COSTRUZIONE DI UN ARCO GIAPPONESE “YUMI”

Nel Kyudojo HAYATE non solo un allenamento classico ma un approfondimento nello spirito dell’arte.

Link : https://www.kyudoiaidoqigong.it/category/multimedia-kyudo-video/

#determinazione arti giapponesi

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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KYUDO ESAMI 1° DAN

Il 30 settembre 2017 nel Kyudojo HAYATE si sono svolti gli esami di 1° Dan conclusosi con il passaggio di grado dei praticanti

Cristina Camandona
Danilo Riccardi

Gruppo di appartenenza : Niten Ichi Ryu club

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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IL GIOVEDI’ KYUDO

Riprende  il corso di Kyudo del giovedì

presso la “Libera Università Popolare Due Cieli” via Plava, 37 a Collegno (TO)

ORARIO: 18,30 – 20,00

 Kyudo Vincenzo

Si aggiunge al corso già esistente del sabato, ore 9,30 – 12,00
Tel. 011 4034056
e-mail: info@duecieli.it

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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SETSU-BUN secondo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

FEBBRAIO
Con l’introduzione del calendario gregoriano, nel 1873, il secondo mese dell’anno ha perso gran parte delle sue caratteristiche distintive. Setsu bun, il periodo nel quale l’inverno si trasforma in primavera, cade in questo mese, secondo il vecchio calendario giapponese, quando c’era l’usanza di tirare piselli secchi dentro le case, pensando che avesse l’effetto di scacciare spiriti maligni e influenze nocive.
Questo era anche il mese della fioritura dei ciliegi, ma persino i pruni non sono ancora completamente in fiore nell’attuale mese di febbraio. Tra i luoghi del Giappone più famosi per la fioritura dei pruni  vi sono Tsuki ga se a Yamato Komukai, vicino a Tokyo, Sugita, vicino a Yokohama, e Kameido e Kinegawa, sobborghi di Tokyo. La stampa rappresenta una scena a Kameido, quando i pruni sono in piena fioritura.

Prima dell’introduzione, durante il regno attuale, di una suddivisione settimanale del tempo, i giorni portavano nella loro sequenza i nomi dei dodici segni zodiacali:
1) Ne (nezu mi), il Topo;
2) Ushi, il Toro;
3) Tora, la Tigre;
4) U (usagi), la Lepre;
5) Tatsu, il Drago;
6) Mi (hebi), il Serpente;
7) Uma, il Cavallo;
8) Hitsuji, la Capra;
9) Saru, la Scimmia;
10) Tori, il Gallo;
11) Inu, il Cane;
12) I, il Cinghiale.

Allo hatsu uma, o “primo giorno del cavallo”, del secondo mese, veniva celebrata ovunque la festa di Inari, la dea dei cereali, e, benchè sia oggi osservata in misura molto minore, si appendono lampioni di carta ovali con figure dipinte, disposti ai lati della strada che porta al tempio di Inari, guadato da una coppia di volpi. Il più grande è quello di Fushimi Inari, a Inariyama, sul lato est della strada che da Kyoto va a Fujimi. E’ poco più di tre miglia e mezzo dal ponte Sanyo in Kyoto, e presso la stazione  Inari della ferrovia Tokyo Kobe.
L’undicesimo giorno del mese, piccole e grandi città sono rallegrate dalle bandiere nazionali esposte in onore dell’ordinazione del Jimmu Tenno, primo imperatore del Giappone, e, in questo giorno nell’anno 1889 è stata promulgata dall’attuale Imperatore una Costituzione per L’Impero.

SETSU-BUN Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)


L’Angolo Manzoni Editrice

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Il DOJO NITEN ICHI RYU

IL DOJO NITEN ICHI RYU
IaijutsuKyudoQi Gong

L’INGRESSO NEL DŌJŌ E’ RISERVATO A COLORO CHE VOGLIONO PRATICARE CON SERIETA’ E DEDIZIONE.

Non c’è un metodo di preparazione alla pratica. E’ sufficiente fare pratica.

Arriva al Dōjō sempre con il necessario anticipo per cambiarsi d’abito con concentrazione e senza fretta. La pratica non inizia nel momento in cui si inizia il lavoro, bensì in tutti i momenti che precedono l’ingresso al Dōjō.

Che tu sia un principiante o abbia già esperienza nella pratica, la tua presenza nel Dōjō è di fondamentale importanza. Cerca di vincere la pigrizia e le tue resistenze e di organizzare la tua vita in modo da essere il più presente possibile alle sedute di pratica.

Liberati di collane, bracciali, orecchini, orologi, abbandona tutto. Per praticare non abbiamo bisogno di abbellimenti, ma di abbandonare i nostri attaccamenti.

Studia con profitto, serietà e dedizione e il tuo insegnante sarà sempre presente per aiutarti nel tuo percorso.

Quando entri nel Dōjō, abbandona ogni preoccupazione di fama e di profitto; lascia alla porta i pregiudizi di razza, di sesso e di condizione sociale.

IL DOJO HAYATE-Collegno

IL DOJO HAYATE-Collegno

La pratica inizia all’ora esatta, in un silenzio ed in un immobilità assoluti. Sii pronto nel Dōjō almeno cinque minuti prima dell’inizio (il secondo colpo del Taiko o del Moppan ricorda che a breve inizierà la pratica). Una volta che è suonato Nijo (i due colpi che segnano l’inizio) nessuno può più entrare nel Dōjō. Chi arriva in ritardo per cause di forza maggiore deve aspettare il termine dei saluti cerimoniali e il permesso del Maestro.

Si entra e si esce dal Dōjō inchinandosi: è un segno di rispetto verso l’arte, un ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto. Viene eseguito il rito del Soji (pulizia): gli allievi puliscono l’ambiente, preparandolo per una buona pratica e lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: ogni praticante si prepara ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere l’arte marziale.

Cerca di agire sempre in armonia con gli altri e con l’ambiente in cui ti trovi a vivere; non permettere a te stesso di isolarti nelle tue preoccupazioni o rigidità, ma comprendi che l’arte che ti appresti ad imparare è una pratica in cui conosciamo noi stessi, attraverso la relazione.

Nel Dōjō ci si muove con decisione (non trasognati) ma con passo grave e solenne percorrendo il perimetro della sala senza prendere “scorciatoie”. Ricorda costantemente la sacralità del luogo.

Non lasciare mai il Dōjō senza avvertire, e senza il permesso dell’insegnante.

Vincenzo CESALE

チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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www.kyudoiaidoqigong.it/pulizia-del-dojo-soji

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IL TAMBURO GIAPPONESE NELL’ARTE MARZIALE

Tamburo giapponese: ovvero NIJO, il richiamo alla pratica

Uno degli aspetti che caratterizza le arti orientali, è la ritualità. Ad esempio, ogni sessione di pratica (di qualunque disciplina stiamo parlando), solitamente inizia con un richiamo sonoro molto potente.

Il concetto alla base di questa tradizione risiede nell’uso di prepararsi mentalmente, spiritualmente e fisicamente a vivere l’arte; ogni azione aiuta ad eliminare le proprie preoccupazioni, a correggere la postura del corpo (che deve essere dignitosa e forte), e rivolgersi verso il controllo del proprio “IO”.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Il suono fa sobbalzare, ma di fatto ha la forza di un’onda dirompente che si infrange sulla mente del praticante, spazzando via illusioni e impurità.

Prepararci a quello che ci accingiamo a praticare e al lavoro con gli altri, aiuta a immergersi totalmente nell’esperienza che stiamo per compiere, unendo le forze e il proprio spirito con quello di tutti gli altri partecipanti.

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La pratica inizia all’ora esatta, in un silenzio ed in un immobilità assoluti.

L’inizio dell’arte viene segnato dal tamburo. Una volta suonato il Nijo (i due colpi che segnano l’inizio) nessuno può più entrare nel Dōjō.

Nell’arte della spada (Iaijutsu) utilizziamo il Taiko, il tamburo a forma di barile. 
Nel Kyudo utilizziamo il Moppan (lastra di legno, percossa da un tronco appeso con delle corde o da un martello di legno)
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Il periodo feudale (il periodo degli Stati Combattenti)

Nel Giappone feudale il tamburo veniva usato per richiamare gli uomini, motivare le truppe e per dare ordini a distanza: il ritmo e il suono cambiavano a seconda delle informazioni che si volevano trasmettere.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Il Kabuki

Nel teatro tradizionale giapponese il Taiko veniva usato non solo per dare il tempo alla recita, ma anche per enfatizzare la recitazione, così dare molto pathos alla storia raccontata.

L’origine dei Taiko

Nel secondo libro più antico di storia giapponese, Nihongi, si racconta la storia mitologica dell’origine del Taiko.

La Dea Amaterasu era fuggita in una grotta per dispetto contro gli uomini, spegnendo il sole e di conseguenza togliendo la luce. Il Dio anziano Ame no Uzume per convincere la Dea ad uscire dalla grotta, usò un barile vuoto di sake, percuotendolo e ballandogli intorno; così i giapponesi raccontano l’arrivo del tamburo nella loro isola.

Questi tamburi venivano anche utilizzati per riti religiosi, Shinto o Buddisti e per richiamare i fedeli alla preghiera.

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Nijo richiamo alla pratica DueCieli

Perchè suonare il tamburo oggi?

Con il tempo mi sono accorto che non solo era molto ben accettato da tutti i praticanti, ma qualcuno di loro ne era favorevolmente colpito: l’atteggiamento che riuscivano ad avere durante il rito e sopratutto nella pratica era di un’immedesimazione positiva, e questo portava ad un contegno forte, anche al di fuori del luogo di pratica.

Ritengo che durante le lezioni sia molto importante sviluppare attentamente ogni sfumatura dell’arte. Per questo nel nostro Dojo diamo importanza a questo rito, tanto quanto alla pratica in sé.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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SETSU-BUN primo mese

SETSU-BUN primo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE
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Quando l’inverno si trasforma in primavera

Ad ogni porta
stanno alberi di pino;
un miglio più avanti,
verso il regno degli spiriti:
e, come c’è allegria,
così c’è tristezza.

Canzone di IKKYU

Gennaio
Poichè nessuno può prevedere quanta gioia e quanto dolore gli saranno destinati nel corso dell’anno appena nato, tutti desiderano trarre auspici favorevoli, a giudicare dalle manifestazioni di gioia con le quali è salutato in Giappone l’avvento del nuovo anno. All’esterno della casa, ai lati del cancello o della porta d’ingresso, vengono piantati giovani alberi di pino, e dei bambù, intagliati in una decorazione detta kado matsu o matsu kazari (pino della porta). Antichi testi narrano che questa usanza di piantare rami di pino esisteva già 850 anni fa i bambù vennero aggiunti molto più tardi.

