione detta kado matsu o matsu kazari (pino della porta). Antichi testi narrano che questa usanza di piantare rami di pino esisteva già 850 anni fa i bambù vennero aggiunti molto più tardi.

Setsu-Bun-1/1-Duecieli

Questi due rappresentanti del regno vegetale accomunati all’anno nuovo, sono segnali di buon augurio, poichè le loro foglie non soccombono ai venti gelidi dell’inverno, e il diritto bambù, con i suoi nodi regolari è, inoltre, simbolo di virtù.
Sopra l’ingresso viene appeso uno shime kazari, oggetto simbolico fatto con corda di paglia, e arancia amara (daidai), kaki secco, felce (urajiro), sempre vivo (yuzuriha), gambero ecc., pochè a ciascuna di queste cose si attribuisce un quanche significato di buon augurio; il camminare all’indietro del gambero, ad esempio, è considerato simbolo di lunga vita. La corda di paglia è a ricordo di quella che, si dice, sia stata tesa all’entrata della grotta Ama no iwato, dopo che la dea Sole Amaterasu ne era uscita: il buio dell’interno della grotta fu considerato impuro ed infausto, e la corda lo separa dal puro e splendente mondo esterno. Questa corda è usata nei templi shinto a segnare il confine tra l’interno purificato e il comune mondo estrerno, ed è usata nelle case di abitazione, in occasioni di festa, come confine oltre il quale nulla di malvagio o infausto ha accesso, e si crede così di impedire l’entrata a malattie e spiriti diabolici.

All’interno della casa, il giorno di Capodanno, si trovano focacce di riso, grandi e tonde, chiamate kagami mochi, decorate con arancia amara, kaki seco, felce, sempreverdi e granchio, il tutto sistemato su di un vasssoio chiamato sanbo, e posto in una nicchia ornamentale, denominata toko, che costituisce una caratteristica dei salotti giapponesi.
La mattina presto si tiene una celebrazione familiare, i cui dettagli sono diversi nelle varie regioni del paese, ma la preparazione del toso, una specie di sake aromatizzato o acquavite di riso, e dello zoni, un insieme di focacce di riso, pesce e verdure, è la stessa ovunque. Terminata questa operazione, la gente esce, vestita degli abiti migliori, per incontrare parenti e amici e augurare loro un felice anno nuovo, e per farlo, usa la parola omedeto. Alcuni vanno sulle loro vetture, altri in jinrikisha tirato da due uomini le persone più umili hanno un jinrikisha tirato da un solo uomo, ed altri ancora devono andare a piedi.
Ufficiali e persone che ricoprono alte cariche portano l’uniforme, altri dignitari indossano generalmente abiti di foggia europea; ma la maggioranza delle persone veste un haori (giacca) e hakama (pantaloni larghi). Le strade sono rallegrate da bambini che indossano abiti nuovi, i maschi fanno volare aquiloni o girare trottole, e le bimbe giocano al volano o con la palla.

Quando la luce del giorno muore, i più giovani, e spesso anche gli anziani, si divertono con il gioco delle carte (uta garuta e hana garuta) e il backgammon (sugoroku), e quelli che perdono devono rassegnarsi a farsi imbrattare il viso con l’inchiostro.
Poichè si crede che la fortuna sorrida a coloro che salutano il sole nascente il giorno di Capodanno, donne e uomini si alzano presto e si radunano in un luogo dal quale si può vedere bene il primo apparire dell’astro. E’ anche pratica comune cercare il favore del dio, il cui tempio si trova in quel quarto di cerchio che corrisponde al nome dell’anno. In questo modo si scelgono templi diversi secondo gli anni. Dal primo al terzo giorno di questo mese, è usanza tirare l’acqua dai pozzi la mattina presto, e quasto si chiama waza mizu, “acqua nuova”.

Di buon ora, il secondo giorno, i mercati delle grandi città inviano ai commercianti locali i primi prodotti dell’anno, chiamati hatsuni, che vengono ammucchiati su carri trainati da buoi e decorati con bandiere recanti il nome il nome della ditta che li spedisce. I carri di testa portano alti alcuni simboli di buona sorte, come “i sette dei della fortuna” (Shichi Fuku Jin), il sole nascente, l’albero di pino, il gambero ecc., e sono seguiti da una fila di uomini, generalmente impiegati della ditta, tutti vestiti allo stesso modo, che suonano flauti o tamburi, e tutto l’insieme ricorda molto le processioni religiose viste nelle grandi città. La sera dello stesso giorno, uomini vanno in giro per le strade facendo risuonare il grido Otakara! Otakara!, e offrono in vendita il dipinto di una barcha con a bordo i Sette Dei della Fortuna, detta takarabune, (barca del tesoro) che, se posta sotto il cuscino, si ritiene faccia fare sogni fortunati.

Il settimo giorno si cuociono e si mangiano sette tipi di verdure (nana kusa), a protezione delle malattie: il prezzemolo, la borsa del pastore (nazuna), canapa comune (gogyo), sedano, becco di gallina (hotokenoza), rapa e rafano (suzushi ro).
Durante le due prime settimane di Gennaio, per le strade sfilano uomini vestiti da manzai, okagura o shishimai; i primi, che sono vestiti alla foggia antica, vanno in giro battendo un tamburo e, per una piccola somma di denaro, ripetono gli auguri per il futuro; gli altri indossano grandi maschere di legno, a forma di testa di leone, che vengono costruite per muoversi all’ unisono con il ritmo dei tamburi e il suono dei flauti.
Il quindicesimo e il sedicesimo giorno di questo mese sono attesi con ansia da tutti gli inservienti e le domestiche, ma dai servitori maschi in particolar modo, poichè è questo il periodo in cui si concede loro una vacanza, perchè essi abbiano la possibilità di rivedere le famiglie; questo tornare a casa è definito yabu iri o yadori.

La prima illustrazione offre un’immagine completa della scena il giorno di Capodanno. La seconda stampa rappresenta una processione di daimyo per il Capodanno al castello dello Shogun in Yedo oggi chiamata Tokyo, durante il lungo periodo in cui l’effettivo potere di governo, in Giappone, fu nelle mani di succesivi Shogun della casta Tokugawa, e quando daimyo (grande nome) era il titolo dei grandi signori feudali del paese.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

 

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PULIZIA DEL DOJO “Soji”

PULIZIA DEL DOJO
Do (Via) Jo (luogo)

In che modo “pulire il dojo” diventa un elemento fondamentale in una lezione di arti giapponesi.

Nelle sessioni di allenamento cerco di mantenere il più possibile l’insegnamento dei miei Maestri giapponesi, perchè tengo molto al profondo lavoro che è legato alle arti orientali.

 

Kyudo Soji pulizie-DueCieli

 

Desidero beneficiare il più possibile dell’esperienza che mi è stata trasmessa e che mi ha aiutato nella vita, per questo la condivido con i miei allievi, che vi prendono parte con curiosità e spirito di partecipazione: si tratta di una realtà che ormai in occidente abbiamo perso, ma che nelle scuole tradizionali del giapponese continuano a tramettere.

Anticamente e (tuttora) nel Dojo viene eseguito il rito del Soji (pulizia); gli allievi, usando scope e strofinacci, puliscono l’ambiente, lasciandolo in ordine per il lavoro che si svolgerà e per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente, e costituisce una forma di preparazione alla sessione di lavoro.

Grazie a questa pratica, che potrebbe apparire banale agli occhi di un profano, in realtà i praticanti si allenano ad affrontare il mondo esterno e la vita di ogni giorno (soprattutto sul lavoro e in famiglia) con umiltà e forza d’animo, doti necessarie anche per apprendere e per insegnare l’arte marziale.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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“NON PENSARE: ASCOLTA”

“NON PENSARE: ASCOLTA”

Quante volte è capitato di pensare ad un evento o dare un giudizio affrettato verso una nuova conoscenza, per poi avere un’esperienza molto diversa de quella che ci eravamo aspettati, rischiando quindi di distruggere un futuro rapporto?

La realtà è completamente diversa da quello che pensiamo.

Qualche volta mi è capitato di voler interpretare un fatto secondo una certa visione e di accorgermi, dopo breve tempo, che il mio pensiero era distante dalla realtà.
Una frase che mi aiuta ad orientarmi in questi casi è: ”quello che tu pensi non è la realtà”

La realtà degli altri.

La percezione della nostra realtà è sempre distorta dalle esperienze del passato, che non sono mai le stesse esperienze degli altri.

Allora cosa dobbiamo pensare?

Ci sono tre parole che mi ripeto sempre quando devo relazionarmi: ”non pensare, ascolta” . Ovvero: non pensare con la mente ma ascolta con lo spirito .

Un fatto personale accaduto qualche settimana fa mi ha fatto comprendere che i ricordi negativi che sono nella mente non devono avere nessun privilegio: sono proprio quelli che ti possono rendere rabbioso, rancoroso e a volte boicottano il futuro.

“NON PENSARE: ASCOLTA”-Duecieli2

Un futuro senza ricordi?

Il passato è molto importante per il nostro futuro: i nostri ricordi positivi, quelli che aiutano a sentirsi bene sono quelli dello spirito; quindi privilegiamo i ricordi del nostro spirito e diamo l’importanza che devono avere (poca), ai ricordi della mente.

Se diamo troppa importanza alla mente, la realtà cambia aspetto. E l’aspetto che prende può essere triste, anche drammatico, e portarci a prendere decisioni estreme.

Buonasera Maestro.


Come ci siamo detti,ti trascrivo quanto annotato sul mio quaderno durante la lezione di stamane.

”Lascia che il tuo spirito prevalga sulla tua mente.”
I ricordi fanno parte della tua vita,ma non lasciartela condizionare da essi,altrimenti lo spirito resta represso.

In quest’ultima settimana ho finalmente aperto gli occhi, dopo molti anni. 
Il Maestro mi dice che il mio tiro oggi è SERENO. Si. É vero.
Sono serena nonostante mi abbiano raccontato che una delle mie amiche più care é morta “perché non aveva alternative”.


Non poteva chiamarmi? No. Non poteva.
Non poteva dirmi il dramma che viveva perché io ero l’unica a cui non poteva (per orgoglio) rivelarlo. Lei, che mi considerava una “senza le palle” perché non avrei mai rinunciato a Torino per trasferirmi al mare,dove “si sta bene e si vive meglio” mi diceva sempre. Già. ..
”Cara S.,oggi il mio Maestro, (che sicuramente avrebbe potuto offrire una valida alternativa ad uscire dal “tunnel” in cui ti eri cacciata,per rabbia,per noia,per sai solo tu i veri motivi) ha capito che sono serena. Ed è vero.
Respiro e vivo la mia vita assaporando ogni respiro e respirando il mio spirito libero. Felice di ogni mio passo ed ogni mia scelta. Mi spiace solo che tu non abbia mai potuto vivere questa sensazione:ti sarebbe piaciuta. Ma avresti dovuto PERDONARE senza dimenticare. Io l’ho appena fatto con te.”
Ecco ciò che è uscito dalla lezione di oggi.
Grazie e buona serata.

Erano molte settimane che provavo a comunicare attraverso un articolo, continuavo a cestinare qualsiasi cosa scrivessi, non riuscivo ad esprimere quello che volevo dire, all’improvviso l’aiuto è arrivato da una e-mail di una nostra amica di percorso, per questo la ringrazio: ha raccontato un’esperienza forte che accompagnerà il nostro viaggio.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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L’ARTE MARZIALE NELL’ERA MODERNA

L’ARTE MARZIALE NELL’ERA MODERNA

Molte volte la spinta che porta ad avvicinarsi a queste arti è l’immaginario collettivo: l’invincibilità del samurai, la spada che da sola risolve i problemi, praticare con lo scopo della difesa personale, cercare un luogo dove scaricare la nostra rabbia, ecc..

Una premessa necessaria.

All’apertura delle frontiere giapponesi agli occidentali nel 1867, e alla conseguente caduta dello shogunato di Tokugawa, il pericolo era di perdere la propria identità culturale di molti secoli: così cercarono di salvare le loro arti di riferimento, la spada (Iaijiutsu) e l’arco (Kyujiutsu). 
Cercando di unirle e codificarle in chiave moderna, venne eliminata la parte jiutsu diventando DO (VIA); questo è anche il periodo della nascita di nuove discipline giapponesi: Kendo, Judo, Aikido, Karate, ecc.

 La trasformazione

La guerra civile che flagellò il Giappone per secoli, formò una casta di guerrieri molto specializzati al soldo dei padroni feudali. Nell’era moderna non era più indispensabile formare dei mercenari, ma sempre mantenendo le proprie tradizioni, formarono nel corpo e nello spirito i nuovi guerrieri per affrontare le moderne sfide che si stavano avvicinando. Questo ebbe un’importanza fondamentale delle antiche arti per i nuovi giapponesi, che si apprestavano ad affacciarsi nell’era moderna.

Che cosa puoi fare?

Allontanando la violenza fisica si ha la possibilità di avere una crescita umana molto più profonda, quindi non è più possibile pensare che queste arti portino distruzione. Sono termini che non appartengono più a quest’epoca: oggi queste arti portano dei benefici.

L’era moderna in cui viviamo non è esente da problemi, ma ora rispetto al passato abbiamo la coscienza di risolverli in modo pacifico e queste arti ci vengono in aiuto. Il praticare le arti giapponesi moderne ci dà la possibilità di trovare un equilibrio e formare un carattere forte adeguato all’era moderna, ci insegna con il lavoro di gruppo a fare parte di una comunità.

Vincenzo CESALE
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ANSIA DA PRESTAZIONE 2

ANSIA DA PRESTAZIONE 2 L’EGO

Nell’articolo “ansia da prestazione 1” descrivevo la situazione psicologica che deve affrontare chi inizia una nuova esperienza, in particolare con l’arte della spada “Iaido”, dell’arco “Kyudo” e del “Qi Gong”.

Ora vorrei affrontare il discorso sull’esperienza che affronta l’allievo anziano, inteso come tempo di pratica, che nelle arti giapponesi viene chiamato “Sempai” .

Una fase delicata

Quando si è in questa fase, molto delicata, il lato umano di ognuno diventa predominante: l’esperienza acquisita ci viene ora richiesta sotto forma di abilità anche di fronte ad altri, e siccome non ci si può tirare indietro, spesso vengono in mente le prime lezioni ( come erano facili! ), così cresce l’ansia da prestazione.

Quando un allievo è principiante, nessuno si aspetta da lui delle prestazioni eccezionali, ma quando diventa più bravo inizia ad essere considerato dagli altri praticanti come un punto di riferimento, ed è in questi momenti (quando si sente “osservato” da tutti gli altri), finisce per commettere degli errori che non faceva nemmeno il primo mese.

Questo è un passaggio che avviene in tutti i praticanti, nel quale è molto importante fare tesoro dei molti anni di pratica. L’ego è una parte di noi che a volte fa sentire inadeguati, gran parte del lavoro di studio è proprio per imparare a gestirlo.

ANSIA DA PRESTAZIONE 2-Duecieli

Le responsabilità dell’allievo.

Quando si ha una grande esperienza e molti anni di lavoro con il proprio insegnante, si instaura un rapporto molto particolare e intenso.
Le responsabilità che acquisisce l’allievo anziano, sono compiti complessi: occuparsi dei primi contatti con i nuovi allievi, guidarli nei comportamenti da tenere nel luogo di pratica, sostituire l’insegnante nelle lezioni, ecc..
Questa è una via obbligatoria da percorrere, che lo porterà a diventare, a sua volta, un buon insegnante.

Tutte le mattine ti svegli con il tuo ego

E’ una lotta continua dover tenere sotto controllo il proprio ego, ma anche una bella sfida per la crescita:
“tutte le mattine ti svegli con il tuo ego, cerca di sedarlo durante la giornata, arriva alla sera in pace con te stesso e con il mondo che ti circonda”.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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SETSU-BUN undicesimo mese

SETSU-BUN undicesimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Novembre

Poichè il 3 di Novembre cade il compleanno dell’attuale imperatore, in questo giorno sono esposte avunque bandiere, la guarnigione di Tokyo è passata in rivista da Sua Maesta nella piazza d’armi Aoyama, e c’è una sfilata delle truppe di stanza in altre città-presidio dell’impero.

I crisantemi, che hanno iniziato la fioritura alla fine di Ottobre, raggiungono il massimo del loro splendore all’inizio di Novembre.
Mentre bellissime qualità vengono coltivate in molti giardini privati e nelle serre, la più bella esposizione si tiene nei giardini del palazzo Akasaka a Tokyo, dove sono piantati fitti, in aiuole rialzate, protetti da tettoie aperte di bambu e stuoie. Dopo che alti dignitari e rappresentanti di potenze straniere sono stati ricevuti dall’Imperatore e dall’Imperatrice, con una festa all’aperto nei giardini stessi, una folla di autorità minori, ufficiali dell’esercito e della marina, dame e altre persone invitate ufficialmente, girando per i giardini sistemati splendidamente. Alcuni dei crisantemi sono grandi palle variegate di cremisi, di lillà e altri colori. altre varietàhanno lunghi petali sottili, che devono essere sostenuti da cerchi di filo metallico. In alcuni casi l’abilità del giardiniere è dimostrata dall’esibizione di centinaia di boccioli su una singola pianta, come nel caso d’una, nel Novembre 1893, che portava non meno di 710 fiori.

Verso la metà e la fine del mese, le foglie d’acero esplodono nei loro sgargianti colori autunnali, e fra i luoghi che si visitano in questo periodo per lo spettacolo degli aceri, i più famosi sono Togano-o, e Tsuten, a Kyoto e Kaianji e Takinogawa, vicino a Tokyo.
Il 15 Novembre è giorno di una certa importanza per i più piccoli. La testa dei bambini viene generalmente mantenuta rasata fino a tre anni circa d’età, secondo il modo di contare giapponese, che considera una parte dell’anno come un anno intero. Ma a cominciare da questo giorno, si lascia crescere un ciuffo di capelli in cima al capo. E sempre questo stesso giorno un bambino di cinque anno può indossere i pantaloni (hakama) in occasioni di feste, e le bambine di sette anni possono esibire l’ampia fascia o cintura (obi), che costituisce una importante componente dell’abbigliamento femminile. Una festa, che si tiene la sera, celebre il raggiungimento di ognuno dei suddetti privilegi, conusciuti rispettivamente come kamioki, hakami e obitoki. I bambini nati nei precedenti dodici mesi vengono portati, in questo giorno, davanti ad un altare shinto, dove la madre compie un atto di adorazione.

In ciascuno dei due giorni <> che cadono a Novembre, si tiene a Tokyo una fiera chiamata Tori-no-ichi (fiera degli uccelli), dalla quale i visitatori generalmente tornano a casa tenendo in mano un ramuscello di bambù. Questo rastrello, chiamato kumade (zampa d’orso), è decorato con finti libri contabili e con figure di carta delle divinità della fortuna, della tartaruga della gru e d’altri simboli di successo e di prosperità e il rastrello stesso, nella sua qualità di strumento usato per riunire le cose, favorisce la raccolta e la riunione di tutto quanto ha valore in questa vita. I gestori di ristoranti e di locali d’intrattenimento acquistano e espongono un tipo di rastrello più grande. L fiera si tiene a Otorijinshia, a Shitaya, a Tokyo e in uno o due altri luoghi.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)
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LA PRATICA CI RENDE LIBERI

La pratica ci rende liberi

L’altra sera poco prima di iniziare la lezione, ometto quale disciplina per ragioni di privacy della persona interessata, arriva un messaggio da parte di una praticante, “mi spiace ma questa sera non posso venire, ho perso il lavoro”. Per Deborah e per me, che conosciamo ogni nostro allievo/a personalmente, sapere che ragazzi/e corretti e onesti non abbiamo l’opportunità di condurre una vita serena ci lascia un forte disagio. Nella nostra scuola non abbiamo mai considerato chi si affida a noi, un numero, ma delle persone, ognuna diversa dall’altra.

Una frase che non si vorrebbe mai sentire

Ogni volta che sento questa frase, e negli ultimi tempi purtroppo è diventato un tormentone, rimango dispiaciuto: provo un senso di impotenza. E’ una situazione che la mia generazione non conosce e quindi comprende poco, ma può immaginare l’enorme problema che comporta: la tranquillità finanziaria è così importante da condizionare la vita che conduciamo.

La pratica ci rende liberi-Duecieli1

La pratica

Questo molte volte comporta l’abbandono della pratica, proprio quando invece bisognerebbe intensificare la presenza. Il Kyudo lo Iaido, il Qi Gong sono un’ancora di salvezza per momenti negativi della nostra vita, capaci di trasformare queste situazioni da negative in positive.

L’ambiente e i compagni di pratica giusti, ci danno la sicurezza di essere in un ambiente che ci protegge e, seppur per un breve periodo, possiamo dimenticare i problemi che ci affliggono.
Questo aiuta a trasportare all’esterno questo benessere, per poter riprendere l’equilibrio che ci permette di risolvere al meglio i nostri problemi.

L’abbandono non è la soluzione

In passato, alcuni allievi hanno vissuto queste situazioni, condividendo il loro malessere con me: quando si passa attraverso un cambiamento è naturale sentirsi spaventati e spaesati.
Qualcuno di loro ha proseguito la pratica, trovando giovamento e superando le difficoltà con minore disagio, altri invece si sono chiusi, e hanno abbandonato la disciplina. Ognuno può scegliere come reagire ai propri problemi, ma quelle che riescono a risolvere meglio le difficoltà sono le persone che comprendono il valore del lavoro a cui si stanno dedicando. Ciò che si fa in palestra è solo un mezzo per sviluppare la forza interiore.

E’ vero che il licenziamento è reale, ma dobbiamo affrontarlo a muso duro, non cedendo al ricatto che il momento ci impone: praticando si trasforma il nostro momento negativo in un momento positivo. Siate voi i padroni della vostra vita.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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Ansia da prestazione 1

Ansia da prestazione 1 – Il primo giorno

Buongiorno a tutti, ben ritrovati, dopo le vacanze ahimè finite, ricominciamo il viaggio nelle nostre amate discipline parlando di ansia da prestazione.

Vorrei iniziare la stagione con un pensiero sulla nostra pratica: “il primo giorno”.

Un giorno discorrevo con Deborah sulla mia poca capacità informatica, ed esprimendo i miei drammi al riguardo, lei mi espose un suo pensiero: “non sei più al primo giorno, stai accumulando esperienza e il tuo lavoro è diventato più complesso. Il difficile è adesso.”
Sono d’accordo e mi ricordo subito di quello che ripeto ai principianti, e che ho detto in precedenza agli allievi anziani: godetevi il primo giorno, perchè quelli che verranno saranno più complessi; MA NON SCORAGGIATEVI.

ansia da prestazione duecieli-2

In che modo questo concetto influenza il TUO lavoro?

Quando si vuole iniziare una disciplina, la prima cosa è trovare un insegnante, poi visitare il luogo dove si pratica, ed assistere ad una lezione.
In quel momento può accadere di temere che lo studio sarà molto complesso e un po’ ci si scoraggia, ma arriva comunque il fatidico giorno dell’inizio; tutto sembra difficile e molti pensano che non ci riusciranno mai: quando ti trovi in uno di questi momenti, credi in te stesso perché hai delle potenzialità che nemmeno immagini.

Qui vorrei agganciarmi al discorso precedente che Deborah esprimeva a riguardo della mia difficoltà informatica e che coincide con il concetto spiegato ai novizi: “ricordatevi il primo giorno di pratica, perché sarà il giorno più facile”. Qui aggiungo: però sarà anche il meno interessante.

Il difficile arriva sempre dopo: non solo perché le nozioni si accumulano, ma perché ci si addentra in meandri che non riguardano più solo la tecnica fine a se stessa; l’arte si fonde con noi stessi nel nostro animo, nei luoghi più nascosti del nostro spirito.