Setsu-Bun-1/1-Duecieli

Questi due rappresentanti del regno vegetale accomunati all’anno nuovo, sono segnali di buon augurio, poichè le loro foglie non soccombono ai venti gelidi dell’inverno, e il diritto bambù, con i suoi nodi regolari è, inoltre, simbolo di virtù.
Sopra l’ingresso viene appeso uno shime kazari, oggetto simbolico fatto con corda di paglia, e arancia amara (daidai), kaki secco, felce (urajiro), sempre vivo (yuzuriha), gambero ecc., pochè a ciascuna di queste cose si attribuisce un quanche significato di buon augurio; il camminare all’indietro del gambero, ad esempio, è considerato simbolo di lunga vita. La corda di paglia è a ricordo di quella che, si dice, sia stata tesa all’entrata della grotta Ama no iwato, dopo che la dea Sole Amaterasu ne era uscita: il buio dell’interno della grotta fu considerato impuro ed infausto, e la corda lo separa dal puro e splendente mondo esterno. Questa corda è usata nei templi shinto a segnare il confine tra l’interno purificato e il comune mondo estrerno, ed è usata nelle case di abitazione, in occasioni di festa, come confine oltre il quale nulla di malvagio o infausto ha accesso, e si crede così di impedire l’entrata a malattie e spiriti diabolici.

All’interno della casa, il giorno di Capodanno, si trovano focacce di riso, grandi e tonde, chiamate kagami mochi, decorate con arancia amara, kaki seco, felce, sempreverdi e granchio, il tutto sistemato su di un vasssoio chiamato sanbo, e posto in una nicchia ornamentale, denominata toko, che costituisce una caratteristica dei salotti giapponesi.
La mattina presto si tiene una celebrazione familiare, i cui dettagli sono diversi nelle varie regioni del paese, ma la preparazione del toso, una specie di sake aromatizzato o acquavite di riso, e dello zoni, un insieme di focacce di riso, pesce e verdure, è la stessa ovunque. Terminata questa operazione, la gente esce, vestita degli abiti migliori, per incontrare parenti e amici e augurare loro un felice anno nuovo, e per farlo, usa la parola omedeto. Alcuni vanno sulle loro vetture, altri in jinrikisha tirato da due uomini le persone più umili hanno un jinrikisha tirato da un solo uomo, ed altri ancora devono andare a piedi.
Ufficiali e persone che ricoprono alte cariche portano l’uniforme, altri dignitari indossano generalmente abiti di foggia europea; ma la maggioranza delle persone veste un haori (giacca) e hakama (pantaloni larghi). Le strade sono rallegrate da bambini che indossano abiti nuovi, i maschi fanno volare aquiloni o girare trottole, e le bimbe giocano al volano o con la palla.

Quando la luce del giorno muore, i più giovani, e spesso anche gli anziani, si divertono con il gioco delle carte (uta garuta e hana garuta) e il backgammon (sugoroku), e quelli che perdono devono rassegnarsi a farsi imbrattare il viso con l’inchiostro.
Poichè si crede che la fortuna sorrida a coloro che salutano il sole nascente il giorno di Capodanno, donne e uomini si alzano presto e si radunano in un luogo dal quale si può vedere bene il primo apparire dell’astro. E’ anche pratica comune cercare il favore del dio, il cui tempio si trova in quel quarto di cerchio che corrisponde al nome dell’anno. In questo modo si scelgono templi diversi secondo gli anni. Dal primo al terzo giorno di questo mese, è usanza tirare l’acqua dai pozzi la mattina presto, e quasto si chiama waza mizu, “acqua nuova”.

Di buon ora, il secondo giorno, i mercati delle grandi città inviano ai commercianti locali i primi prodotti dell’anno, chiamati hatsuni, che vengono ammucchiati su carri trainati da buoi e decorati con bandiere recanti il nome il nome della ditta che li spedisce. I carri di testa portano alti alcuni simboli di buona sorte, come “i sette dei della fortuna” (Shichi Fuku Jin), il sole nascente, l’albero di pino, il gambero ecc., e sono seguiti da una fila di uomini, generalmente impiegati della ditta, tutti vestiti allo stesso modo, che suonano flauti o tamburi, e tutto l’insieme ricorda molto le processioni religiose viste nelle grandi città. La sera dello stesso giorno, uomini vanno in giro per le strade facendo risuonare il grido Otakara! Otakara!, e offrono in vendita il dipinto di una barcha con a bordo i Sette Dei della Fortuna, detta takarabune, (barca del tesoro) che, se posta sotto il cuscino, si ritiene faccia fare sogni fortunati.

Il settimo giorno si cuociono e si mangiano sette tipi di verdure (nana kusa), a protezione delle malattie: il prezzemolo, la borsa del pastore (nazuna), canapa comune (gogyo), sedano, becco di gallina (hotokenoza), rapa e rafano (suzushi ro).
Durante le due prime settimane di Gennaio, per le strade sfilano uomini vestiti da manzai, okagura o shishimai; i primi, che sono vestiti alla foggia antica, vanno in giro battendo un tamburo e, per una piccola somma di denaro, ripetono gli auguri per il futuro; gli altri indossano grandi maschere di legno, a forma di testa di leone, che vengono costruite per muoversi all’ unisono con il ritmo dei tamburi e il suono dei flauti.
Il quindicesimo e il sedicesimo giorno di questo mese sono attesi con ansia da tutti gli inservienti e le domestiche, ma dai servitori maschi in particolar modo, poichè è questo il periodo in cui si concede loro una vacanza, perchè essi abbiano la possibilità di rivedere le famiglie; questo tornare a casa è definito yabu iri o yadori.

La prima illustrazione offre un’immagine completa della scena il giorno di Capodanno. La seconda stampa rappresenta una processione di daimyo per il Capodanno al castello dello Shogun in Yedo oggi chiamata Tokyo, durante il lungo periodo in cui l’effettivo potere di governo, in Giappone, fu nelle mani di succesivi Shogun della casta Tokugawa, e quando daimyo (grande nome) era il titolo dei grandi signori feudali del paese.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)

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Auguri 2016-17-DueCieli Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate

Un grande augurio a tutti gli iscritti DueCieli del Dojo Niten Ichi Ryu e del Kyudojo Hayate.

Ad una ad una
si affacciano nel freddo
le stelle
Tan Taigi

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“NON PENSARE: ASCOLTA”

“NON PENSARE: ASCOLTA”

Quante volte è capitato di pensare ad un evento o dare un giudizio affrettato verso una nuova conoscenza, per poi avere un’esperienza molto diversa de quella che ci eravamo aspettati, rischiando quindi di distruggere un futuro rapporto?

La realtà è completamente diversa da quello che pensiamo.

Qualche volta mi è capitato di voler interpretare un fatto secondo una certa visione e di accorgermi, dopo breve tempo, che il mio pensiero era distante dalla realtà.
Una frase che mi aiuta ad orientarmi in questi casi è: ”quello che tu pensi non è la realtà”

La realtà degli altri.

La percezione della nostra realtà è sempre distorta dalle esperienze del passato, che non sono mai le stesse esperienze degli altri.

Allora cosa dobbiamo pensare?

Ci sono tre parole che mi ripeto sempre quando devo relazionarmi: ”non pensare, ascolta” . Ovvero: non pensare con la mente ma ascolta con lo spirito .

Un fatto personale accaduto qualche settimana fa mi ha fatto comprendere che i ricordi negativi che sono nella mente non devono avere nessun privilegio: sono proprio quelli che ti possono rendere rabbioso, rancoroso e a volte boicottano il futuro.

“NON PENSARE: ASCOLTA”-Duecieli2

Un futuro senza ricordi?

Il passato è molto importante per il nostro futuro: i nostri ricordi positivi, quelli che aiutano a sentirsi bene sono quelli dello spirito; quindi privilegiamo i ricordi del nostro spirito e diamo l’importanza che devono avere (poca), ai ricordi della mente.

Se diamo troppa importanza alla mente, la realtà cambia aspetto. E l’aspetto che prende può essere triste, anche drammatico, e portarci a prendere decisioni estreme.

Buonasera Maestro.


Come ci siamo detti,ti trascrivo quanto annotato sul mio quaderno durante la lezione di stamane.

”Lascia che il tuo spirito prevalga sulla tua mente.”
I ricordi fanno parte della tua vita,ma non lasciartela condizionare da essi,altrimenti lo spirito resta represso.

In quest’ultima settimana ho finalmente aperto gli occhi, dopo molti anni. 
Il Maestro mi dice che il mio tiro oggi è SERENO. Si. É vero.
Sono serena nonostante mi abbiano raccontato che una delle mie amiche più care é morta “perché non aveva alternative”.


Non poteva chiamarmi? No. Non poteva.
Non poteva dirmi il dramma che viveva perché io ero l’unica a cui non poteva (per orgoglio) rivelarlo. Lei, che mi considerava una “senza le palle” perché non avrei mai rinunciato a Torino per trasferirmi al mare,dove “si sta bene e si vive meglio” mi diceva sempre. Già. ..
”Cara S.,oggi il mio Maestro, (che sicuramente avrebbe potuto offrire una valida alternativa ad uscire dal “tunnel” in cui ti eri cacciata,per rabbia,per noia,per sai solo tu i veri motivi) ha capito che sono serena. Ed è vero.
Respiro e vivo la mia vita assaporando ogni respiro e respirando il mio spirito libero. Felice di ogni mio passo ed ogni mia scelta. Mi spiace solo che tu non abbia mai potuto vivere questa sensazione:ti sarebbe piaciuta. Ma avresti dovuto PERDONARE senza dimenticare. Io l’ho appena fatto con te.”
Ecco ciò che è uscito dalla lezione di oggi.
Grazie e buona serata.

Erano molte settimane che provavo a comunicare attraverso un articolo, continuavo a cestinare qualsiasi cosa scrivessi, non riuscivo ad esprimere quello che volevo dire, all’improvviso l’aiuto è arrivato da una e-mail di una nostra amica di percorso, per questo la ringrazio: ha raccontato un’esperienza forte che accompagnerà il nostro viaggio.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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ANSIA DA PRESTAZIONE 2

ANSIA DA PRESTAZIONE 2 L’EGO

Nell’articolo “ansia da prestazione 1” descrivevo la situazione psicologica che deve affrontare chi inizia una nuova esperienza, in particolare con l’arte della spada “Iaido”, dell’arco “Kyudo” e del “Qi Gong”.

Ora vorrei affrontare il discorso sull’esperienza che affronta l’allievo anziano, inteso come tempo di pratica, che nelle arti giapponesi viene chiamato “Sempai” .

Una fase delicata

Quando si è in questa fase, molto delicata, il lato umano di ognuno diventa predominante: l’esperienza acquisita ci viene ora richiesta sotto forma di abilità anche di fronte ad altri, e siccome non ci si può tirare indietro, spesso vengono in mente le prime lezioni ( come erano facili! ), così cresce l’ansia da prestazione.

Quando un allievo è principiante, nessuno si aspetta da lui delle prestazioni eccezionali, ma quando diventa più bravo inizia ad essere considerato dagli altri praticanti come un punto di riferimento, ed è in questi momenti (quando si sente “osservato” da tutti gli altri), finisce per commettere degli errori che non faceva nemmeno il primo mese.