E quando quello che stiamo imparando diventa parte della nostra vita, sentiamo che dentro di noi è esploso qualcosa, che non solo siamo bravi ma che questo è un’energia che trasforma.
Così può succedere, quando incontriamo qualcuno che era molto che non vedevamo, che ci dice: “ma sei cambiato, non ti riconosco più”. Questo dimostra che siete sulla strada giusta, avete preso coscienza del vostro valore. E quando il ricordo torna alla prima lezione, pensate: ho fatto bene ad iniziare questo viaggio, sono fiero di ME.

Vincenzo CESALE
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SETSU-BUN decimo mese

SETSU-BUN decimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Ottobre

Il ventesimo giorno del decimo mese del vecchio calendario era quello scelto dai mercanti e negozianti per una festa sotto la protezione di Ebisu, il Dio dell’Abbondanza e protettore dei commerci. Ad un’estremità della stanza in cui si riunivano per passare la serata, era appesa una raffigurazione di Ebisu, con un enorme pesce persico sotto il braccio e una canna da pesca in mano.

A lui veniva offerto il suo pesce preferito, il tai – una specie di persico – , frutta sake, panetti rotondi di mochi. Col procedere della festa qualcuno afferrava una qualsiasi cosa che fosse a portata di mano – una tazza una ciotola -, e tenendola in alto, ne richiedeva un immaginario prezzo esorbitante, supponiamo 100 o 1000 dollari; qualcun altro accettava l’offerta, e il finto affare era concluso tra battimani, pochè questa tradizione è considerata presagio di successo nella trattazione di veri affari nel futuro.

Ottobre è il mese più importante per la raccolta del riso.
Il riso migliore cresce nel sud del Giappone, e la stampa qui inserita mostra il procedimento di rimozione della pula dai grani di riso, così come avviene in un distretto dell’isola di Kyushu.
Il mortaio che si vede nell’angolo a destra, chiamato umato-usu, perchè viene fatto girare da un cavallo (uma), è costruito con legno, bambù e argilla. Sui cilindri fatti di argilla, sono inserite logitudinalmente delle stecche di bambù, così che col ruotare di quello superiore la pula viene rimossa dai grani di riso. L’insieme di riso e crusca che cade dal mulino è potato alla macchina chiamata tomi, che si vede alla sinistra del disegno, dove una corrente d’aria prodotta dal girare di una ruota fa volar via la crusca. Poichè il riso, anche se ripulito, contiene grani non mondati, lo si porta al mangoku, che dalla nostra stampa si vede un pò oltre il tomi, un setaccio di fili di rame attraverso le cui maglie solo il seme mondato ricade.

Il riso rimasto è riportato al mulino per essere risottoposto al primo procedimento, mentre quello pulito lo si versa in ceste di paglia chiamate tawara, con una misura in legno chiamata masu, come si vede nell’angolo a destra, in alto, del disegno. Nello spazio di vetiquattro  ore può essere mondato e insaccato riso per circa novanta sacchi. In Kyushu, 35 sho valgono un tawara, ma a Tokyo un sacco contiene generalmente 40 sho
In passato, i nobili proprietari terrieri (daimyo) riscuotevano le loro rendite in riso, e il raduno annuale dei contadini per il pagamento delle loro imposte era un’occasione importante. I sacchi, prima di essere portati nei magazzini dei daimyo, erano accuratamente pesati, e se qualche sacco non sembrava del giusto peso, se ne misurava il contenuto. Se la misura dimostrava che il peso era scarso l’uomo che aveva portato il sacco cadeva in grave disgrazia, fino da essere aspulso dai suoi compaesani.

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SETSU-BUN nono mese

SETSU-BUN nono mese

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Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Settembre

Durante l’epoca antecedente la Restaurazione, era usanza indossare indumenti imbottiti (wata hire) dal nono giorno del nono mese, e zoccoli (tabi) dal decimo giorno, ma poichè Settembre, il nono mese del nuovo calendario, è il mese caldo, le vecchie usanze non vengono più rispettate.

Il nono giorno del nono mese era una festa chiamata Choyo no sechiye o Kiku no sekku, nel corso della quale le persone, sperando di allungare la propria vita e di allontanare le calamità, bevevano sake aromatizzato con fiori di crisantemo (kiku), chiamato quindi kiku sake. E si mangiavano castagne, talvolta mescolato con riso bollito; ma l’attuale calendario non può affrire né castagne né crisantemi, così l’usanza è scomparsa. Il tredicesimo giorno del mese la gente in generale e i poeti in particolare, si facevano in dovere di ammirare la luna, i primi facendone offerte di dolci di riso (dango), egli altri componevano versi in suo onore. Quest’usanza viene fatta risalire a circa 1000 anni fa, durante il regno di Uda Tenno.
Uno dei maggiori divertimenti in Giappone è la lotta, e sebbene sia praticata in ogni periodo dell’anno a Tokyo e in altre grandi città, l’autunno è la stagione in cui gode il maggior favore in tutto l’impero.

Setsu-bun-9/2-Duecieli

I lottatori professionisti sono uomini enormi, che acconciano i loro capelli come i toreri spagnoli, in modo diverso dalla maggioranza delle persone. Sono divisi in squadre, ciascuna con un capo che istruisce nell’arte i seguaci, e queste squadre si spostano da un luogo all’altro. A Tokyo le competizioni avvengono generelmente all’Ekoin, per il periodo di dieci giorni ogni volta. L’arena è sopraelevata, racchiusa in doppio cerchio di sacchi di paglia riempiti di terra sedici sacchi nel cerchio interno e venti in quello esterno; quattro pilastri, sostenenti il tetto, vanno appese nelle parte più bassa delle coperte rosse fasciate di bianco, nella parte superiore sono colorate di verde, rosso, bianco e nera rappresentazione della primavera, dll’estate, dell’autunno e dell’inverno. Vengono preparati due mastelli d’acqua, sale e fogli di carta, e due ventagli, un arco e una corda d’arco sono attaccati a uno dei pilastri, e costituiscono i premi delle gare finali. I lottatori sono divisi in una squadra est e una squadra ovest. Dopo che il giodice ha espletato alcune formalità d’apertura, egli chiama per nome due combattenti delle squadre rivali, che quindi avanzano e si accosciano sui talloni. Ad un segnale del ventaglio rotondo in mano al giudice, i contendenti si alzano in piedi e si abbrancano l’un l’altro, e alla fine di ogni scontro il giudice indica con il suo ventaglio il lato al quale appartiene il vincitore. Un modo di impiegare lottatori ormai a riposo è di usarli come arbitri per comporre discussioni e dispute che talvolta nascono tra i più giovani, liti nei quali gli uomini di muscolatura normale non amano interferire.

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CALCOLARE I BERSAGLI NEL KYUDO

Come calcolare i bersagli fatti in un  allenamento di kyudo?

Il kyudo è un’arte molto antica, basata sulla tradizione storica. Quando ho avuto la necessità di calcolare i bersagli nel Kyudo, memorizzare l’andamento del mio tiro con serie di 50, 100 o più frecce, volevo farlo attraverso uno strumento che rispettasse l’antichità dell’arte, ma nello stesso tempo che funzionasse in un modo semplice senza perdere il conto.

Negli allenamenti controlliamo l’andamento dei tiri con un promemoria dei bersagli fatti. Questo per capire il progresso e modificare gli eventuali difetti.

L’idea del calcolatore manuale, è partita da un oggetto molto antico che serviva come calcolatore astronomico. L’oggetto prende il nome da un’isola dell’arcipelago Greco chiamata “Antikitera“, da questo mi è venuta l’idea di usarlo per memorizzare le varie serie di frecce e di bersagli; con questo oggetto non è più indispensabile prendere appunti, basta spostare i vari pernetti e alla fine dell’allenamento si può controllare il risultato.
E’ assolutamente eco-compatibile: si può riutilizzare all’infinito senza consumo di batterie.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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Federazione di appartenenza
Federazione Scuole Kyudo (F.S.K.)

 

 

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L’ANIMA DEL KYUDO

Attraverso la pratica del Kyudo, il senso dello spazio, l’espansione mentale, la respirazione addominale vengono evidenziate, come ho già parlato in altri miei articoli; vorrei condividere un pensiero e un punto di vista diverso ma affine al lavoro profondo che la nostra federazione di  Kyudo a come linee guida.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

L’ANIMA DEL KYUDO

 

“In questa specializzazione tradizionale del bujutsu, i maestri consideravano di fondamentale importanza le qualità seguenti: indipendenza di visione, che abbracciasse un campo il più vasto possibile; un’acuta percezione dei dettagli significativi, senza dispersione dell’attenzione dovuta alla paura o alla confusione; l’energia per piegare l’enorme arco, per controllare il lancio della freccia, e la sua traiettoria verso il bersaglio.

L'ANIMA DEL KYUDO-Duecieli2

Per quanto riguarda i primi due requisiti, la dottrina del kyujutsu operava una netta distinzione tra l’idea di mirare ad un bersaglio (monomi), e quella di concentrare e stabilizzare la mira (mikomi); nel lessico di quest’arte, ‘concentrare‘ e ‘stabilizzare‘ erano generali e diffusi, mentre ‘mirare‘ era specifico. L’arciere doveva essere in grado di ampliare e di restringere il suo campo di visione, e la sua attenzione, a volontà, per essere conscio del suo ambiente complessivo e per controllarlo. Nello stesso tempo, egli doveva essere in grado di percepire un’ombra particolare in agguato nelle sue vicinanze, o anche una piccolissima falla nell’armatura di un nemico lanciato al galoppo sul campo di battaglia, verso le sue linee.
In questo contesto, l’arte dell’arco si avvaleva di dottrine relative al controllo mentale, che erano già antiche quando avevano raggiunto il Giappone dall’India, insieme ai primi manuali del buddismo. Il Giapponese, per esempio, conosceva a memoria la storia dell’arciere Arjuna. (…)
Per sviluppare questa capacità di vedere chiaramente il tutto e tutte le sue parti, il kyujutsu ricorreva abbondantemente al HARAGEI, ‘quest’arte del ventre che è presente in tutte le arti del Giappone, e la cui padronanza è una conditio sine qua non in ognuna di esse’. ” (…)

Tutti gli insegnanti del kyudo sottolineano quest’idea della centralizzazione addominale, quale requisito fondamentale per estendere il corpo in piena coordinazione tra intenzione ed azione, tra volontà e respirazione, e tra questi ed ogni movimento, dal tendere l’arco e dal lancio della freccia alla proiezione mentale, che deve accompagnare la freccia stessa al bersaglio. Così la coordinazione fisica e mentale dell’arte dell’arco, oggi come ieri, ritorna al Haragei, l’arte della centralizzazione addominale, senza la quale, in Giappone, la coordinazione è considerata inconcepibile ed irraggiungibile in pratica. “

( fonte: ‘ I segreti del samurai’, di O.Ratti e A.Westbrook, ed. Mediterranee, traduzione de ‘ The Secrets of The Samurai’, 1973. Pagg. 411-412

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LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
https://personaltrainer-fitness.blogspot.it

LO ZEN E L’ ARTE DI DISPORRE I FIORI

Per acquisire le dieci Virtù è indispensabile unirsi al “cuore dei fiori” hana no kokoro e al “cuore del tutto”.
E’ dunque comprensibile che nel corso del lavoro siano vietate ogni conversazione e ogni attività rumorosa, che turberebbero la quete dell’ambiente.Ma non si tratta solo di evitare tutto ciò che può disturbare lo spirito e impedisce la concentrazione. in questo modo si vuole ricordare il significato originario della composizione dei fiori, che era prima di tutto una cerimonia religiosa.
Da ciò deriva anche la rigorosa osservanza della pulizia e dell’ordine. In origine, il locale riservato alle conposizioni era sacro.(…)
Lo zen e l’arte di disporre i fiori
Gusty Herrigel
Ed. SE
Titolo originale
Zen in der Kunst der Blumenzeremonie

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SETSU-BUN ottavo mese

SETSU-BUN ottavo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Agosto
Prima della caduta del governo degli Shogun, all’inizio del regno attuale, il primo giorno dell’ottavo mese era considerato giorno di vacanza, specialmente a Yedo, così era chiamata Tokyo, poichè quello era il giorno in cui, nel diciottesimo anno del periodo Tensho (1589) Iyeyasu, primo Shogun della dinastia Tokugawa, fece il suo ingresso per la prima volta nella città. Questa festa è tuttora celebrata dai proprietari terrieri con il nome Hassaku.