Questo è un passaggio che avviene in tutti i praticanti, nel quale è molto importante fare tesoro dei molti anni di pratica. L’ego è una parte di noi che a volte fa sentire inadeguati, gran parte del lavoro di studio è proprio per imparare a gestirlo.

ANSIA DA PRESTAZIONE 2-Duecieli

Le responsabilità dell’allievo.

Quando si ha una grande esperienza e molti anni di lavoro con il proprio insegnante, si instaura un rapporto molto particolare e intenso.
Le responsabilità che acquisisce l’allievo anziano, sono compiti complessi: occuparsi dei primi contatti con i nuovi allievi, guidarli nei comportamenti da tenere nel luogo di pratica, sostituire l’insegnante nelle lezioni, ecc..
Questa è una via obbligatoria da percorrere, che lo porterà a diventare, a sua volta, un buon insegnante.

Tutte le mattine ti svegli con il tuo ego

E’ una lotta continua dover tenere sotto controllo il proprio ego, ma anche una bella sfida per la crescita:
“tutte le mattine ti svegli con il tuo ego, cerca di sedarlo durante la giornata, arriva alla sera in pace con te stesso e con il mondo che ti circonda”.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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LA PRATICA CI RENDE LIBERI

La pratica ci rende liberi

L’altra sera poco prima di iniziare la lezione, ometto quale disciplina per ragioni di privacy della persona interessata, arriva un messaggio da parte di una praticante, “mi spiace ma questa sera non posso venire, ho perso il lavoro”. Per Deborah e per me, che conosciamo ogni nostro allievo/a personalmente, sapere che ragazzi/e corretti e onesti non abbiamo l’opportunità di condurre una vita serena ci lascia un forte disagio. Nella nostra scuola non abbiamo mai considerato chi si affida a noi, un numero, ma delle persone, ognuna diversa dall’altra.

Una frase che non si vorrebbe mai sentire

Ogni volta che sento questa frase, e negli ultimi tempi purtroppo è diventato un tormentone, rimango dispiaciuto: provo un senso di impotenza. E’ una situazione che la mia generazione non conosce e quindi comprende poco, ma può immaginare l’enorme problema che comporta: la tranquillità finanziaria è così importante da condizionare la vita che conduciamo.

La pratica ci rende liberi-Duecieli1

La pratica

Questo molte volte comporta l’abbandono della pratica, proprio quando invece bisognerebbe intensificare la presenza. Il Kyudo lo Iaido, il Qi Gong sono un’ancora di salvezza per momenti negativi della nostra vita, capaci di trasformare queste situazioni da negative in positive.

L’ambiente e i compagni di pratica giusti, ci danno la sicurezza di essere in un ambiente che ci protegge e, seppur per un breve periodo, possiamo dimenticare i problemi che ci affliggono.
Questo aiuta a trasportare all’esterno questo benessere, per poter riprendere l’equilibrio che ci permette di risolvere al meglio i nostri problemi.

L’abbandono non è la soluzione

In passato, alcuni allievi hanno vissuto queste situazioni, condividendo il loro malessere con me: quando si passa attraverso un cambiamento è naturale sentirsi spaventati e spaesati.
Qualcuno di loro ha proseguito la pratica, trovando giovamento e superando le difficoltà con minore disagio, altri invece si sono chiusi, e hanno abbandonato la disciplina. Ognuno può scegliere come reagire ai propri problemi, ma quelle che riescono a risolvere meglio le difficoltà sono le persone che comprendono il valore del lavoro a cui si stanno dedicando. Ciò che si fa in palestra è solo un mezzo per sviluppare la forza interiore.

E’ vero che il licenziamento è reale, ma dobbiamo affrontarlo a muso duro, non cedendo al ricatto che il momento ci impone: praticando si trasforma il nostro momento negativo in un momento positivo. Siate voi i padroni della vostra vita.

Vincenzo CESALE
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Ansia da prestazione 1

Ansia da prestazione 1 – Il primo giorno

Buongiorno a tutti, ben ritrovati, dopo le vacanze ahimè finite, ricominciamo il viaggio nelle nostre amate discipline parlando di ansia da prestazione.

Vorrei iniziare la stagione con un pensiero sulla nostra pratica: “il primo giorno”.

Un giorno discorrevo con Deborah sulla mia poca capacità informatica, ed esprimendo i miei drammi al riguardo, lei mi espose un suo pensiero: “non sei più al primo giorno, stai accumulando esperienza e il tuo lavoro è diventato più complesso. Il difficile è adesso.”
Sono d’accordo e mi ricordo subito di quello che ripeto ai principianti, e che ho detto in precedenza agli allievi anziani: godetevi il primo giorno, perchè quelli che verranno saranno più complessi; MA NON SCORAGGIATEVI.

ansia da prestazione duecieli-2

In che modo questo concetto influenza il TUO lavoro?

Quando si vuole iniziare una disciplina, la prima cosa è trovare un insegnante, poi visitare il luogo dove si pratica, ed assistere ad una lezione.
In quel momento può accadere di temere che lo studio sarà molto complesso e un po’ ci si scoraggia, ma arriva comunque il fatidico giorno dell’inizio; tutto sembra difficile e molti pensano che non ci riusciranno mai: quando ti trovi in uno di questi momenti, credi in te stesso perché hai delle potenzialità che nemmeno immagini.

Qui vorrei agganciarmi al discorso precedente che Deborah esprimeva a riguardo della mia difficoltà informatica e che coincide con il concetto spiegato ai novizi: “ricordatevi il primo giorno di pratica, perché sarà il giorno più facile”. Qui aggiungo: però sarà anche il meno interessante.

Il difficile arriva sempre dopo: non solo perché le nozioni si accumulano, ma perché ci si addentra in meandri che non riguardano più solo la tecnica fine a se stessa; l’arte si fonde con noi stessi nel nostro animo, nei luoghi più nascosti del nostro spirito.

E quando quello che stiamo imparando diventa parte della nostra vita, sentiamo che dentro di noi è esploso qualcosa, che non solo siamo bravi ma che questo è un’energia che trasforma.
Così può succedere, quando incontriamo qualcuno che era molto che non vedevamo, che ci dice: “ma sei cambiato, non ti riconosco più”. Questo dimostra che siete sulla strada giusta, avete preso coscienza del vostro valore. E quando il ricordo torna alla prima lezione, pensate: ho fatto bene ad iniziare questo viaggio, sono fiero di ME.

Vincenzo CESALE
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Come cambiare in meglio il tuo modo di praticare arti marziali

Come cambiare completamente il tuo modo di praticare arti marziali

Sei tra coloro che vorrebbero iniziare a praticare un’arte Giapponese? Oppure sei un praticante di un’arte marziale? Questo post è per te.

Se non hai mai provato come ci si sente a lavorare in un ambiente sereno, profumato, pulito e soprattutto strutturato come un dojo originale (in particolare giapponese), non hai ancora avuto l’opportunità di vivere sulla tua pelle le vere sensazioni che un’arte orientale ti può regalare.

Tokonoma-HAYATE1 Arti Marziali Duecieli

Probabilmente ti sei sempre trovato a praticare in ambienti non adatti, come per esempio le palestre scolastiche: spesso sporche e rumorose, dove il riscaldamento invernale non funziona, dove talvolta di settimana in settimana ti cambiano gli orari o sei circondato da altri sportivi della pallavolo o pallacanestro.

Capita anche nei luoghi privati: per esigenze economiche, se il corso che frequenti diminuisce di numero spostano la tua disciplina in orari scomodi o addirittura chiudono il corso; in molte palestre devi convivere con musica ad alto volume e vieni osservato dagli utenti di passaggio ( che ti guardano con lo sguardo compassionevole, non comprendendo cosa stai facendo); a volte devi anche montare e smontare un vecchio tatami usurato ad ogni lezione, togliendo tempo prezioso ai tuoi allenamenti.

Ti riconosci in queste circostanze?
Se sì, sappi che in passato anche io, certe volte, ho avuto la stessa esperienza, veramente tragica, non solo per me ma anche per i miei allievi.

Un ambiente inadatto e scomodo, ti impedisce di creare il giusto senso di appartenenza all’arte che pratichi e alla scuola che hai deciso di apprendere: il lavoro viene letteralmente troncato a metà.

Per quanto mi riguarda, fortunatamente tutto questo appartiene al passato. Dal 1999, periodo in cui ho realizzato il mio primo dojo di iaido e kyudo, ho avuto lo spazio necessario per metterci la mia energia, esperienza e passione. Grazie a questo ho smesso di sentirmi un “clochard” delle arti marziali.

Il dojo è stato condiviso con gli allievi nel corso degli anni; sono seguiti altri due spazi: la Scuola attuale è il luogo dove ho potuto esprimere completamente l’esperienza sulla storia e filosofia giapponese.

Quando mi appresto ad iniziare una lezione, provo un senso di rilassamento e serenità che solo un dojo, il tuo dojo, può darti; tutto questo è percepito anche dagli allievi che sentono una forte appartenenza, e sono quindi più predisposti per un apprendimento di alto tenore. Le persone che vengono ad assistere, percepiscono anch’esse queste sensazioni e sono molto motivate a farne parte: ciò si comprende dall’atteggiamento rispettoso con cui si pongono all’interno del luogo di pratica.

Quindi, se anche tu vuoi praticare le arti marziali ad un livello più elevato, non sottovalutare la componente dell’ambiente, perchè la mente si esprime meglio se il contesto rispecchia la filosofia dell’arte.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ
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CALCOLARE I BERSAGLI NEL KYUDO

Come calcolare i bersagli fatti in un  allenamento di kyudo?

Il kyudo è un’arte molto antica, basata sulla tradizione storica. Quando ho avuto la necessità di calcolare i bersagli nel Kyudo, memorizzare l’andamento del mio tiro con serie di 50, 100 o più frecce, volevo farlo attraverso uno strumento che rispettasse l’antichità dell’arte, ma nello stesso tempo che funzionasse in un modo semplice senza perdere il conto.

Negli allenamenti controlliamo l’andamento dei tiri con un promemoria dei bersagli fatti. Questo per capire il progresso e modificare gli eventuali difetti.

L’idea del calcolatore manuale, è partita da un oggetto molto antico che serviva come calcolatore astronomico. L’oggetto prende il nome da un’isola dell’arcipelago Greco chiamata “Antikitera“, da questo mi è venuta l’idea di usarlo per memorizzare le varie serie di frecce e di bersagli; con questo oggetto non è più indispensabile prendere appunti, basta spostare i vari pernetti e alla fine dell’allenamento si può controllare il risultato.
E’ assolutamente eco-compatibile: si può riutilizzare all’infinito senza consumo di batterie.

Vincenzo CESALE
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Federazione di appartenenza
Federazione Scuole Kyudo (F.S.K.)