Il quidicesimo giorno dell’ottavo mese del vecchio calendario,la gente usciva ad ammirare la luna piena, e faceva ad essa offerte di dango, un dolce di riso, fagioli e zucchero. Lo sport conosciuto come <>, in giapponese Tsuna hiki, offriva un’occasione di divertimento la sera, per i ragazzi dei villaggi rivali o a bande avversarie dello stesso luogo, e talvolta anche persone adulte si univano al gioco. Ogni squadra si muniva di una grossa fune di paglia di riso, con in cappio ad un’estremità: veniva introdotto un bastone attraverso i due cappi, in modo da unire le funi, dopo di chè le due parti potevano cominciare a dar strattoni. Quella delle due squadre che veniva tirata oltre la linea di divisione era derisa e schernita. E la stessa vergogna ricadeva sulla squadra alla cui fune succedeva di rompersi durante lo sforzo. Questa pratica appartiene al passato.
Dalla metà di luglio alla metà di agosto gli agricoltori vivono un periodo di inquietudine, perchè le loro piantagioni di riso potrebbero morire per mancanza d’acqua se non dovessere piovere per un lungo periodo di tempo. In tale emergenza, i cittadini pagano un monaco Shinto perchè implori il dio locale affinchè faccia piovere, e se questa richiesta risulta inefficace, gli abitanti di parecchi villaggi si uniscono a formare una processione preceduta da grandi tamburi, uno o due dei quali si trovano in ogni villaggio, e uomini, donne e, talvolta, bambini inscenano semplici pantomime che fanno parte del rito propiziatorio.

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Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

 

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Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia

E’ possibile migliorare il proprio stato d’animo anche tirando una freccia

Sei regole importanti per uno spirito forte.

Durante mio allenamento quotidiano dedicato al Kyudo, in particolare quando eseguo il tiro delle 50 frecce, quest’ultimo è condizionato dal mio stato d’animo, e da fattori che portano il mio spirito ad essere, oppure non essere, in equilibrio.

Se il mio spirito é debole il mio tiro é debole, se il mio spirito é forte la mia freccia é forte.

 

Cosa significa “spirito debole” e “spirito forte”?

Si sente sempre parlare di quanto si diventa bravi se si dedica molto tempo alla pratica: lo condivido sicuramente, ma ritengo che questo non sia sufficiente. Aggiungerei che il lavoro più profondo lo si debba fare in profondità, con una ricerca che coinvolga tutti i nostri sentimenti, le nostre emozioni.

Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia -Duecieli2

I punti importanti da seguire per migliorare le proprie prestazioni nel kyudo sono sei:

1) Prepararsi in modo positivo al sonno che vi aspetta: una buona notte migliorerà il vostro tiro.
2) Svegliarsi con pensieri positivi e sereni, predisporrà la vostra mente per un buon Kyudo.
3) Una buona colazione è importante, leggera e nutriente.
4) Il piacere che avrete nell’incontrare i vostri compagni di allenamento favorirà una buona predisposizione al tiro.
5) L’atmosfera che regna nel vostro dojo vi aiuterà a mantenere questi buoni propositi.
6) Prima di iniziare, dedicate qualche minuto alla meditazione: “Koshin”, calmare la mente e il cuore.

Seguendo questi sei punti, si costruisce poco per volta uno spirito forte, simile all’impatto imponente di una montagna. Il modo di agire diventa quindi FORTE, sia nel kyudo, sia nella vita.

Tutto quello che capita nelle ore e nei giorni precedenti condiziona il tiro.

Quando costruisco un arco, cerco sempre di farlo in un giorno in cui mi sento bene, in pace con me stesso. Se seguo le sei regole, l’arco nasce con un’anima piena di vitalità.

E se quello che ho elencato nei sei punti precedenti non avviene?

Niente paura, il Kyudo saprà guidarvi nella vostra ricerca della serenità ed equilibrio. Lasciate che l’arte vi guidi, troverete che vi sarà di aiuto; se all’inizio della lezione non siete in una forma smagliante, non preoccupatevi: sarete comunque più sereni alla fine.

Ora siete pronti per un sano e piacevole divertimento.

Vincenzo CESALE
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LA MANO DESTRA E LA MANO SINISTRA

La mano destra e la mano sinistra: chi meglio di un samurai conosce le potenzialità di ognuna?

Nelle lezioni di Iaijutsu e di Kyudo spesso parliamo della funzione che hanno la mano destra e la mano sinistra; la velocità e il percorso sono diversi tra una e l’altra, così le difficoltà nel coordinarle aumentano. Quello che rimane evidente è che sono tutte e due importanti: tuttavia la mano sinistra svolge una funzione più complessa della destra, e questo si verifica sia nella pratica della spada, che in quella dell’arco.

La mano sinistra: tutt’altro che secondaria.

Nella spada si dice: “si estrae, si taglia e si rinfodera con la mano sinistra”.

Nell’arco si dice: “si apre l’arco (Yumi), si sgancia (Hanare) la freccia (Ya), con la mano sinistra”.

Il movimento, sia della spada che dell’arco, viene dettato in gran parte dalla corretta posizione e dal perfetto utilizzo della mano sinistra.
Prendiamo ad esempio una katana, o una qualsiasi spada munita di fodero: ne hai mai maneggiata una? Se hai notato, non sei riuscito ad estrarre la spada, usando solo la mano destra. Se ci hai provato, il tuo movimento era sgraziato e lento, perché mancava del supporto della mano sinistra, il che rendeva meno efficiente l’estrazione.

Questa è solo una delle funzioni più evidenti, ci sono altre funzioni più nascoste e complicate che in questo caso non abbiamo spazio per analizzare nel dettaglio.
Mi atterrò solo a questo concetto per arrivare ad un discorso più vasto, che analizza come il nostro cervello è condizionato dall’ambiente e dai preconcetti.

Precisiamo che anche la mano destra è importante, ma il lavoro preponderante è comunque della mano sinistra. Quando spiego questi concetti, qualche allievo mi chiede se, a rigor di logica, un sinistrorso ha maggiori possibilità di imparare velocemente. Assolutamente no.
L’esperienza mi ha insegnato che risulta altrettanto complicato, anche per chi è abituato (nella vita di tutti i giorni), ad usare di più la mano sinistra.

La mano destra e la mano sinistra-Duecieli

L’immaginario collettivo

Nell’immaginario collettivo sopravvivono esempi da film di cappa e spada o di arco, telefilm, storie, ecc. (vedi Robin Hood), che, con le loro immagini di cavalieri e duelli, condizionano la nostra visione.

Nella realtà, anche chi, essendo sinistrorso, potrebbe avere vantaggi di apprendimento, si trova ad agire agire come un destrorso.

Allora cosa si può fare? Nei primi anni di pratica delle arti orientali (in particolare lo iaido ed il kyudo), è difficile far lavorare efficacemente la mano sinistra; però perseverando senza scoraggiarsi, la costanza, la pazienza e la pratica, (che sono gli alleati più importanti) si può riuscire nell’intento. 

Il lavoro che si coltiva lezione dopo lezione ha anche questo fine: potenziare nella mano sinistra e nella mano destra le giuste funzioni.

Conclusioni

E’ evidente che arti come lo Iaijutsu e il Kyudo hanno su di noi l’effetto di porci di fronte ai nostri ostacoli personali, proprio perché non li nascondono. 
Ecco perché sono arti molto importanti nella mia vita: mi mettono ogni giorno davanti a nuove sfide incoraggianti.

Il lavoro svolto in profondità dentro di noi, porta ogni volta alla nostra vita la gioia e la serenità che cerchiamo.

Se voi approfondire:
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/category/multimedia-iaido-video/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/bikuri-nel-kyudo/

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SETSU-BUN settimo mese

SETSU-BUN settimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Luglio
In Giappone la stella Vega è conosciuta con il nome di “Tessitrice“(Shokujo), e il 7 di luglio si festeggia Tanabata matsuri, la festa del Tessitore e del Mandriano, poichè con questo secondo nome indicano una stella della costellazione dell’Aquila, chiamata in giapponese Kengyu.

Questa festa veniva rigorosamente osservata perfino a palazzo, prima dell’introduzione del nuovo calendario, ed è ora celebrata in una misura minore a Tokyo e in altre grandi città. In parecchie zone è molto popolare e studenti e studentesse preparano dei fusti di bambù con molti rami, ai quali vengono attaccate striscie di carta con versi che parlano di quelle stelle a cui sono dedicate, e capi di abbigliamento ritagliati nella carta.

Ragazzi e ragazze credono che questo li porterà ad una grande abilità nelle rispettive arti dello scrivere e del cucire. Ai giovani è offerto un ricevimento nella loro scuola, e la gente mangia della pasta tipica di semola di riso, simile agli spaghetti, che viene bollita e poi gettata in acqua fredda. Si racconta che l’usanza della celebrazione di questa festa abbia avuto inizio più di mille anni fa.

Dal 13 al 15 Luglio si celebra una ricorrenza dedicata ai defunti, chiamata Shoro matzuri o Urabon. Nelle case si appronta uno scaffale provvisorio per sostenere tavolette di legno, sulle quali sono registrati il nome postumo e la data di morte degli antenati e dei parenti della famiglia. A essi si fanno offerte di frutti, di dango (dolce di riso) e fiori, e si pagano monaci buddhisti perchè recitino preghiere tratte dai loro libri. La sera del 13 si accende un fuoco di steli di canapa, chiamati ogara, fuori della porta di casa, come benvenuto per gli spiriti dei defunti, e si pone un barile pieno d’acqua affinché possano lavarsi i piedi.

Durante la festa, la gente si reca ai templi biddhisti dove vi sono luoghi di sepoltura , e là si prende cura delle tombe e appende lampade di forma particolare. Il 16 del mese il ripiano provvisorio viene tolto e gettato in un fiume, insieme con le offerte, e la sera si accende un fuoco davanti alla casa, per aiutare gli spiriti dei defunti a trovare la strada del ritorno. Si dice che questa pratica continui da oltre 1200 anni.

Dal 15 al 17 i servitori sia maschi che femmine hanno il permesso di far visita alle loro famiglie, chiamato yabu iri o yadori, così come vien loro accordato il 15 e il 16 di gennaio.
La festa conosciuta come Kawa biraki, o Apertura del fiume, era anticamente celebrata nella città di Tokio la sera del 28 di Maggio, ma ora si tiene in sere differenti del mese di Luglio. In questa occasione, il fiume Sumida si ricopre di barche, le case lungo le rive e il ponte Ryogoku bashi sono affollati di cittadini di Tokyo, impazienti di assistere ad un’esibizione di fuochi d’artificio dei famosi fabbricanti Tamaya e Kagiya.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

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IL QI, ENERGIA VITALE

IL QI, ENERGIA VITALE

Oggi vorrei introdurre un concetto che nella nostra mentalità occidentale spesso viene trascurato, qualche volta deriso. Quando qualcuno ti chiede: “di che cosa ti occupi?”,cerchi di spiegarlo prendendola un po’ alla larga; discipline bio-naturali, arti orientali, zen, meditazione, ecc. Hai l’impressione che vedano di fronte a sè un omino verde con le antenne; ma in realtà l’energia vitale esiste, e può essere sviluppata e potenziata da chiunque. Vediamo come.

Il QI (chi) o energia vitale, è quel potenziale che tutti noi abbiamo, ma che molti di noi non riescono a comprendere e sviluppare perfettamente.

L‘energia è studiata anche nella fisica quantistica: la teoria della relatività dimostra che la realtà non è come la vediamo o come istintivamente appare, ma è assai diversa. Attraverso i nostri cinque sensi la percepiamo come un’entità statica, ma in realtà tutto è in continuo movimento. In effetti, ogni fenomeno del reale è il frutto del dinamismo tra materia ed energia, che si trasformano continuamente l’una nell’altra; tutto questo secondo la legge della relatività di Einstein, la quale stabilisce che l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce: la famosa formula E=mc2.