 

 

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Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia

E’ possibile migliorare il proprio stato d’animo anche tirando una freccia

Sei regole importanti per uno spirito forte.

Durante mio allenamento quotidiano dedicato al Kyudo, in particolare quando eseguo il tiro delle 50 frecce, quest’ultimo è condizionato dal mio stato d’animo, e da fattori che portano il mio spirito ad essere, oppure non essere, in equilibrio.

Se il mio spirito é debole il mio tiro é debole, se il mio spirito é forte la mia freccia é forte.

 

Cosa significa “spirito debole” e “spirito forte”?

Si sente sempre parlare di quanto si diventa bravi se si dedica molto tempo alla pratica: lo condivido sicuramente, ma ritengo che questo non sia sufficiente. Aggiungerei che il lavoro più profondo lo si debba fare in profondità, con una ricerca che coinvolga tutti i nostri sentimenti, le nostre emozioni.

Come migliorare il proprio stato d’animo tirando una freccia -Duecieli2

I punti importanti da seguire per migliorare le proprie prestazioni nel kyudo sono sei:

1) Prepararsi in modo positivo al sonno che vi aspetta: una buona notte migliorerà il vostro tiro.
2) Svegliarsi con pensieri positivi e sereni, predisporrà la vostra mente per un buon Kyudo.
3) Una buona colazione è importante, leggera e nutriente.
4) Il piacere che avrete nell’incontrare i vostri compagni di allenamento favorirà una buona predisposizione al tiro.
5) L’atmosfera che regna nel vostro dojo vi aiuterà a mantenere questi buoni propositi.
6) Prima di iniziare, dedicate qualche minuto alla meditazione: “Koshin”, calmare la mente e il cuore.

Seguendo questi sei punti, si costruisce poco per volta uno spirito forte, simile all’impatto imponente di una montagna. Il modo di agire diventa quindi FORTE, sia nel kyudo, sia nella vita.

Tutto quello che capita nelle ore e nei giorni precedenti condiziona il tiro.

Quando costruisco un arco, cerco sempre di farlo in un giorno in cui mi sento bene, in pace con me stesso. Se seguo le sei regole, l’arco nasce con un’anima piena di vitalità.

E se quello che ho elencato nei sei punti precedenti non avviene?

Niente paura, il Kyudo saprà guidarvi nella vostra ricerca della serenità ed equilibrio. Lasciate che l’arte vi guidi, troverete che vi sarà di aiuto; se all’inizio della lezione non siete in una forma smagliante, non preoccupatevi: sarete comunque più sereni alla fine.

Ora siete pronti per un sano e piacevole divertimento.

Vincenzo CESALE
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LA MANO DESTRA E LA MANO SINISTRA

La mano destra e la mano sinistra: chi meglio di un samurai conosce le potenzialità di ognuna?

Nelle lezioni di Iaijutsu e di Kyudo spesso parliamo della funzione che hanno la mano destra e la mano sinistra; la velocità e il percorso sono diversi tra una e l’altra, così le difficoltà nel coordinarle aumentano. Quello che rimane evidente è che sono tutte e due importanti: tuttavia la mano sinistra svolge una funzione più complessa della destra, e questo si verifica sia nella pratica della spada, che in quella dell’arco.

La mano sinistra: tutt’altro che secondaria.

Nella spada si dice: “si estrae, si taglia e si rinfodera con la mano sinistra”.

Nell’arco si dice: “si apre l’arco (Yumi), si sgancia (Hanare) la freccia (Ya), con la mano sinistra”.

Il movimento, sia della spada che dell’arco, viene dettato in gran parte dalla corretta posizione e dal perfetto utilizzo della mano sinistra.
Prendiamo ad esempio una katana, o una qualsiasi spada munita di fodero: ne hai mai maneggiata una? Se hai notato, non sei riuscito ad estrarre la spada, usando solo la mano destra. Se ci hai provato, il tuo movimento era sgraziato e lento, perché mancava del supporto della mano sinistra, il che rendeva meno efficiente l’estrazione.

Questa è solo una delle funzioni più evidenti, ci sono altre funzioni più nascoste e complicate che in questo caso non abbiamo spazio per analizzare nel dettaglio.
Mi atterrò solo a questo concetto per arrivare ad un discorso più vasto, che analizza come il nostro cervello è condizionato dall’ambiente e dai preconcetti.

Precisiamo che anche la mano destra è importante, ma il lavoro preponderante è comunque della mano sinistra. Quando spiego questi concetti, qualche allievo mi chiede se, a rigor di logica, un sinistrorso ha maggiori possibilità di imparare velocemente. Assolutamente no.
L’esperienza mi ha insegnato che risulta altrettanto complicato, anche per chi è abituato (nella vita di tutti i giorni), ad usare di più la mano sinistra.

La mano destra e la mano sinistra-Duecieli

L’immaginario collettivo

Nell’immaginario collettivo sopravvivono esempi da film di cappa e spada o di arco, telefilm, storie, ecc. (vedi Robin Hood), che, con le loro immagini di cavalieri e duelli, condizionano la nostra visione.

Nella realtà, anche chi, essendo sinistrorso, potrebbe avere vantaggi di apprendimento, si trova ad agire agire come un destrorso.

Allora cosa si può fare? Nei primi anni di pratica delle arti orientali (in particolare lo iaido ed il kyudo), è difficile far lavorare efficacemente la mano sinistra; però perseverando senza scoraggiarsi, la costanza, la pazienza e la pratica, (che sono gli alleati più importanti) si può riuscire nell’intento. 

Il lavoro che si coltiva lezione dopo lezione ha anche questo fine: potenziare nella mano sinistra e nella mano destra le giuste funzioni.

Conclusioni

E’ evidente che arti come lo Iaijutsu e il Kyudo hanno su di noi l’effetto di porci di fronte ai nostri ostacoli personali, proprio perché non li nascondono. 
Ecco perché sono arti molto importanti nella mia vita: mi mettono ogni giorno davanti a nuove sfide incoraggianti.

Il lavoro svolto in profondità dentro di noi, porta ogni volta alla nostra vita la gioia e la serenità che cerchiamo.

Se voi approfondire:
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/category/multimedia-iaido-video/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/bikuri-nel-kyudo/

Vincenzo CESALE
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IL QI, ENERGIA VITALE

IL QI, ENERGIA VITALE

Oggi vorrei introdurre un concetto che nella nostra mentalità occidentale spesso viene trascurato, qualche volta deriso. Quando qualcuno ti chiede: “di che cosa ti occupi?”,cerchi di spiegarlo prendendola un po’ alla larga; discipline bio-naturali, arti orientali, zen, meditazione, ecc. Hai l’impressione che vedano di fronte a sè un omino verde con le antenne; ma in realtà l’energia vitale esiste, e può essere sviluppata e potenziata da chiunque. Vediamo come.

Il QI (chi) o energia vitale, è quel potenziale che tutti noi abbiamo, ma che molti di noi non riescono a comprendere e sviluppare perfettamente.

L‘energia è studiata anche nella fisica quantistica: la teoria della relatività dimostra che la realtà non è come la vediamo o come istintivamente appare, ma è assai diversa. Attraverso i nostri cinque sensi la percepiamo come un’entità statica, ma in realtà tutto è in continuo movimento. In effetti, ogni fenomeno del reale è il frutto del dinamismo tra materia ed energia, che si trasformano continuamente l’una nell’altra; tutto questo secondo la legge della relatività di Einstein, la quale stabilisce che l’energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce: la famosa formula E=mc2.

Possiamo anche ribaltare il discorso iniziale. Chi si definisce uno studioso della materia, per esempio un fisico teorico, spesso ti inquadra come un visionario.
Dunque mi chiedo: dato che tutte due le fazioni ti definiscono allo stesso modo, pur parlando in modi diversi, come mai non vieni compreso (e accettato) né dall’una né dall’altra?

A mio parere il motivo è che tu non scegli uno solo tra i due concetti ma li unisci in un unico concetto: quella forza cosmica che tutte e due le teorie definiscono ENERGIA, tu la trasformi e la porti al livello del lavoro interiore e diretto, che produce un immediato beneficio sia fisico che mentale.

IL QI, ENERGIA VITALE-Duecieli1

Ma ora passiamo alla parte PRATICA: come sviluppare il tuo QI.

Nei miei laboratori di Qi Gong il lavoro primario è concentrato non solo sugli esercizi fisici ma in primis sulla respirazione: la ritengo importante a tal punto, che senza di essa non si può riuscire ad entrare in profondità nello spirito, inteso come “energia che scaturisce dalle più intime profondità del nostro essere”.

Il lavoro di respirazione è basato in particolare sulla cosiddetta respirazione diaframmatica; l’attività sul diaframma è molto profonda, sia in fase di inspirazione, che in fase di espirazione: in questa seconda fase lascio il diaframma parzialmente aperto. Questa è una tecnica che pratico personalmente con regolarità, mi permette di riuscire a rilassare il corpo e la mente, in modo da eliminare velocemente tutti i disagi mentali e fisici.

Quindi: che cosa puoi fare per raggiungere quell’equilibrio mentale e fisico che ti aiuta nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nei rapporti interpersonali, e soprattutto nel rapporto con te stesso?
Inizia a praticare regolarmente il Qi Gong, e sicuramente troverai la tua via.

Se vuoi commentare e ampliare la discussione sei il benvenuto.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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Puoi leggere anche:
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https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-a-tutte-le-eta/
https://www.kyudoiaidoqigong.it/web/la-respirazione-2/

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UNA VITA CHE CAMBIA

Un bel pensiero di vita vissuta e che si trasforma, una esperienza forte e piena di coraggio a cui vanno tutti i nostri auguri.
Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

UNA VITA CHE CAMBIA

In questi mesi nella mia vita si sono susseguiti una serie di avvenimenti che avranno delle conseguenze nella mia quotidianità, e per alcuni di essi spero possano essere per molto tempo.

Sono cambiata parecchio: le ore del kyudo con Vincenzo insieme al tempo passato con Deborah e le nostre  sedute di coaching, stanno cominciando ad avere effetto.
Sono stati mesi duri, fatti di tensioni dovute al mio lavoro ufficiale (l’informatica), che hanno anche portato tanto sentimento di rabbia e risentimento, che non fanno parte di me.

Una sera della scorsa settimana, mentre cenavo con alcuni colleghi osservavo ed ascoltavo le loro parole e ad un tratto mi son detta “Ma io non sono cosi. Io non provo quella rabbia.”.
E cosa provo io?  Io provo totale indifferenza verso una situazione lavorativa, che si è degenerata col tempo. Non me ne frega assolutamente nulla:  ho grinta (per usare parole di Vincenzo), ma non rabbia. Grinta di rimettermi in gioco, di cercare di fare altro che mi stimoli più di quanto ormai non capita più con il mio lavoro ufficiale. Non spreco energie per inseguire qualcosa che per me è ormai morto.