Possiamo anche ribaltare il discorso iniziale. Chi si definisce uno studioso della materia, per esempio un fisico teorico, spesso ti inquadra come un visionario.
Dunque mi chiedo: dato che tutte due le fazioni ti definiscono allo stesso modo, pur parlando in modi diversi, come mai non vieni compreso (e accettato) né dall’una né dall’altra?

A mio parere il motivo è che tu non scegli uno solo tra i due concetti ma li unisci in un unico concetto: quella forza cosmica che tutte e due le teorie definiscono ENERGIA, tu la trasformi e la porti al livello del lavoro interiore e diretto, che produce un immediato beneficio sia fisico che mentale.

IL QI, ENERGIA VITALE-Duecieli1

Ma ora passiamo alla parte PRATICA: come sviluppare il tuo QI.

Nei miei laboratori di Qi Gong il lavoro primario è concentrato non solo sugli esercizi fisici ma in primis sulla respirazione: la ritengo importante a tal punto, che senza di essa non si può riuscire ad entrare in profondità nello spirito, inteso come “energia che scaturisce dalle più intime profondità del nostro essere”.

Il lavoro di respirazione è basato in particolare sulla cosiddetta respirazione diaframmatica; l’attività sul diaframma è molto profonda, sia in fase di inspirazione, che in fase di espirazione: in questa seconda fase lascio il diaframma parzialmente aperto. Questa è una tecnica che pratico personalmente con regolarità, mi permette di riuscire a rilassare il corpo e la mente, in modo da eliminare velocemente tutti i disagi mentali e fisici.

Quindi: che cosa puoi fare per raggiungere quell’equilibrio mentale e fisico che ti aiuta nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nei rapporti interpersonali, e soprattutto nel rapporto con te stesso?
Inizia a praticare regolarmente il Qi Gong, e sicuramente troverai la tua via.

Se vuoi commentare e ampliare la discussione sei il benvenuto.

Vincenzo CESALE
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Puoi leggere anche:
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-a-tutte-le-eta/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-2/

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Trovare la serenità all’interno del dojo

 Trovare la serenità all’interno del dojo

Testimonianze: lo iaijutsu visto dai nostri allievi

Questi sono alcuni racconti di sensazioni, esperienze vissute dagli allievi del nostro gruppo di (iaijutsu (Dojo Niten Ichi Ryu) di (Kyudo (Dojo Hayate) e Qi Gong (Scuola Delle Quattro Direzioni) presso la scuola Due Cieli.

Ognuno interiorizza la pratica nel modo che risponde di più al proprio modo di percepire il mondo, ma molti elementi sono in comune fra tutti loro.

Quando si passa, gradualmente, dal ruolo di studente a quello di insegnante, con landare del tempo si corre il rischio didimenticare come ci si sentiva nel passato, mentre si affrontavano i primi passi allinterno dellArte.

Il corpo, un giorno dopo laltro, assorbe i movimenti e le posture, ma anche le emozioni, rendendole parte della propria realtà. Ed è per questo che, qualche volta, immedesimarsi nei praticanti aiuta a prendere consapevolezza di quanto il tempo abbia cesellato la mente ed il fisico, dandogli una forma nuova costruita giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Sono passati 45 anni dal primo giorno in cui ho indossato un kimono e ho messo piede sul tatami. Posso dire di essere diventato una persona diversa, grazie alle Arti Giapponesi che mi hanno accompagnato in tutte le fasi della vita. Non le ho mai abbandonate, mi hanno sempre aiutato a ri-trovare la serenità, anche nei momenti più difficili.

Sottoporre ai miei studenti un questionario, è unidea nata per conoscere meglio i motivi che li hanno spinti ad avvicinarsi al dojo, rimanendovi negli anni.

Leggendo i loro commenti, ho scoperto che anche per loro è importante vivere larte con serenità. Esatto, le arti marziali, a torto considerate aggressive e grossolane, sono invece una via di crescita interiore e di recupero dellequilibrio. Una via per recuperare la serenità, che la vita di oggi tende a prosciugare.

Estata una lettura interessante, per questo la condivido volentieri con i lettori del mio blog.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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Testimonianze-Kyudo-Duecieli

(I nomi sono volutamente siglati per mantenere la privacy dellallievo).

-Perché hai deciso di fare Iaido, a suo tempo?

Principalmente perchè cercavo qualcosa di meno fisico” e più personale, mi ha sempre appassionato la figura del samurai e volevo implementare lo studio della spada giapponese a quello che già praticavo.

-Come ci hai trovati? Perché hai scelto proprio la nostra scuola?

Ho visto questo stile durante uno stage in collaborazione con altre arti marziali al quale ho collaborato e mi ha colpito molto uno degli allievi che ci spigava un movimento.

Epartito subito un desiderio di essere come lui.

-Perché stai continuando a praticarlo?

Perché mi sta dando molto più di quanto mi aspettavo. Oltre allampliamento (certamente) del mio bagaglio tecnico, mi sta aiutando nella vita di tutti i giorni e a crescere ponendomi dei limiti/ostacoli da superare.

Oltre a questo mi piace lambiente tipico di un dojo rilassato, pulito e sereno.

-Quali risultati hai verificato nella tua vita che si possono collegare a ciò che hai imparato nel corso di Iaido?

In primo luogo mi porta serenità, dentro e fuori dal dojo, ma sopratutto mi porta ad affrontare i problemi di tutti i giorni in maniera diversa; il continuo bombardamento di pensieri negativi è sostituito da un “vuoto” sereno che mi permette di allontanare convinzioni inutili, vivere più serena e leggera.

In questo modo le difficoltà vengono gestite in maniera più oggettiva.

Inizialmente mentre praticavo iaido e dopo nello spogliatoio, mi assaliva un senso di inferiorità e inadeguatezza, dato dal fatto di non riuscire ad eseguire bene la tecnica come gli altri (ovviamente più esperti). Questo sentimento mi è capitato anche per altre discipline, ma solo in questo ambiente si è dissipato e trasformato in grinta, voler crescere e imparare. Mettersi in gioco più serenamente.

Ovviamente ogni tanto ci casco, ma dura davvero poco il senso di delusione rispetto a quando ho iniziato. Credo che anche quasto applicato alla quotidianità mi aiuta e mi aiuterà nella mia vita.

S.D.P.

-Perchè hai deciso di fare iaido, a suo tempo?

Avevo bisogno di trovare un canale dove sfogare la mia frustrazione. Il fatto di lavorare da solo aiuta a concentrarsi su di sé.

-Come ci hai trovati? Perché hai scelto proprio la nostra scuola?

Ho trovato la scuola tramite il sito web. Ho scelto questa scuola per lofferta di una pratica non agonistica.

-Perché stai continuando a praticarlo?

Tramite la pratica riesco a sfruttare al meglio le mie energie. Sono più focalizzato sui miei obiettivi. Controllo meglio le mie paure e i momenti di ansia.

-Quali risultati hai verificato nella tua vita che si possono collegare a ciò che hai imparato nel corso di iaido?

Gli stessi motivi per cui lo pratico, maggior focalizzazione, maggior controllo del mio corpo e della mia mente nei momenti di stress e di grande impegno. Riesco ad avere una visione più ampia degli eventi che vivo e che mi circondano.

C.C.

-Perché hai deciso di fare iaido, a suo tempo?

Ero alla ricerca di un arte marziale che insegnasse non solo certe abilità fisiche, ma che trasmettesse dei valori e ideali. Ero attratto dalla cultura giapponese e dalla Katana /samurai.

-Come ci hai trovati? Perché hai scelto proprio la nostra scuola?

Tramite google. Perché rispetto alle altre scuole (dal sito internet) sembrava offrire un’esperienza più autentica e personale.

-Perché stai continuando a praticarlo?

Perché dopo molti anni, lo iaido continua a offrire delle sfide, degli stimoli e continui spunti di miglioramento, perché intendo migliorare costantemente e sono alla continua ricerca del miglioramento personale.

-Quali risultati hai verificato nella tua vita che si possono collegare a ciò che hai imparato nel corso di Iaido?

Grazie allo iaido ho preso coscienza di alcuni miei difetti, sia fisici che interiori. Sono riuscito a limare alcuni di questi difetti, ma su molti altri ho ancora tanto da fare.

Grazie allo iaido mi sono sentito più forte e padrone di me, nel gestire momenti di stress e di confronto con altre persone.

U.C.

Testimonianze Qi Gong-Duecieli

-Perché hai deciso di fare iaido, a suo tempo?

La ricerca di questa Via credo che sia nata dentro di me molto tempo prima di cominciare a praticare nel dojo, cercavo qualcosa di vero e nella via della spada (oltre il mio piccolo immaginario) cera qualcosa che mi chiamava, anche se non sapevo bene cosa fosse precisamente; lo inseguivo nelle letture, nel cercare di comprendere ed avvicinarmi ad una disciplina fatta, allora, solo di parole sui libri.

Estato poi significativo come tutte queste letture, queste intuizioni, siano crollate miseramente nel momento che ho iniziato a praticare. Non che le abbia perse, ma suppongo che lo iaido sia molto più profondo di ogni intuizione mentale: ti mette di fronte a te stesso, ai tuoi limiti, alle tue rigidità, al tuo concreto correre quotidiano, in un continuo “andare oltre”.

Oggi quasi non leggo più (ho quasi un rifiuto); preferisco praticare, sudare sul tatami, fare un passo alla volta seguendo le indicazioni del maestro, scalfire o abbattere il mio ego.

Ho iniziato, forse, perché nel mio cammino era arrivato il momento giusto, forse un po’ rammaricandomi di non aver iniziato tanto tempo prima.

-Come ci hai trovati? Perché hai scelto proprio la nostra scuola?

Io direi che sia stato il karma, lincontro della strada che stavo facendo con il dojo che poi mi ha accolto.

Dalla Calabria, a Roma infine a Milano da pochi anni, nella corsa quotidiana ho letto un annuncio su internet che parlava di uno stage di iaido in riva ad un lago, è subito scattato qualcosa, forse il particolare del lago mi ha riportato qualcosa; immediatamente ho contattato il dojo e, poi, dopo lo stage che mi affascinò (nella mia ignoranza) e dopo varie peripezie compresi (ebbi la certezza) che volevo praticare in questo dojo e con il maestro Vincenzo Cesale.

Ho scelto questo dojo per la bellezza e la poesia che aleggiano nellaria, per lo spirito che lo anima ogni volta, per la mancanza di fronzoli, la serietà, la verità insita nella Via, per la passione che permane nei gesti, perché non ha nessuna importanza la superficie, ma di più: le scoperte, il cammino nascosto tra le pieghe inutili dei nostri pensieri.

Lho scelto per la fatica, il sudore, gli arrivi che sono partenze, i piccoli passettini, così enormi quando si sfiorano, così piccoli quando si lasciano alle spalle.

Per il piacere, per la gioia quando si afferra qualcosa, per gli specchi che riflettono le mie imperfezioni. Per una piccola vittoria sul sistema, anche per le piccole sconfitte, per il suo essere rivoluzionarionella lotta contro lego, per il pensiero che lo rincorre anche quando non indosso lhakama, per il cammino che si fa in ogni cosa, per il maestro e il suo spirito, perché non si arriva mai.

-Perché stai continuando a praticarlo?

Continuo a praticarlo perché non ho nemmeno iniziato, e quando penserò di aver iniziato continuerò perché nemmeno quello era linizio. Non dipende da me (forse un po’ sì) ma lo iaido è una via lunga e profonda e quello che si è capito e realizzato oggi è solo una goccia in un mare enorme da esplorare, verso illuminazionisu di sè e sulla Via da scoprire, continuando, sempre, senza smettere, in ogni respiro.

Per fare un esempio, sono tre anni e mezzo che pratico ed ancora sto lavorando alla conoscenza e al controllo del mio corpo. Non è una questione di continuare: volendo non si smette mai.

-Quali risultati hai verificato nella tua vita che si possono collegare a ciò che hai imparato nel corso di iaido?