Il lavoro che ho svolto  per parecchi anni si è pian piano spento: vuoi per l’ambiente, vuoi per le persone, ma per me è morto. La scelta già di ridurmi le ore che dedico ad esso, per averne di più da dedicare ad altro, è stata a lungo ponderata (ho 48 anni. Età critica, lavorativamente parlando!), ma mai fu più giusta.

Il mio tempo è MIO e soltanto MIO: troppo spesso ho visto intorno a me persone che hanno a lungo dedicato il loro tempo al lavoro ed alla carriera (in testa mia madre!), spegnersi una volta che questo non c’era più. Io invece ho scelto di vivere senza tutto ciò: il mio tempo lo voglio dedicare alla mia vita, a ciò che più mi dona pace, soddisfazione e serenità! La  rabbia  ti acceca e ti annebbia tutto ciò che ti circonda. NO.. io questo non lo voglio. Sto (anzi) stiamo investendo con mio marito tempo e denaro  per crearci un altro futuro.
Voglio vivere la mia vita. Il nostro studio, il nostro kyudo, il nostro qi gong. I nostri corsi di approfondimento e tutto ciò che il destino ci vorrà dare.

Son settimane che non dormo o dormo poco,  perchè tante sono state le emozioni che ho vissuto. Ma ho preso la mia decisione e sono serena.
Agli istruttori di Due Cieli va il mio “GRAZIE” oltre ad un “proseguiamo su questa strada” !

Cristina CAMANDONA

“Colui che conosce il proprio obiettivo si sente forte; questa forza lo rende sereno; questa serenità assicura la pace interiore; solo la pace interiore consente la riflessione profonda; la riflessione profonda è il punto di partenza di ogni successo.”  (Lao Tse)

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JO HA KYU in MA

Introduzione al MA nella scuola DUECIELI e nel dojo NITEN ICHI RYUHAYATE

JO HA KYU in MA

Struttura formale

Jo: introduzione

Ha: sviluppo

Kyu: finale

L’inizio era teorizzata nella struttura di “Gagaku” la musica di corte estesa in un secondo tempo a tutte la arti giapponesi.

In ogni gesto si nasconde un’immagine, la funzione di “MA“, in questo caso è collegare queste due realtà, tra un gesto che può essere tecnico, o una canzone, un racconto, molto ben visibile nella rappresentazione di storie attraverso il teatroNO“, è il tempo che trascorre tra uno e l’altro che per noi è solo una interruzione senza significato, per la cultura giapponese è invece profondo e fondamentale, nell’arte che rappresento lo Iaijutsu e il Kyudo questo è molto evidente.

Viene in mente la tecnica di zanshin, (il continuo del gesto, oltre il gesto), in questo caso è la congiunzione tra un gesto e l’altro, in un contesto più approfondito, più filosofico e articolato, si definisce anche come vuoto che nella nostra visione si scambia per il nulla è invece pieno.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェンゾ

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IL DOJO

IL DOJO

IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento. Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, anche ai praticanti è richiesto di provvedere alla sua pulizia, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA

Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

1. OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

2. URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito. Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.
Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:
TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
 e
 HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente. 
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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ASPETTARE IL RISULTATO

Deborah poco tempo fa ha scritto un post per gli operatori olistici, prendendo ad esempio noi kyudoka, la ringrazio di averci fatto questo onore, non mi resta che condividere questo bell’esempio che rimarca quanto le arti giapponesi eseguite in un modo corretto, siano portatrici di una evoluzione piena dell’essere umano.

Vincenzo CESALE

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA.

[…]Dai principi della Legge di Attrazione sappiamo che questo tipo di atteggiamento è poco produttivo, raramente produce risultati concreti. Per spiegarlo in modo pratico mi aggancio ad una disciplina orientale: il kyudo (o tiro con l’arco giapponese).

I kyudoka non si limitano a tirare una freccia: costruiscono il tiro secondo dopo secondo. La preparazione è tutto. Il risultato da raggiungere è proiettare la freccia in un bersaglio distante 28 metri, in modo pressoché PERFETTO.

Il kyudoka pianifica il tiro dal momento in cui si sveglia la mattina. La mente è orientata verso la pratica. Si reca al dojo (luogo dedicato all’arte), dove esegue il suo rituale nell’indossare gli abiti adeguati.

Ogni minuto che passa la sua mente è più concentrata sull’obiettivo; compie ogni gesto mantenendo la massima focalizzazione sul risultato da raggiungere: il tiro perfetto.

I praticanti si preparano insieme sulla pedana: puliscono il luogo, poi eseguono i saluti rituali, dedicano qualche minuto a calmare mente e cuore (koshin), poi preparano gli archi e le frecce. Qualsiasi piccolo movimento o parola (spostarsi nel dojo, preparare l’attrezzatura, prelevarla e posarla, domandare e rispondere, ecc. ) è prestabilito, curato, studiato nei minimi particolari.

Solo allora iniziano a predisporre il tiro vero e proprio. La posizione è stabile, le gambe sono leggermente divaricate, ogni muscolo entra in sinergia con gli altri; l’intero corpo crea una linea di potenza che unisce cielo e terra, generando un campo di forza.

L’arco viene aperto lentamente, ogni passaggio ha un suo perché. La giusta apertura, la giusta posizione del busto, delle spalle e del torace, la giusta torsione … solo attraverso il perfezionamento continuo di tutti i passaggi la freccia riceve la rotazione e la potenza necessarie per raggiungere il centro del bersaglio.

Occorrono mesi di allenamento per fare il primo centro, mesi di allenamento perché ogni gesto smetta di essere meccanico e diventi OLISTICO.

Ogni bersaglio raggiunto è il frutto di una preparazione minuziosa nei dettagli. Se un dettaglio non è perfetto, il centro viene mancato. Se la mente non è calma o il corpo è rigido, il centro viene mancato. Se un gesto si esegue in modo minimamente scorretto, il centro viene mancato.

Nella vita, invece, spesso i passaggi vengono presi sottogamba o dati per scontati. Qualcuno ritiene che aver frequentato dei corsi, acquisito una formazione solida e metterci “tanto cuore”, basti a garantire il successo. L’energia Universale farà il resto, premiando la virtù spirituale ed “il dono”.[…]

Deborah NAPPI

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La riparazione di un arco da Kyudo

La riparazione di un arco da kyudo (Yumi) in bambù

Come tutte le arti, anche il kyudo ha un aspetto manualeindispensabile: la riparazione degli strumenti di pratica. Nellarco in particolare, le riparazioni si rendono necessarie quando nella struttura si vengono a creare delle imperfezioni, delle piccole crepe, un distacco tra le parti incollate, o altri danni dovuti allusura.

Ogni volta che mi appresto a riparare un arco, so già in partenza che le cose andranno diversamente da come me le aspetto; come capita molte volte anche nella vita, modificare unazione già compiuta è molto difficile, a volte persino controproducente.

Come recita un vecchio proverbio, a volte la toppa è peggio del buco. Per questo motivo do il massimo per cercare di uscirne nel migliore dei modi; purtroppo non è sempre così, poichè le varianti in gioco sono molte e imprevedibili, c’è sempre il rischio di commettere un piccolo errore di calcolo e danneggiare il lavoro.

La costruzione di un oggetto artigianale (in questo caso di un arco), dovrebbe assumere unimportanza primaria come se si trattasse un rapporto umano: dare la massima attenzione a tutti i particolari è essenziale, ma soprattutto è importante iniziare a lavorare con uno stato danimo sereno e rilassato.

Nellintraprendere una riparazione questo non è così facile: la parola stessa definisce già uno stato di errore.

Il modo in cui è stato utilizzato e costruito un arco, influenza il lavoro che devo svolgere in fase di riparazione; ogni piccola frattura può nascere per vari motivi:

  • luso non idoneo (ad esempio un errore di caricamento prima di ogni sessione di lavoro e di scaricamento a fine lavoro);

  • la corda (tsuru) mantenuta ad una tensione non adeguata ;

  • errori di tiro dellarciere ;

  • il mantenimento disattento (poca manutenzione quando larco non lavora) ;

  • ecc

Normalmente questi errori sono da attribuire alla limitata esperienza dellarciere quando è principiante, ma qualche volta può succedere che nascano dalla superficialità di un insegnante poco coinvolto, che dedica poca attenzione a trasmettere la propria esperienza ai praticanti.

Quando costruisco un arco, mi baso su due punti fondamentali:

  • i materiali devono essere di massima qualità;

  • la loro preparazione deve essere accurata, al limite della maniacalità 🙂 .

La stessa cosa faccio su me stesso: mi preparo con una meditazione ed un rilassamento evitando ogni interferenza dallesterno, perchè il mio stato danimo deve essere predisposto (allo stesso modo di quando mi preparo per scagliare una freccia).

La differenza è che il lavoro su un arco richiede molto più tempo che scoccare la freccia, e per questo mantenere il rilassamento è più complesso e faticoso.

Tutti gli elementi necessari per predisporre la costruzione, li ritrovo anche nella riparazione; se lavoro su un arco usato e costruito da altre persone, devo tenere in considerazione che vi sono due anime in gioco: una proviene dal costruttore e laltra dallarciere che ne fa uso, che spesso non si conoscono fra loro.

Qualche volta invito gli allievi del dojo Hayate a partecipare ad una sessione di lavoro sugli archi da kyudo: questo è un passo importante per i praticanti, che imparano come avere maggiore cura della loro attrezzatura personale.

Intervenire su un problema limitato ad una parte dellarco è molto difficile: tuttavia non rinuncio a provarci, anzi è una sfida che mi permette di accumulare altra esperienza, che mi sarà di sostegno per gli archi che costruirò in futuro.

Vincenzo CESALE

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ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO …

ASPETTARE IL RISULTATO O COSTRUIRE IL RISULTATO: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA.

Il post di oggi è di “nicchia”: mi rivolgo all’Operatore Olistico che si sente ancora NON-realizzato
o che spera di realizzarsi, ma non sa bene SE o QUANDO.

Sei convinto che il tuo lavoro coinvolga pochi utenti a causa della crisi? Non è così, ed ora ti spiego il motivo.

Noto spesso che molti fra quelli che si lamentano delle difficoltà (soprattutto economiche) nel far sopravvivere uno studio olistico, adottano una filosofia di vita che li pone in stato di ATTESA, nei confronti di una forza superiore addetta a risolvere i loro problemi.

Dai principi della Legge di Attrazione sappiamo che questo tipo di atteggiamento è poco produttivo, raramente produce risultati concreti. Per spiegarlo in modo pratico mi aggancio ad una disciplina orientale: il kyudo (o tiro con l’arco giapponese).

I kyudoka non si limitano a tirare una freccia: costruiscono il tiro secondo dopo secondo. La preparazione è tutto.
Il risultato da raggiungere è proiettare la freccia in un bersaglio distante 28 metri, in modo pressoché PERFETTO.

Il kyudoka pianifica il tiro dal momento in cui si sveglia la mattina. La mente è orientata verso la pratica. Si reca al dojo (luogo dedicato all’arte), dove esegue il suo rituale nell’indossare gli abiti adeguati.