Difficile da spiegare anche sapendolo intimamente. Uno stato danimo nuovo, con un atteggiamento più calmo nellaffrontare i casidella vita ( non importa ciò che succede, limportante è come noi ci poniamo verso cose che avvengono). Il rallentamento della mente, forse, un ammorbidimento del corpo nella postura ( fisica e psicologica).
E
come se tutto quello che sapevo abbia trovato una strada, una forma che mi accompagna in ogni passo,nel cuore, nello scorrere dei giorni.

Sono contento, mi ritengo fortunato e devo molto a questo dojo, qualcosa di inqualificabile e poco ricambiabile. Posso solo dire che io ci sarò fino a quando ci sarà.

M.D.R.

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https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/come-praticare-unarte-orientale-senza-inquinamento-mentale/

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SETSU-BUN sesto mese

SETSU-BUN sesto mese

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Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Giugno
Nelle campagne del Giappone, le principali celebrazioni religiose si tengono generalmente in autunno, ma nella capitale, e in altre grandi città, esse hanno normalmente luogo in estate.

La stampa in alto offre un’illustrazione della celebre festa Sanno, che ha luogo a Tokyo ogni due anni il 15 di giugno, e si tiene in onore di Oyomagui no kami, in Dio delle Montagne. Un carro chiamato mikoshi, recante uno specchio e delle striscie di carta dette goheti, è tratto fuori dal tempio, ed è trasportato a spalla per le strade, dopodichè è lasciato temponareamente in un luogo riparato per un paio di notti. Da alcune delle strade principali avanzano carri addobbati, denominati dashi, trainati da buoi, alcuni recanti figure di grandi uomini, di scimmie, di spade ecc., mentre su altri si trovano gruppi di bambini e bambine, che rappresentano azioni teatrali nei momenti in cui, di tanto in tanto, il carro si ferma. Al seguito di questi carri, si muovono processioni di bambini in abiti graziosi, e nei cittadini c’è una grande eccitazione diffusa, insieme con la nomenclatura per quanto riguarda le spese necessarie per un tale apparato, che lascia, si dice, alcune persone in completa bancarotta.

Agli orli dei tetti si appendono tondi lampioni di carta, e, in alcune strade, vengono allestiti palcoscenici provvisori sui quali uomini mascherati si esibiscono in rappresentazioni teatrali al suono di tamburi e flauti. Nel disegno, il carro allegorico (dashi), che si vede in alto, reca l’immagine di una scimmia che tiene un mazzo di striscie gohei, mentre quella sulla destra ha l’immagine dell’imperatrice guerriera Jingokogo, che regge sulla mano un arco. Ciascuno dei lunghi stendardi reca la scritta Hiye Sanno Gosairei (festa di Hiye Sanno).

Il trenta di giugno cade una festa religiosa shinto, chiamata Nagoshi no harai. Un monaco distende una stuoia al suolo, vicino al ruscello o ad una botte d’acqua, dispone dei pezzi di bambù in cui sono inseriti dei gohei, e quindi procede ad esorcizzare gli spiriti del male. La gente ritaglia figure e indumenti dalla carta, e quindi li porge, insieme con un’offerta di riso o di frutta, al monaco, il quale innanzi tutto pratica un esorcismo e poi getta i pezzi di carta nell’acqua, allontanando così si suppone, malattie e spiriti maligni, che potrebbero altrimenti agredire gli offerenti. Coloro che prendono parte alla cerimonia, che è praticata in tutto il paese sebbene non con lo stesso rigore ovunque, debbono passare attraverso un cerchio di canne, denominato chinowa.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)

L’Angolo Manzoni Editrice

 

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JO HA KYU in MA

Introduzione al MA nella scuola DUECIELI e nel dojo NITEN ICHI RYUHAYATE

JO HA KYU in MA

Struttura formale

Jo: introduzione

Ha: sviluppo

Kyu: finale

L’inizio era teorizzata nella struttura di “Gagaku” la musica di corte estesa in un secondo tempo a tutte la arti giapponesi.

In ogni gesto si nasconde un’immagine, la funzione di “MA“, in questo caso è collegare queste due realtà, tra un gesto che può essere tecnico, o una canzone, un racconto, molto ben visibile nella rappresentazione di storie attraverso il teatroNO“, è il tempo che trascorre tra uno e l’altro che per noi è solo una interruzione senza significato, per la cultura giapponese è invece profondo e fondamentale, nell’arte che rappresento lo Iaijutsu e il Kyudo questo è molto evidente.

Viene in mente la tecnica di zanshin, (il continuo del gesto, oltre il gesto), in questo caso è la congiunzione tra un gesto e l’altro, in un contesto più approfondito, più filosofico e articolato, si definisce anche come vuoto che nella nostra visione si scambia per il nulla è invece pieno.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Intuito: il tuo alleato nascosto

Il racconto personale di un praticante di iaido del dojo Niten Ichi Ryu; un’immagine che rappresenta  ciò che gli allievi percepiscono nel cammino all’interno dell’esperienza nelle arti giapponesi.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

www.duecieli.it

Intuito: il tuo alleato nascosto

La nostra cultura ha una base illuminista, dove ogni aspetto della vita e della conoscenza deve essere razionale per poter esser considerata reale. Io stesso ho una formazione scientifica & matematica e sono conscio dell’importanza della ragione e del metodo scientifico. Quello che ho imparato è che questa è anche una nostra limitazione perché abbiamo abolito l’intuizione. Tutto ciò che non passa al vaglio della mente razionale per noi non esiste. In tal modo neghiamo ciò che sentiamo, intuiamo, percepiamo. Ma è proprio ciò che non è razionale che funge da carburante per la nostra vita, sa cosa è giusto e meglio per noi (non per forza bello, ma giusto).

Così se si vuole fare il grande passo dalla tecnica esteriore (tatemae – 建前) all’essenza interiore (honne – 本音) è necessario ri-scoprire la scintilla dell’intuizione, quella vocina che ti ispira, i cui suggerimenti non possono essere analizzati con la mente razionale. Puoi solo constatare che ciò che ti suggerisce ti guida verso i tuoi obiettivi. Come raggiungere questa consapevolezza e fiducia? Passando dal corpo e dal gesto fisico. Con la pratica di un’arte corporea (come lo iaidō, il kyudō, il qì gōng, o qualsiasi altra arte) si scopre che il nostro corpo sa come muoversi. Ha già memorizzato dentro di se questa informazione. Siamo noi che con la parte razionale lo deviamo dalla retta via. Ed è solo con la percezione di se stessi (non solo come corpo, ma come tutt’uno tra mente, fisico e spirito) possiamo muoverci con un’armonia che con la sola tecnica non è raggiungibile. Questo perché’ è necessaria una sincronia, un movimento all’unisono di tutte le parti del corpo, che nemmeno un direttore d’orchestra come il cervello può dirigere in modo corretto.

Provare per credere

Claudio C.

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LA DANZA E LO IAIDO

In questo racconto di una praticante di Iaido vedo una dolcezza, una serenità e lucidità rara, un collegamento che sembra così distante, ma che Carla riesce molto bene a collegare.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

www.duecieli.it

LA DANZA E LO IAIDO

Due manifestazioni di una funzione che si esprime in modo apparentemente diverso, ma, in realtà, simile.
Venere e Marte che tuffano lo sguardo l’una nell’altro, intendendosi, nella loro complementarietà.
Entrambe le discipline basano i loro codici ed i loro canoni su di un egual strumento: il corpo umano. Leggi di natura ne definiscono le potenzialità ed i limiti.

Il lavorare per plasmare la materia affinché risponda ad esigenze di elasticità, vigorosità e resistenza richiede costanza, determinazione e presenza mentale.
La tenacia per perseguire questi obiettivi non muta le sue regole, se il risultato finale deve essere un combattimento o, un forse un più effimero, balletto.

Aldilà dello scopo ultimo, si può cogliere comunque la preziosa opportunità offerta dal lavoro di corpo, mente ed anima, che in questa sede, imparano a riconoscersi e a collaborare.
Spesso ci si può stupire di quanto il fisico possa essere insegnante di una mente troppo strutturata, troppo sazia. Placa così le voci dei pensieri che si rivelano chiassosi e dispersivi.
L’esercizio sordo ed umile del corpo fa sfiorare così un po’di quiete. Quiete capace di modulare e trasformare, con discrezione, quasi in punta di piedi, la frequenza del nostro umore, tanto da rendersene conto solo al termine della pratica, quando ci si distoglie da quella particolare condizione dell’essere assorti.

In ambedue si ricorre anche all’ausilio di mezzi esterni.
Nell’arte di Tersicore, lo specchio è l’inesorabile giudice che mette in evidenza difetti di postura, linea ed espressione.
Nello Iaido, la spada, con la propria “voce”, svolge il medesimo ruolo.
Si raffinano infatti i sensi, ed anche l’udito puo’ svelare un taglio impostato male al suo sorgere.
Ovviamente , indispensabile si rivela la figura di riferimento, il maestro, chiamato a correggere la “disarmonia” con la giusta fermezza ed il giusto incoraggiamento a proseguire nella via.
Si può anche osare, per la loro affinità e predisposizione, ricorrere all’ausilio di queste discipline per tentare di incamminarsi nella ricerca della consapevolezza, sperimentando l’eterno presente.
Il nostro passaggio su questo pianeta ci offre questa opportunità, che può rivelarsi anche un viaggio interessante, mai sganciato dalle dinamiche del quotidiano.
Antiche arti che, lavorando sull’elemento umano, insegnano lezioni sempiterne.

CAT (LACARLA)

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LA RESPIRAZIONE

Personalmente do molta importanza alla respirazione diaframmatica, sia per lo Iaido, il Kyudo e il Qi Gong che per la vita quotidiana, un lavoro della nostra scuola, Duecieli e dei dojo Niten Ichi Ryu e Hayate

LA RESPIRAZIONE

In oriente la respirazione è fondamentale, nella vita quotidiana, fin dai tempi antichi, in Giappone con l’avvento del buddhismo si è accentuata la ricerca di una respirazione ancora più sofisticata abbinandola anche alle varie arti, Shodo, Kyudo, Iaido, Qi Gong, Ikebana, Haiku, Cha no Yu, ecc.

La concentrazione della mente “Samadhi“, mette in ordine mente, corpo e respiro: “Nai San Go“.
Tutto si lega in un unico momento, questo avviene solamente conoscendo il modo di respirare corretto, il “Ki” è inteso come energia vitale dentro e fuori di noi, lo stato da raggiugere: “Sen Ki Nai Ko“; il “Ki” è l’energia che circola in noi e che riequilibra, porta ad uno stato di pace e allontana i malesseri fisici e psichici.

L’apertura del diaframma aiuta l’espansione dei polmoni, un riempimento maggiore della cassa toracica e di conseguenza maggior flusso di ossigeno nel
 sangue, che viene distribuito non solo nella parte muscolare e tendinea, ma anche al cervello, favorendo non solo una risposta più veloce nell’apprendimento ma anche serenità del pensiero, ” La mente vuota, la mente senza catene“, questo porta ad essere più protetti anche dalle problematiche fisiche.

Vincenzo CESALE

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Come praticare un’arte orientale senza inquinamento mentale

Come praticare un’arte orientale senza inquinamento mentale

La mia esperienza nello sport agonistico è iniziata quando ero molto giovane. Non che condividessi questo tipo di approccio allo sport (anzi, dentro di me l’ho sempre rifiutato), ma questo avvicinamento mi sembrava essere l’unica via praticabile per ottenere attenzione da parte dei miei istruttori.
All’epoca chi non si dedicava alle competizioni, o non era naturalmente portato ad un certo tipo di atteggiamento, veniva letteralmente “messo da parte”, non ricevendo più gli stessi insegnamenti che venivano riservati ai praticanti più competitivi. Posso quindi dire con sicurezza che, per quanto mi riguarda, questo aspetto dello sport ha avuto una connotazione molto negativa, determinando le scelte che oggi porto avanti nella mia attività di insegnante.