Ogni minuto che passa la sua mente è più concentrata sull’obiettivo; compie ogni gesto mantenendo la massima focalizzazione sul risultato da raggiungere: il tiro perfetto.

I praticanti si preparano insieme sulla pedana: puliscono il luogo, poi eseguono i saluti rituali, dedicano qualche minuto a calmare mente e cuore (koshin), poi preparano gli archi e le frecce. Qualsiasi piccolo movimento o parola (spostarsi nel dojo, preparare l’attrezzatura, prelevarla e posarla, domandare e rispondere, ecc. ) è prestabilito, curato, studiato nei minimi particolari.

Solo allora iniziano a predisporre il tiro vero e proprio. La posizione è stabile, le gambe sono leggermente divaricate, ogni muscolo entra in sinergia con gli altri; l’intero corpo crea una linea di potenza che unisce cielo e terra, generando un campo di forza.

L’arco viene aperto lentamente, ogni passaggio ha un suo perché. La giusta apertura, la giusta posizione del busto, delle spalle e del torace, la giusta torsione … solo attraverso il perfezionamento continuo di tutti i passaggi la freccia riceve la rotazione e la potenza necessarie per raggiungere il centro del bersaglio.

Occorrono mesi di allenamento per fare il primo centro, mesi di allenamento perché ogni gesto smetta di essere meccanico e diventi OLISTICO.

Ogni bersaglio raggiunto è il frutto di una preparazione minuziosa nei dettagli.
Se un dettaglio non è perfetto, il centro viene mancato.
Se la mente non è calma o il corpo è rigido, il centro viene mancato.
Se un gesto si esegue in modo minimamente scorretto, il centro viene mancato.

Nella vita, invece, spesso i passaggi vengono presi sottogamba o dati per scontati.
Qualcuno ritiene che aver frequentato dei corsi, acquisito una formazione solida e metterci “tanto cuore”, basti a garantire il successo. L’energia Universale farà il resto, premiando la virtù spirituale ed “il dono”.

Ebbene non è così: nessuno ha un dono, nessuno è virtuoso. Praticare le discipline naturali non rende speciali, è solo una capacità; vale quanto l’abilità nel costruire ponti che non crollano al primo temporale, piuttosto che coltivare frutta e verdura, o qualsiasi altro TALENTO.

Quindi, se il tuo desiderio è quello di lavorare nel settore delle discipline naturali COME PROFESSIONISTA, rimanere in fiduciosa attesa del risultato è inutile. L’unico atteggiamento che puoi fare tuo per raggiungere degli obiettivi CONCRETI, è farti carico della loro costruzione meticolosa un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un secondo dopo l’altro: cioè FARE LE COSE GIUSTE, FARE LE SCELTE GIUSTE.

SII IL CAMBIAMENTO CHE VUOI RAGGIUNGERE. Aspettare che l’Universo ti porti i risultati che desideri, è come per un kyudoka pretendere di proiettare la freccia nel centro senza compiere i gesti corretti per scoccarla, cioè senza fare kyudo.

Se un kyudoka medita per 18 ore al giorno sperando di arrivare al dojo e trovare la sua freccia nel centro del bersaglio, resterà deluso. E’ semplicemente una cosa IMPOSSIBILE, quindi se è impossibile per un kyudoka, come può funzionare per un operatore olistico?

L’energia segue L’AZIONE, se non agisci in modo adeguato i risultati non arrivano: non possono. E l’azione SEGUE LE CONVINZIONI.

Per innescare un cambiamento devi essere disposto a “rimettere in discussione” le convinzioni che hai tenuto strette fino ad oggi. Perché solo così apri la porta a nuove azioni, nuovi pensieri, e soprattutto NUOVE OPPORTUNITA’. Se sei pronto a farlo, significa che vuoi veramente fare l’operatore con tutto te stesso, possiedi gli strumenti che servono per cambiare la realtà e sei disposto a fare tutto ciò che occorre per realizzarti completamente.

Se invece ti senti più tranquillo e protetto continuando a rimanere fermo sulla visione che hai adesso (quella che ha costruito la tua attuale situazione, un giorno dopo l’altro), eviti con certezza matematica il rischio di sbagliare o di fallire. Ma rinunci anche alle possibilità di successo, e soprattutto non puoi aspettarti risultati diversi da quelli che hai già, nemmeno fra cent’anni.
Rispondi a te stesso: dove vuoi essere fra cinque anni?

Il meglio di te è quello che puoi dare ORA.
Deborah.

‪#‎lameditazioncinagnegnènontiserve‬

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KYUDO: IL MIO PERCORSO …

KYUDO: IL MIO PERCORSO

Oggi sono lieto di presentarvi una storia reale, la testimonianza di Cristina, di come ci si può evolvere attraverso l’ arte del Kyudo nella scuola Due Cieli di Torino
Kyudo: il mio percorso di trasformazione.

E’ sabato mattina, fuori nevica tanto, ma quando la sveglia suona, i piedi si fiondano giù dal letto. Vado a fare le mie tre ore di Kyudo settimanale al dojo NITEN ICHI RYU di Collegno: non è solo praticare un’arte marziale, è qualcosa che mi sta cambiando profondamente.
In quest’ultimo anno, nella mia vita si stanno alternando momenti davvero sconvolgenti, legati principalmente al lavoro, che mi stanno portando a dei cambiamenti radicali di abitudini e non solo. Tutto questo mi ha portato a vivere (ahimè..) anche momenti di sconforto, che sono serviti per guardarmi finalmente allo specchio. Guardarmi negli occhi e comprendere che forse era ora di dare una svolta: ogni sabato, vestita con la mia hakama, stringendo lo yumi (arco giapponese) tra le mani e incoccando le mie ya (frecce) mi guardo negli occhi, cerco di entrare in contatto con il mio sé più profondo, fino a quando le lascio andare verso il makiwara. Ogni tiro, mi sento più leggera, la mente più lucida vede certe cose diversamente e il mio corpo è più stabile.

Ogni volta che stringo l’arco, non è mai uguale alla precedente. Cosi come ogni lezione. E’ un’evoluzione: non si fanno passi avanti o passi indietro, ma ci si trasforma. Ora posso confermare con certezza, che il kyudo è ciò che ci voleva per aiutarmi a “venir fuori” correttamente, senza aggressività ma con rispetto ed armonia. Non lo so quanto tempo ci metterò, ma fosse anche tutta la vita, sarà solo un guadagno e non uno spreco di tempo.

Un arciere, ha un solo bersaglio: il suo cuore.
– Adagio del Kyudo (Arco Zen Giapponese)
Cristina
Allieva del Kyudojo HAYATE

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BIKURI NEL KYUDO …

BIKURI NEL KYUDO. ll conflitto con lo YUMI

Nella nostra scuola Due cieli, tutti i nostri allievi, oltre imparare l’arte del kyudo, vengono preparati per affrontare al meglio quelle che vengono chiamate le “tre malattie“. Tengo a precisare che non sono malattie reali (come siamo bituati a pensare) ma sono semplicemente degli adattamenti del nostra mente e nostro corpo alla praticha del kyudo durante gli anni di pratica; vengono chiamate “bikuri, hayake, yurumi“. Oggi vi racconto nel dettaglio BIKURI.

Bikuri: essere sorpresi.

Bikuri fa parte di una delle tre “malattie” del Kyudo, che talvolta, si manifestano attorno ai sette anni di pratica.

Come appare? Durante la fase di Kai, l’ultima apertura dell’arco (Yumi), si innesca un meccanismo che impedisce ai muscoli di continuare l’apertura e renderla completa.

L’arciere cerca di aprire l’arco ma invece avviene l’esatto contrario, tende a chiuderlo; si innesca un movimento conflittuale di apertura (volontaria) e chiusura (involontaria), impedendo di continuare l’estensione orizzontale e verticale con il massimo incremento di potenza, NOBIAI: si spinge e si torce l’arco e in contemporanea si torce con la mano e l’avambraccio destri.

Questo problema avviene per la tipologia del lavoro che si fa nell’arte del tiro con l’arco giapponese; per i principianti i vari passaggi risultano costrittivi, vanno contro ogni abitudine che hanno conosciuto fino ad allora.
Quindi il loro cervello, non essendo a conoscenza di tali informazioni, non dà più gli ordini al corpo e ai muscoli. La mente rimane confusa ed inizia a sgretolarsi, avviandosi alla seconda fase, di queste tre: ansia, panico, terrore.

Tutto sparisce all’improvviso quando il praticante entra nell’arte e usa la tecnica della non mente (Mushin), che impedisce di costringere lo spirito e gli permette di liberare tutto il proprio essere, comprendendo che le costrizioni che lo fermavano in precedenza non hanno più nessun valore.

Vincenzo CESALE

kyudojo HAYATE

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IL DOJO

IL DOJO
IL LUOGO DOVE COLTIVARE IL TUO SVILUPPO PERSONALE

La parola dojo viene spesso, erroneamente, associata al luogo dove si praticano le arti marziali, quindi la lotta e il combattimento.
Ma si tratta di una visione molto limitata: dal punto di vista della cultura giapponese, infatti, il DOJO è più precisamente il “luogo sacro e di ricerca della Via”, intesa come Via spirituale, attraverso la pratica di un’arte (marziale o non).

Se sei intenzionato a praticare una disciplina orientale in un VERO DOJO, dovunque si trovi, dovrai essere pronto a metter piede in un luogo molto particolare, ben diverso dalla tradizionale palestra a cui la cultura occidentale ti ha abituato.

Il primo impatto che avrai entrando in un vero dojo sarà una sensazione molto particolare: l’atmosfera sarà ovattata, e quasi sempre sentirai un buon profumo di incenso nell’aria. Questo è il primo passo per predisporre e rilassare mente e corpo.

Le caratteristiche particolari che noterai nel luogo, non solo sono esteriori, estetiche: si tratta infatti di aspetti profondi che derivano dall’applicazione delle regole di comportamento collettive, che tutti gli appartenenti al dojo seguono.

1) IL SILENZIO
Nel dojo non si urla, perché il controllo di sé è parte integrante delle discipline orientali. Lo stesso garbo riguarda i movimenti: nessuno corre o si sposta in modo brusco.

2) LA PULIZIA
Il dojo è un luogo pulito, dove ti verrà chiesto di entrare senza scarpe. Abbandonare le calzature è uno dei modi per predisporsi fisicamente e mentalmente al lavoro.
Entrando, inoltre, noterai un lato delle pareti dedicato all’esposizione dei dettami della Scuola, degli ideogrammi che rappresentano la Via prescelta, dei simboli riguardanti gli antenati: il TOKONOMA, e le arti che si coltivano, nel nostro caso l’arte della spada (Iaijutsu) e dell’arco (Kyudo). Qui vengono collocati anche un tempietto shintoista (Kamidana) ed alcuni altri oggetti (come puoi vedere nella foto).

LAVORARE NEL DOJO: OMOTE e URA
Apprendere un’arte comporta due passaggi, o meglio due fasi.