Kyudo-Duecieli

Mi ritornano in mente molti avvenimenti, vissuti in prima persona, oppure osservati sulla pelle di altri, che denotano quanto l’essere umano, talvolta, sappia rendersi distruttivo e brutale senza un vero motivo se non quello di umiliare: sia a livello fisico, sia emotivo.
Ecco un esempio significativo: quello di Luciano (nome di fantasia per rispettare la sua privacy). Luciano era un mio avversario nel periodo in cui mi dedicavo alle competizioni motociclistiche di Trial. In questo ambito avevo al mio attivo circa 500 gare, e 15 anni di trascorsi sportivi.

Luciano, pur essendo uno sportivo di valore, aveva un carattere fondamentalmente insicuro, con alcune problematiche personali. Individuato il suo lato debole, altri concorrenti lo hanno sfruttato per indebolirlo.
La dinamica è stata questa: senza attaccarlo personalmente, prima di una gara importante due avversari si sono posizionati ai lati di Luciano, chiacchierando fra di loro. L’argomento delle loro chiacchiere toccava proprio le problematiche che creavano fastidio a Luciano.
In questa situazione, Luciano ha iniziato a sentirsi deconcentrato e molto nervoso, e ciò ha abbassato notevolmente il suo livello di focalizzazione pre-gara. Ciò lo ha penalizzato, determinando una prestazione sotto tono, già dalla partenza.

In altri casi, invece, si sfruttano dei trucchi scorretti nel momentaneo contatto fisico che può avvenire durante l’attività sportiva, per cercare di sopraffare l’avversario. Tutti abbiamo in mente l’esempio dei calciatori che si gettano a terra simulando un fallo subito.

Negli anni in cui partecipavo alle competizioni di Karate, uno dei miei insegnanti aveva escogitato un trucco, tanto efficace quanto sleale: a causa di una sua predisposizione fisica, gli bastava un lieve tocco sul naso per provocare un’epistassi (sanguinamento).
Il suo metodo per “vincere facile” era quello di farsi sanguinare il naso a comando, per provocare la reazione degli arbitri, che ovviamente squalificavano subito gli avversari.
In molti casi sono gli istruttori stessi, per la propria smania di affermazione, oppure per interessi economici, ad addestrare gli atleti ai comportamenti scorretti.

Per qualcuno questi metodi potrebbero sembrare ammirevoli atti di furbizia per raggiungere uno scopo con meno fatica, ma se estendiamo questo genere di atteggiamenti oltre l’ambito sportivo, probabilmente qualcuno ricorderà di aver subito qualcosa di simile, magari da un collega di ufficio che cercava la promozione, oppure è venuto a sapere di qualche persona assunta per un lavoro senza una procedura regolare, ecc.
Del resto, chi può stabilire quale sia il confine che divide la “semplice” scorrettezza sportiva da partitella tra scapoli e ammogliati, da una mentalità prevaricatrice vera e propria? Non sempre il VINCITORE ottiene il titolo grazie alla sua bravura ed abilità: a volte è solo più scaltro di un altro.

Ed è proprio questo il clima che ho respirato negli anni in cui praticavo sport agonistici.
Ed è proprio per questo che, ad un certo punto della mia vita, ho scelto di uscirne.
PER SEMPRE.
Ho deciso di seguire una strada diversa, dove ognuno possa esprimere le proprie potenzialità, senza essere inquinato dagli interessi agonistici.

Perchè il VERO VALORE di una persona non si misura dalle sue medaglie o dai gradi, ma da ciò che riesce a costruire nella sua vita e da quanto sa esprimere di se stesso.
Le discipline orientali, come lo Iaijutsu e il Kyudo, quando vengono esercitate nella loro VERA DIMENSIONE, producono un cambiamento positivo nella vita del praticante: lo aiutano a sentirsi più sicuro di sè diminuendo l’aggressività, e gli permettono di aumentare la propria autostima, senza la necessità di sminuire quella degli altri.
Nel vero Iaijutsu e nel vero Kyudo, non esiste l’inquinamento mentale del cercare di superare gli altri dimostrando di essere il migliore; tutti lavorano in sinergia, creando stabilità generale nel gruppo. Tutto ciò che è competizione priva queste discipline di una componente portante.

E’ ciò che accade anche nel nostro ecosistema: quando una parte manca di equilibrio, danneggia tutti gli altri elementi. Dove c’è armonia, tutte le parti ne traggono vantaggio.
Nel corso degli anni, la totalità degli allievi con cui ho lavorato si è avvicinata alla nostra Scuola proprio cercando questo aspetto: l’assenza di competizione.
Il messaggio è molto chiaro in entrambe le discipline; in merito allo Iaijutsu ed anche al Kyudo
Questo dimostra che le persone stanche di un sistema nel quale sopravvive il più furbo sono ormai tante, e queste persone sono in cerca di spazi dove poter essere se stesse. Il mio dojo è uno di questi spazi, ed è sempre aperto a nuovi allievi.

#determinazioneartigiapponesi

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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GRUPPO DI QI GONG

GRUPPO DI QI GONG

Poesia cinese
di Bonsui Tschti -Le stelle e i fiori –

Come due sorelle allevate dalla madre che si chiama « natura », due esseri: la stella e il fiore.
Il fiore del cielo si chiama la stella, la stella della terra si chiama il fiore.
E l’una è distante dall’altra, ma il loro profumo è identico.
Ed è bello vedere ogni sera le due sorelle scambiarsi il loro sorriso e la loro luce.
Quando l’aurora appare e il suo pallido chiarore imbianca le nubi, i fiori del cielo si spengono.
Ma guardate: le gocce di rugiada bianca bagnano, come lagrime, le stelle del mondo terreno!

Dedicata al gruppo di Qi Gong
Scuola delle quattro direzioni

Vincenzo CESALE

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SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

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SOCIOFOBIA SU BASE PRESTAZIONALE

Sindrome da esposizione al pubblico: “sociofobia su base prestazionale”.

Intendiamo, con con questa definizione, il disagio da esami, prestazione orale o fisica:  è una situazione molto diffusa, che porta a non avere più il controllo sia fisico sia mentale sulla situazione in atto; tanto più è importante, tanto più il disagio aumenta,  dallo “stato di comprensione” fino ad “ansia, panico, terrore” dove il cervello non è più collegato al resto del corpo, gli arti non ricevono più nessun ordine per la loro funzione motoria, la mente è completamente inerme, si hanno forti tremori, atteggiamenti nervosi con sorrisi isterici, perdita del controllo della parola, balbuzie.

Come può avvenire il controllo di questo problema? La cura con farmaci allopatici, ha effetti collaterali anche molto invasivi, personalmente sono contrario, avendo l’alternativa di raggiungere risultati molto significativi con un lavoro mirato; posso descrivere quello che insegnavo nei corsi di difesa personale, sul controllo della mente attraverso la respirazione diaframmatica; abbassando il bacino e portandolo prepotentemente verso il pavimento con una forte dilatazione del ventre nell’inspirazione, diamo al diaframma la possibilità di espandersi e di conseguenza ai polmoni di dilatarsi il più possibile e inviare molto ossigeno al sangue , irrorando il cervello in modo  da poterlo riattivare; così facendo iniziamo a reinvertire le quattro fasi: terrore – panico – ansia – stato di comprensione.

Sviluppare l’abitudine ad affrontare i momenti che portano a questi disagi, ci può aiutare a soffrirne meno; sarebbe utile, inoltre, seguire dei corsi specifici che portino a potenziare le capacità di gestire le emozioni.

 Vincenzo CESALE

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IL VIAGGIATORE E IL TURISTA

IL VIAGGIATORE E IL TURISTA

Durante una lezione, il maestro raccontò un aneddoto per descrivere in modo raffigurato lo spirito d’animo che possiamo assumere durante la pratica (e per esteso in ogni momento della nostra vita).

Quando una persona inizia un viaggio può affrontare l’avventura con due atteggiamenti: quello del viaggiatore e quello del turista.

Il turista è colui che quando parte pensa al momento in cui arriverà a destinazione. E appena raggiunge la propria meta pone la propria attenzione quando tornerà a casa.

Il viaggiatore è colui che sin dalla preparazione del viaggio fa attenzione a tutto ciò che lo circonda: persone, compagni di viaggio, persone autoctone dei villaggi che visita, paesaggi naturali e costruzioni umane dei luoghi visitati.

La differenza sostanziale tra i due atteggiamenti consiste nel fatto che il viaggiatore riesce a scambiare pensieri, esperienze, insegnamenti ed anche energia con tutti i luoghi e le persone che incontra. Dall’altra parte il turista avrà solo una visione superficiale senza un vero e proprio scambio costruttivo con gli altri.

Lo stesso atteggiamento lo si può avere in tutto ciò che si compie durante la giornata quotidiana e anche durante la pratica della propria disciplina. E così si ottiene che ogni singolo movimento è composto da una miriade di altri movimenti. E per ognuno di loro è possibile, o necessario, porre l’attenzione al momento presente (e alla forza vivente, come dice Obi Wan Kenobi di Guerre Stellari). E per raggiungere questo traguardo è necessario acquietare la mente (koshin), fare il vuoto (mushin). E il bello è che questi obiettivi utopici ci inducono al perenne cammino.

Pubblicato da Claudio Cavallero a 08

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LA FORZA DEL SORRISO

Il racconto di questo praticante di iaido della nostra Scuola, Umberto, evidenzia come l’atteggiamento mentale rilassato rappresenti la migliore arma contro la frustrazione. Se una persona agisce mentre si sente frustrata (= rabbia), non ha le capacità per esprimere la propria forza interiore; invece ogni volta in cui riprende il controllo attraverso la calma della mente, giunge con facilità a trasformare il modo di agire, rivelando le proprie piene potenzialità ( = grinta).

Vincenzo CESALE

dojo Niten Ichi Ryu

metodo “Essere Grinta

LA FORZA DEL SORRISO

Lo iaido, quasi per definizione, è spesso descritto come la ricerca di se stessi, il perseguimento della propria perfezione ed il miglioramento ( o come per molti accade, la COSTRUZIONE) del proprio equilibrio psico-fisico.

Tutte queste parole però possono suonare eccessive, poco credibili e falsamente altisonanti per chi non conosce la disciplina o se ne avvicina distrattamente; come di consueto però la realtà è molto più semplice della teoria.

Quello che è accaduto durante lo scorso giovedì di pratica, può essere preso come un esempio lampante del valore e dell’utilità dello iaido.

Ecco quanto accaduto. Durante lo svolgimento del sesto kata, mi sono alzato dal pavimento portando in avanti la gamba sbagliata: un errore madornale, grave quanto inatteso.

E pensare che quella sera mi sentivo particolarmente rilassato, nonostante la giornata lavorativa pesante ed estenuante. Istintivamente, avevo iniziato a svolgere i kata immaginandomi sorridente.

Chiaramente da fuori questo non si vedeva, la mia espressione al più appariva serena, eppure, dentro di me cercavo di distendere i muscoli del viso e di non stringere i denti (difetto che purtroppo mi porto dietro da anni e che lo iaido mi sta aiutanto a riconoscere).

Tornando ai kata, questo mio atteggiamento ebbe come risultato non quello di effettuare esercizi perfetti, privi di errori ed impeccabili, ma semmai, quello di fare uno iaido privo di pensieri, di ragionamenti e di continui “ronzii mentali”. Non distratto, come si potrebbe pensare, ma più naturale.

Dopo l’errore commesso, normalmente mi sarei morso la lingua, avrei guardato al cielo e mi sarei depresso continuando il kata presente e forse anche quelli successivi, con frustrazione.

Tuttavia le cose andarono diversamente e sono sicuro che se non avessi avuto un simile stato di “concentrazione rilassata”, non sarei stato capace di reagire.

Istantaneamente, senza battere ciglio, senza spezzare la respirazione e scompormi, ripresi a fare il kata, questa volta correttamente e dimostrando anche una certa sicurezza, che a detta del maestro venne percepita e quasi trasmessa anche ai miei compagni.

Sicuramente, ed è questo che vorrei sottolineare, la mia capacità di reazione e di ripresa, sono state il frutto del mio stato mentale di serenità ed il rendersi conto di questo risultato è stato assai utile anche dopo, nella sera seguente e nei giorni successivi!