OMOTE . E’ la prima fase, detta anche “esterna”; riguarda ciò che un principiante osserva e ripete, ovvero l’apprendimento dei Kata, delle tecniche ecc.

URA. E’ la seconda fase, quella “interna”. Si riferisce alla parte “nascosta” dell’arte, ovvero il punto di vista filosofico, iniziatico, quello che non si vede attraverso gli occhi ma con lo spirito.

Questo secondo aspetto viene quasi sempre tralasciato, soprattutto nelle scuole occidentali che hanno privilegiato la pratica sportiva a discapito dell’arte orientale vera e propria. Viene così a mancare l’aspetto più importante: quello evolutivo, che costituisce l’apprendimento più completo dell’essere umano.

Di solito il primo contatto con il gruppo dell’allievo più giovane KOHAI (後輩) avviene attraverso l’incontro con il SENPAI 先輩 (l’allievo più anziano) : sarà lui a guidarti dandoti le prime informazioni sulla Scuola, sui comportamenti da seguire, sul modo corretto di indossare l’abbigliamento, ecc.

Successivamente avrai modo di iniziare a conoscere meglio, attraverso il lavoro, il tuo insegnante.

Se l’insegnante, nella sua formazione, ha avuto modo di lavorare con maestri giapponesi, avrà acquisito un comportamento che si esprime su due livelli:

TATEMAE 建前 (il rapporto sociale con i suoi allievi)
e
HONNE 本音 (l’interiorità privata, ovvero la sua visione personale sulle cose).

Tutta questa “etichetta formale” non ti deve spaventare o intimorire: con la pratica e la conoscenza l’integrazione avverrà senza che tu te ne renda conto, gradualmente.
Più ti dedicherai alla Scuola, più questi aspetti diventeranno parte di te: attraverso la perseveranza e la dedizione assorbirai molto valore da questa esperienza, che rimarrà dentro per sempre. Anche se la vita prima o poi ti allontanerà dal dojo, difficilmente te ne dimenticherai, ritrovandone le tracce nei tuoi comportamenti.

Nel 1971, la prima volta in cui ho indossato un kimono, più precisamente Karategi, Kendogi ecc. (cioè abito da lavoro) l’impressione è stata quella di sentirmi molto ridicolo: quel tipo di abbigliamento era così distante dalle mie abitudini che non riuscivo ad adattarmi. Ed ascoltando il mio maestro giapponese di karate mentre illustrava le tecniche nella sua lingua madre, pensavo che non sarei mai riuscito a capire qualcosa di quel mondo.

Invece oggi indosso il kimono con più disinvoltura del normale abbigliamento occidentale, e grazie a questo percorso ho avuto l’opportunità di avvicinarmi alla lingua e alla cultura giapponese come approfondimento personale. Tutto si può imparare…

Vincenzo CESALE
www.duecieli.it

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SETSU-BUN secondo mese

SETSU-BUN secondo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE

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Quando l’inverno si trasforma in primavera

FEBBRAIO
Con l’introduzione del calendario gregoriano, nel 1873, il secondo mese dell’anno ha perso gran parte delle sue caratteristiche distintive. Setsu bun, il periodo nel quale l’inverno si trasforma in primavera, cade in questo mese, secondo il vecchio calendario giapponese, quando c’era l’usanza di tirare piselli secchi dentro le case, pensando che avesse l’effetto di scacciare spiriti maligni e influenze nocive.
Questo era anche il mese della fioritura dei ciliegi, ma persino i pruni non sono ancora completamente in fiore nell’attuale mese di febbraio. Tra i luoghi del Giappone più famosi per la fioritura dei pruni  vi sono Tsuki ga se a Yamato Komukai, vicino a Tokyo, Sugita, vicino a Yokohama, e Kameido e Kinegawa, sobborghi di Tokyo. La stampa rappresenta una scena a Kameido, quando i pruni sono in piena fioritura.

Prima dell’introduzione, durante il regno attuale, di una suddivisione settimanale del tempo, i giorni portavano nella loro sequenza i nomi dei dodici segni zodiacali:
1) Ne (nezu mi), il Topo;
2) Ushi, il Toro;
3) Tora, la Tigre;
4) U (usagi), la Lepre;
5) Tatsu, il Drago;
6) Mi (hebi), il Serpente;
7) Uma, il Cavallo;
8) Hitsuji, la Capra;
9) Saru, la Scimmia;
10) Tori, il Gallo;
11) Inu, il Cane;
12) I, il Cinghiale.

Allo hatsu uma, o “primo giorno del cavallo”, del secondo mese, veniva celebrata ovunque la festa di Inari, la dea dei cereali, e, benchè sia oggi osservata in misura molto minore, si appendono lampioni di carta ovali con figure dipinte, disposti ai lati della strada che porta al tempio di Inari, guadato da una coppia di volpi. Il più grande è quello di Fushimi Inari, a Inariyama, sul lato est della strada che da Kyoto va a Fujimi. E’ poco più di tre miglia e mezzo dal ponte Sanyo in Kyoto, e presso la stazione  Inari della ferrovia Tokyo Kobe.
L’undicesimo giorno del mese, piccole e grandi città sono rallegrate dalle bandiere nazionali esposte in onore dell’ordinazione del Jimmu Tenno, primo imperatore del Giappone, e, in questo giorno nell’anno 1889 è stata promulgata dall’attuale Imperatore una Costituzione per L’Impero.

SETSU-BUN Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno 1909)


L’Angolo Manzoni Editrice

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UN PENSIERO DI UNA PRATICANTE DI KYUDO

Oggi sono lieto di presentarvi una storia reale, la testimonianza di Cristina, di come ci si può evolvere attraverso l’ arte del Kyudo nella scuola Due Cieli di Torino

Ciao Vincenzo,
come promesso, eccomi qui a raccontarti i miei primi 6 mesi col kyudo.
Quando ci avevi proposto di venire a provare a fare kyudo al dojo di Valdellatorre, devo dirti con estrema sincerità che avevo pensato “Ma è impazzito? Figurati se io riesco a tenere in mano un arco cosi grande…e poi con la forza che mi ritrovo io nelle mani…”

Poi (giusto per crearmi ancora più blocchi mentali) “Il sabato mattina..3 ore … con tutto quello che ho da fare…I turni al lavoro. Vedrai che Vincenzo mi caccerà prima della fine dell’estate”

Ed invece NO.

Dai tiri con la fionda (che utilizzo sempre come allenamento) sono passati più di 6 mesi, e lo scorso sabato ho iniziato a lavorare con le due frecce, indosso gi, hakama (solo il kyudo poteva farmi indossare una gonna!!) e muneate.
Settimana dopo settimana cresceva qualcosa in me, una sensazione che durava da un sabato all’altro.

Ed ogni volta era (anzi) è diverso: mi sento modificare, fisicamente e caratterialmente. Più ferma, più riflessiva, soprattutto prima di parlare.

Il kyudo rappresenta sempre come mi sento: dalla prima freccia lasciata andare, all’ultima è un momento che libera letteralmente la mia testa e la mia hara. Infatti alla fine della lezione io mi sento sempre molto rilassata ed anche un po’ rigenerata, la mente è più lucida. E ritorno a casa con due appunti in più sul mio quaderno e dentro me.
Non so quanto tempo andrò avanti, forse per sempre..non lo so. Ma di certo ora una domanda me la pongo: ma perchè non ho iniziato molto prima?

Ringraziandoti, Maestro, per il tempo e la pazienza, ti auguro una serena serata.

Cristina

Allieva del Kyudojo HAYATE

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SETSU-BUN dodicesimo mese

SETSU-BUN dodicesimo mese

In questo post trattiamo il significato culturale, storico e filosofico del lavoro di ricerca che svolgiamo nel dojo NITEN ICHI RYU di spada, e nel dojo HAYATE di Kyudo (tiro con l’arco).

Oltre all’attenzione verso la tecnica (il movimento), ci tengo sempre ad approfondire la visione culturale e storica degli eventi, che ho potuto a mia volta esplorare nel corso dell’esperienza nell’ambito delle discipline giapponesi. Completare la pratica con una più approfondita conoscenza generale facilita il superamento delle varie fasi di apprendimento che l’arte impone, guidando la crescita personale del praticante.

Vincenzo CESALE

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Quando l’inverno si trasforma in primavera
Dicembre

Dicembre in Giappone è il mese più indaffarato dell’anno, e verso la fine del mese si fanno imponenti preparativi per l’avvicinarsi del nuovo anno. le case vengono ripulite, la fuliggine eliminata, e la polvere buttata via dai tatami che ricoprono i pavimenti. Si tengono mercati in cui si vendono pini, corde di paglia, arance amare e altre cose necessarie per il giorno di Capodanno, insieme alle più svariate qualità di merce. Il riso cotto a vapore viene pestato a lungo e con forza in grandi mortai di legno, con lunghi pestelli, come si vede nel disegno, e quando il riso è ridotto allo stato glutinoso necessario, gli viene data forma di panetti rotondi di varia dimensione, chamati mochi.

Si fanno regali ad amici e parenti: spesso sono doni di pesce salato, anatre selvatiche, scatole o sacchetti di zucchero e vassoi di arance.

 

Setsu-bun-12/2-Duecieli

Prima della Restaurazione, si mandava alle famiglie in cui c’era un bimbo maschio un vassoio con due archi arnamentali con frecce, e una racchetta e il volano se era una femmina. Era anche usanza da parte dei mendicanti di andare ballando di casa in casa cantando: “seki zoro, seki zoro, hoho, hoho” ecc.

A mano a mano che l’ultimo giorno dell’anno si avvicina, i commercianti si danno da fare per riscuotere i crediti non pagati e far quadrare i conti, in modo da cominciare in attivo il primo di gennaio. Il 31 dicembrei negozianti, che hanno esposto nel miglior modo possibile le loro merci, illuminano sfarzosamente le loro botteghe e si preparano a vegliare tutta la notte. Nella tarda serata vengono gettati piselli secchi nelle abitazioni al grido di:

Fuku wa uchi
Oni wa soto
che può tradursi con:
Dentro Pluto*
Fuori Plutone!

volendo con questa frase esprimere il desiderio che il dio dell’abbondanza entri nella casa e gli spiriti maligni ne escano.
Prima della Restaurazione, l’inverno era la stagione preferita per i matrimoni, ma le cerimonie nuziali si tengono oggi in tutte le stagioni dell’anno, e nelle clasi medie e basse c’è stato un rilassamento per quanto riguarda i rituali che dovrebbero essere osservati. I matrimoni sono combinati da una coppia sposata detta nakodo, che agisce da intermediario fra le due famiglie, ed è necessario il consenso dei fratelli adulti della donna così come quello dei suoi genitori. Il fidanzamento è reso pubblico da un dono del pretendente, chiamato yuino, normalmente costituito da un’ampia e costosa fascia di seta obi, un taglio di seta con la quale poter fare un abito, alcuni pesci considerati eccellentidella specie chiamata tai (serranus marginalis) e del sake (acquavite di riso).

Il giorno prima delle nozze, o il giorno stesso, un cassettone, un lungo baule per contenere abiti e utensili domestici di vario genere, è mandato dalla casa dlla sposa a quella della famiglia in cui ella sta per entrare, a meno che il suo futuro sposo sia un figlio che a lasciato il domicilio paterno e abbia una abitazione indipendente. Insieme a queste masserizie, si inviano doni per la famiglia dello sposo e la sua servitù.
La stampa rappresenta un matrimonio dell’epoca antecedente la Restaurazione (1868), in cui lo sposo indossa un abito chiamato kamishimo (sopra e sotto), che a ora lasciato il posto all’haori e all’hakama, gli abiti indossati in tutte le occasionispeciali. All’ora fissata, la sera tardi, lo sposo, con incedere solenne, prende il posto di fronte al toko, una nicchia ornamentale sollevata di alcuni pollici dal suolo, situata nella camera principale dell’abitazione dei genitori. In questa stanza si trova un ripiano (shimadai), recante rami di bambù, pruno e pino, statuine di un vecchio e una vecchia, di una gru e d’una tartaruga, simboli di virtù felicità e lunga vita.

In occasione delle nozze d’argento dell’Imperatore e dell’Imperatrice, il 9 marzo 1894, un gran numero di statuine d’argento raffiguranti una gru e due tartarughe vennero regalate come ricordo agli ospiti che anno avuto l’onore di essere invitati alricevimento offerto dalle Loro Maestà. La sposa vestita con un abito di seta bianco e manica ampia e ricadente con un velo di seta sul capo, è introdotta da due accompagnatrici, chiamate machijoro, che si vedono sedute a destra, nella stampa. Accanto alla sposa si trova la sua unica damigella d’onore (kishimoto o tsure onna), e all’altro fianco è seduta la sua intermediaria. Un ragazzo e una ragazza, in primo piano, hanno il compito di versare il sake. Quando tutti hanno preso posto, con aria solenne, il silenzio viene rotto dal suono di voci provenienti da una camera adiacente, che intonano una canzone (utai). Un piccolo vassoio bianco di legno, recante tre piccole tazze poste una sopra l’altra, viene ora offerto alla sposa e, uno dei ragazzi, versa nella prima tazza un pò di sake da un vaso decorato con farfalle di carta. Dopo che la sposa ne ha bevuto un piccolo sorso, il vassoio viene offerto allo sposo, chebeve a sua volta. La stessa cosa viene fatta con la seconda e la terza tazza. Questa parte della cerimonia, che si svolge in un solenne silenzio, è detta san san kudo. La sposa e lo sposo ora si ritirano, la prima in uno spogliatoio, dal quale riappare in vesti colorate e senza il velo sul capo. Ha quindi luogo un ricevimento per parenti e amici, nella stessa stanza in cui si è svolta la cerimonia, ed in questa parte della festa si suona il samosen e si danza. Nelle nozze giapponesi non vi sono riti religiosi, ma la cerimonia stessa è considerata uno dei riti più importanti e il matrimonio deve essere regolarmante registrato.

Le canzoni nuziali di solito recitano così:

Shikai nami shikuka nite,
Kuni mo osamaru tokitsukaze,
Yeda mo narasanu miyo nareya,
Ai ni aioi no matsu koso medetakere.

Il tutto può essere liberamente tradotto:

I quattro oceani, che circondano
le nostre spiagge,
sono colmi, e queta è la nostra terra:
non si piegano i rami, non soffia brezza;
questi pini ora piantati cresceranno
nella benedizione.

* Pluto è il dio della ricchezza, Plutone il dio dell’aldilà.

SETSU-BUN
Quando l’inverno si trasforma in primavera (anno1909)
L’Angolo Manzoni Editrice

 

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YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

YUMI,L’OMBRA DEL BAMBU’

Nella nostra scuola DUECIELI, e nel kyudojo HAYATE, tutti i nostri allievi, oltre ad imparare l’arte del kyudo, vengono preparati anche nella conoscenza e nella costruzione dell’attrezzatura, arco, frecce, corde e del suo mantenimento; ritengo che tale conoscenza sia indispensabile per affrontare un percorso formativo e caratteriale indispensabile per la maggior efficienza di pratica, ed è per questo che la via percorsa nel nostro dojo esclude la pratica di tale arte all’agonismo.

 L’ombra del bambù spazza gli scalini di pietra

Ma la polvere resta.
La luna si riflette sul fondo dello stagno
Ma non tocca l’acqua.

Matsuo Basho

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LA RESPIRAZIONE A TUTTE LE ETA’

LA RESPIRAZIONE A TUTTE LE ETA’ E TRA UOMO E DONNA

Le fasi della respirazione durante la nostra vita, dalla nascita alla morte, non hanno la stessa evoluzione. A seconda dell’età e delle varie difficoltà o facilitazioni che la vita ci offre e dal sesso cui apparteniamo, il cammino tra uomo e donna è molto diverso.

Proviamo ad analizzare il cambiamento della respirazione nella prima età scolare: tra la primaria e la scuola secondaria di primo grado, i maschi tendono ad avere una funzione polmonare più sviluppata delle femmine (nelle quali scende anche del 15% rispetto ai maschi); questo dipende dalla secrezione endocrina degli ormoni sessuali, in particolare il testoterone, un ormone maschile che incide sullo sviluppo muscolare e quindi sullo sviluppo polmonare; di conseguenza, i maschi hanno un precoce sviluppo polmonare, si è anche riscontrato che la capacità polmonare in queste età è maggiore in bambini che vivono la loro vita in campagna, rispetto ai bambini di città.

Il culmine dell’espansione polmonare nei maschi è intorno ai vent’anni, per le femmine a diciotto anni; la senilità respiratoria arriva in media attorno ai sessant’anni per gli uomini ( si riscontra con la decadenza muscolare), dieci anni prima per le femmine.

Per concludere questo brevissimo pensiero sulla respirazione, possiamo dire che questi sono dati che rispecchiano la normalità di vita, senza aggiunta di tecniche per modificare il volume polmonare; nella mia esperienza di gioventù di atleta, con gli allenamenti intensivi non ho mai avuto un riempimento polmonare come in età avanzata (tenendo conto della senilità muscolare, dopo aver lavorato per molti anni con tecniche di respirazione diaframmatica); praticando molto il Qi Gong, la disciplina mi ha permesso di rallentare notevolmente la senilità respiratoria; i momenti di vita difficili riducono molto l’espansione polmonare, che viene però compensata dai momenti sereni: la pratica del QI gong produce sul corpo effetti molto simili ai momenti sereni e piacevoli della vita.

                                                                                                                                                     Vincenzo CESALE

Preparatore atletico-Personal trainer olistico, licenza CONI

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COSTRUZIONE DI UN ARCO GIAPPONESE “YUMI” prima parte

 

#determinazione arti giapponesi

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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COSTRUZIONE DI UN ARCO GIAPPONESE “YUMI” seconda parte

 

#determinazione arti giapponesi

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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Esami 1° Dan

Esami 1° Dan Kyudojo HAYATE

Gruppo di appartenenza: Niten Ichi Ryu Club

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PULIZIA DEL DOJO “Soji”

PULIZIA DEL DOJO
Do (Via) Jo (luogo)

In che modo “pulire il dojoSoji diventa un elemento fondamentale in una lezione di arti giapponesi.

Articolo al link: https://www.kyudoiaidoqigong.it/pulizia-del-dojo-soji/

 

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KYUDOJO HAYATE

KYUDOJO HAYATE (indoor), nel Kyudo è necessario anche praticare il lavoro in ginocchio, per avere una diversa prospettiva del tiro.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
https://personaltrainer-fitness.blogspot.it
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Kyudojo-Hayate7

Kyudojo-Hayate4

Kyudojo-Hayate1

Kyudojo-Hayate2

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Kyudo pratica con una freccia

Kyudo pratica con una freccia

Dimostrazione di pratica con una freccia dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate,
federazioene di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”
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Kyudo pratica con due freccie

Kyudo pratica con due freccie

Dimostrazione di pratica con due freccie dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate
federazioene di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”
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Kyudo annodare la corda TSURU

Kyudo annodare la corda TSURU

Dimostrazione  pratica, annodare la corda TSURU dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate, federazione di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”
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Kyudo il lavoro della mano destra TORIKAKE

Kyudo il lavoro della mano destra TORIKAKE

Dimostrazione pratica della tecnica TORIKAKE dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate federazione di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”
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Kyudo Il lavoro della mano sinistra TENOUCHI

Kyudo il lavoro della mano sinistra TENOUCHI

Dimostrazione  pratica, il lavoro della mano sinistra TENOUCHI dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate federazione di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”

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Kyudo il lavoro della mano sinistra

Kyudo il lavoro della mano sinistra

Dimostrazione pratica,  il lavoro della mano sinistra nell’apertura dell’arco (Yumi) dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate federazione di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”
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KYUDOJO HAYATE

KYUDOJO HAYATE (indoor)

Nel Kyudo è necessario anche praticare il lavoro in ginocchio, per avere una diversa prospettiva del tiro.

Federazione di appartenenza F.S.K.

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ
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Kyudo costruzione di uno Yumi

Le fasi per la costruzione di uno Yumi

Seminario sulla costruzione di un arco (Yumi) giapponese.
Un completamento delle lezioni nel dojo Hayate nell’apprendimento dell’arte giapponese del tiro con l’arco (Kyudo),  legato alla “Federazione Scuole Kyudo” condotto dall’insegnante
Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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Kyudo costruzione dei mato

kyudo costruzione dei mato

Seminario di Kyudo della “Federazione Scuole Kyudo” condotto dall’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate; la costruzione del bersagli (Mato) , l’apprendimento del tiro con l’arco giapponese passa anche dalla manutenzione e la costruzione dell’attrezzatura, al mantenimento del dojo.

kyudo costruzione dei mato-Duecieli2

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Shodo pratica

Shodo pratica

Una domenica di pratica di Shodo condotta dall’insegnante Vincenzo CESALE al dojo Niten Ichi Ryu e della scuola Duecieli di Collegno (TO)

Shodo pratica-Duecieli2

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Kyudo lezione nel kyudojo Hayate

Kyudo lezione nel kyudojo Hayate

Lezione di Kyudo metodo Shomen (alzata frontale)
Federazione di appartenenza Federazione Scuole Kyudo” (F.S.K)

Vincenzo CESALE
チェサレ – ヴィンチェ ンゾ

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Kyudo Cerimonia

Kyudo Cerimonia

Cerimonia dell’insegnante Vincenzo CESALE nel Kyudojo Hayate federazione di appartenenza “Federazione Scuole Kyudo”

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Kyudo Hayate Indoor

Kyudo Hayate Indoor

Allenamento invernale nel Kyudojo Hayate federazione di riferimento “Federazione Scuole Kyudo”

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