È da anni che mi sento dire che la vera forza non risiede nella durezza, nella rigidità, eppure solo quel giovedì sera mi è venuto naturale sforzarmi di adottare quel tipo di mentalità; evidentemente, certi insegnamenti devono sedimentare a lungo prima di essere davvero assimilati. Insegnare sicuramente, da questo punto di vista, richiede una pazienza infinita suppongo.

Spero che questo resoconto possa permettere a chi non conosce lo iaido, di meglio comprendere le parole delle prime righe e di capire perchè lo iaido serve davvero a tutti per vivere meglio e fare continue scoperte sul proprio conto, conquistando piccole “verità” che sono spendibili a casa, in famiglia, al lavoro e sopratutto, verso sè stessi.

Umberto C.

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IL DOJO

IL DOJO

IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento. Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, anche ai praticanti è richiesto di provvedere alla sua pulizia, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA

Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

1. OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

2. URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito. Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.
Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:
TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
 e
 HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente. 
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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ASPETTARE IL RISULTATO

Deborah poco tempo fa ha scritto un post per gli operatori olistici, prendendo ad esempio noi kyudoka, la ringrazio di averci fatto questo onore, non mi resta che condividere questo bell’esempio che rimarca quanto le arti giapponesi eseguite in un modo corretto, siano portatrici di una evoluzione piena dell’essere umano.

Vincenzo CESALE

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA.

[…]Dai principi della Legge di Attrazione sappiamo che questo tipo di atteggiamento è poco produttivo, raramente produce risultati concreti. Per spiegarlo in modo pratico mi aggancio ad una disciplina orientale: il kyudo (o tiro con l’arco giapponese).

I kyudoka non si limitano a tirare una freccia: costruiscono il tiro secondo dopo secondo. La preparazione è tutto. Il risultato da raggiungere è proiettare la freccia in un bersaglio distante 28 metri, in modo pressoché PERFETTO.

Il kyudoka pianifica il tiro dal momento in cui si sveglia la mattina. La mente è orientata verso la pratica. Si reca al dojo (luogo dedicato all’arte), dove esegue il suo rituale nell’indossare gli abiti adeguati.

Ogni minuto che passa la sua mente è più concentrata sull’obiettivo; compie ogni gesto mantenendo la massima focalizzazione sul risultato da raggiungere: il tiro perfetto.

I praticanti si preparano insieme sulla pedana: puliscono il luogo, poi eseguono i saluti rituali, dedicano qualche minuto a calmare mente e cuore (koshin), poi preparano gli archi e le frecce. Qualsiasi piccolo movimento o parola (spostarsi nel dojo, preparare l’attrezzatura, prelevarla e posarla, domandare e rispondere, ecc. ) è prestabilito, curato, studiato nei minimi particolari.

Solo allora iniziano a predisporre il tiro vero e proprio. La posizione è stabile, le gambe sono leggermente divaricate, ogni muscolo entra in sinergia con gli altri; l’intero corpo crea una linea di potenza che unisce cielo e terra, generando un campo di forza.

L’arco viene aperto lentamente, ogni passaggio ha un suo perché. La giusta apertura, la giusta posizione del busto, delle spalle e del torace, la giusta torsione … solo attraverso il perfezionamento continuo di tutti i passaggi la freccia riceve la rotazione e la potenza necessarie per raggiungere il centro del bersaglio.

Occorrono mesi di allenamento per fare il primo centro, mesi di allenamento perché ogni gesto smetta di essere meccanico e diventi OLISTICO.

Ogni bersaglio raggiunto è il frutto di una preparazione minuziosa nei dettagli. Se un dettaglio non è perfetto, il centro viene mancato. Se la mente non è calma o il corpo è rigido, il centro viene mancato. Se un gesto si esegue in modo minimamente scorretto, il centro viene mancato.

Nella vita, invece, spesso i passaggi vengono presi sottogamba o dati per scontati. Qualcuno ritiene che aver frequentato dei corsi, acquisito una formazione solida e metterci “tanto cuore”, basti a garantire il successo. L’energia Universale farà il resto, premiando la virtù spirituale ed “il dono”.[…]

Deborah NAPPI

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IL RADICAMENTO

Il racconto personale di un praticante di iaido del dojo Niten Ichi Ryu; un’immagine che rappresenta  ciò che gli allievi percepiscono nel cammino all’interno dell’esperienza nelle arti giapponesi.

Vincenzo CESALE

IL RADICAMENTO E LA LEGGEREZZA DELLA MENTE

Quando si percorre un cammino personale ed intimistico si cerca l’aiuto di chi in questo cammino ci ha preceduto. E poiché il linguaggio da utilizzare è quello “dal cuore al cuore” (i shin den shin – 以心伝心) per il maestro (sensei – 先生) è a volte difficile spiegare i concetti che possono apparire contrastanti tra loro e che molto spesso sono dissonanti dal nostro modo di vedere alcuni aspetti della vita e della persona. Per questo motivo molto spesso si fa riferimento ad immagini della natura per descrivere stati emozionali, psicologici e/o fisici.

Questo è proprio ciò che accade quando si desidera trattare l’argomento del radicamento a terra, sia dei piedi (ashi – 足), dell’anca (goshi – 腰) e del respiro (kokyu – 呼吸). Se poi questo concetto, già di per sè per noi molto complicato, lo associamo alla mente vuota (mushin – 無心) tutto diventa ancora più arduo. Quindi la figura naturale che meglio fa convivere questi insegnamenti in un’immagine è “Affonda in profondità con i piedi e con l’anca come le radici di un albero. E la tua mente sia flessibile come le foglie al vento”. Si può azzardare ancora di più: “Sii radicato a terra come una piuma che fluttua nell’aria”

Ma queste metafore non fanno altro che esprimere una sensazione ed uno stato molto speciali, che una volta provati si desidera mantenere costantemente con noi ed in noi. Infatti il radicamento fornisce una forza notevole, perché si attinge dalla terra. Allo stesso tempo la mente vuota permette di essere leggeri e rapidi, sia nei movimenti che nelle risposte agli stimoli esterni.

Per raggiungere questi stati inesplorati è necessario percorrere vie mai battute: concentrazione sull’anca, respirazione profonda e lasciare libera la mente; fidarsi del proprio corpo e del proprio intuito; percepire le proprie emozioni e sensazioni. E si comprende come sia naturale radicarsi a terra, e che con la mente leggera ogni passo è semplice e senza sforzo.

Claudio C.

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La riparazione di un arco da Kyudo

La riparazione di un arco da kyudo (Yumi) in bambù

Come tutte le arti, anche il kyudo ha un aspetto manualeindispensabile: la riparazione degli strumenti di pratica. Nellarco in particolare, le riparazioni si rendono necessarie quando nella struttura si vengono a creare delle imperfezioni, delle piccole crepe, un distacco tra le parti incollate, o altri danni dovuti allusura.

Ogni volta che mi appresto a riparare un arco, so già in partenza che le cose andranno diversamente da come me le aspetto; come capita molte volte anche nella vita, modificare unazione già compiuta è molto difficile, a volte persino controproducente.

Come recita un vecchio proverbio, a volte la toppa è peggio del buco. Per questo motivo do il massimo per cercare di uscirne nel migliore dei modi; purtroppo non è sempre così, poichè le varianti in gioco sono molte e imprevedibili, c’è sempre il rischio di commettere un piccolo errore di calcolo e danneggiare il lavoro.

La costruzione di un oggetto artigianale (in questo caso di un arco), dovrebbe assumere unimportanza primaria come se si trattasse un rapporto umano: dare la massima attenzione a tutti i particolari è essenziale, ma soprattutto è importante iniziare a lavorare con uno stato danimo sereno e rilassato.

Nellintraprendere una riparazione questo non è così facile: la parola stessa definisce già uno stato di errore.

Il modo in cui è stato utilizzato e costruito un arco, influenza il lavoro che devo svolgere in fase di riparazione; ogni piccola frattura può nascere per vari motivi:

  • luso non idoneo (ad esempio un errore di caricamento prima di ogni sessione di lavoro e di scaricamento a fine lavoro);

  • la corda (tsuru) mantenuta ad una tensione non adeguata ;

  • errori di tiro dellarciere ;

  • il mantenimento disattento (poca manutenzione quando larco non lavora) ;

  • ecc

Normalmente questi errori sono da attribuire alla limitata esperienza dellarciere quando è principiante, ma qualche volta può succedere che nascano dalla superficialità di un insegnante poco coinvolto, che dedica poca attenzione a trasmettere la propria esperienza ai praticanti.

Quando costruisco un arco, mi baso su due punti fondamentali:

  • i materiali devono essere di massima qualità;

  • la loro preparazione deve essere accurata, al limite della maniacalità 🙂 .

La stessa cosa faccio su me stesso: mi preparo con una meditazione ed un rilassamento evitando ogni interferenza dallesterno, perchè il mio stato danimo deve essere predisposto (allo stesso modo di quando mi preparo per scagliare una freccia).

La differenza è che il lavoro su un arco richiede molto più tempo che scoccare la freccia, e per questo mantenere il rilassamento è più complesso e faticoso.

Tutti gli elementi necessari per predisporre la costruzione, li ritrovo anche nella riparazione; se lavoro su un arco usato e costruito da altre persone, devo tenere in considerazione che vi sono due anime in gioco: una proviene dal costruttore e laltra dallarciere che ne fa uso, che spesso non si conoscono fra loro.

Qualche volta invito gli allievi del dojo Hayate a partecipare ad una sessione di lavoro sugli archi da kyudo: questo è un passo importante per i praticanti, che imparano come avere maggiore cura della loro attrezzatura personale.

Intervenire su un problema limitato ad una parte dellarco è molto difficile: tuttavia non rinuncio a provarci, anzi è una sfida che mi permette di accumulare altra esperienza, che mi sarà di sostegno per gli archi che costruirò in futuro.

Vincenzo CESALE

www.duecieli.it

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ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO …

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA.

Il post di oggi è di “nicchia”: mi rivolgo all’Operatore Olistico che si sente ancora NON-realizzato
o che spera di realizzarsi, ma non sa bene SE o QUANDO.

Sei convinto che il tuo lavoro coinvolga pochi utenti a causa della crisi? Non è così, ed ora ti spiego il motivo.

Noto spesso che molti fra quelli che si lamentano delle difficoltà (soprattutto economiche) nel far sopravvivere uno studio olistico, adottano una filosofia di vita che li pone in stato di ATTESA, nei confronti di una forza superiore addetta a risolvere i loro problemi.

Dai principi della Legge di Attrazione sappiamo che questo tipo di atteggiamento è poco produttivo, raramente produce risultati concreti. Per spiegarlo in modo pratico mi aggancio ad una disciplina orientale: il kyudo (o tiro con l’arco giapponese).

I kyudoka non si limitano a tirare una freccia: costruiscono il tiro secondo dopo secondo. La preparazione è tutto.
Il risultato da raggiungere è proiettare la freccia in un bersaglio distante 28 metri, in modo pressoché PERFETTO.

Il kyudoka pianifica il tiro dal momento in cui si sveglia la mattina. La mente è orientata verso la pratica. Si reca al dojo (luogo dedicato all’arte), dove esegue il suo rituale nell’indossare gli abiti adeguati.

Ogni minuto che passa la sua mente è più concentrata sull’obiettivo; compie ogni gesto mantenendo la massima focalizzazione sul risultato da raggiungere: il tiro perfetto.

I praticanti si preparano insieme sulla pedana: puliscono il luogo, poi eseguono i saluti rituali, dedicano qualche minuto a calmare mente e cuore (koshin), poi preparano gli archi e le frecce. Qualsiasi piccolo movimento o parola (spostarsi nel dojo, preparare l’attrezzatura, prelevarla e posarla, domandare e rispondere, ecc. ) è prestabilito, curato, studiato nei minimi particolari.

Solo allora iniziano a predisporre il tiro vero e proprio. La posizione è stabile, le gambe sono leggermente divaricate, ogni muscolo entra in sinergia con gli altri; l’intero corpo crea una linea di potenza che unisce cielo e terra, generando un campo di forza.

L’arco viene aperto lentamente, ogni passaggio ha un suo perché. La giusta apertura, la giusta posizione del busto, delle spalle e del torace, la giusta torsione … solo attraverso il perfezionamento co