TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 3-Duecieli

TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 3

TESTIMONIANZA AL SEPPUKU 3

Questa è la testimonianza riportata integralmente di un occidentale al suicidio rituale giapponese.

Dopo un altro inchino profondo Taki Zenzaburo, con una voce che tradiva appena l’emmozione che ci si può aspettare da un uomo che deve fare una confessione dolorosa, ma con nessun altro segno di turbamento nel volto e nei modi, parlò così:
“Io ed io soltanto, diedi sconsideratamente l’ordine di streminare gli stranieri di Kobe, replicando ancora il mio ordine quando essi cercavano scampo. Per questo crimine io ora mi lacero il ventre e prego tutti voi presenti di concedermi l’onore di assistere a quest’atto”.

Dopo essersi ancora una volta inchinato, egli si slacciò gli indumenti che gli avvolgevano il busto rimanendo così a torso nudo. Quindi secondo la tradizione, egli ripiegò le braccia sopra le ginocchia per evitare di cadere riverso all’indietro; un nobile giapponese deve infatti sempre morire cadendo in avanti. Allora, con mano deliberatamente ferma, raccolse il pugnale che giaceva davanti a lui, contemplandolo con desiderio, quasi con affetto. Per un momento ancora si concentrò, quasi a raccogliere tutte le sue forze nell’istante supremo, poi affondando il pugnale sotto la cintura, gli fece percorrere tutta la lunghezza del ventre , da sinistra a destra, eseguedo, infine, un ultimo brusco movimento verso l’alto che gli squarciò completamente l’addome. Durante tutto il tempo di questa allucinante operazione egli non mosse un solo muscolo del volto. Solo quando estrasse il pugnale cadde in avanti allungando il collo ; allora, per un istante, gli si lesse negli occhi un lampo di panico, ma non emise una sola sillaba. In quel momento il kaishaku che, sempre inginocchiato, aveva seguito con attenzione ogni movimento del condannato, balzò in piedi facendo roteare la spada. Fu questione di un istante: con un agghiacciante tonfo sordo la testa rotolò per terra, spiccata dal corpo in un sol colpo. Seguì un silenzio di morte, rotto soltanto dal rumore del sangue che fluiva dal corpo che giaceva inerte di fronte a noi, quel corpo in cui pochi istanti prima aveva palpitato il cuore di un uomo nobile e valoroso. Era orribile.

Il kaishaku eseguito un lungo saluto, ripulì la spada con un pezzo di carta che teneva già pronto allo scopo, e quindi si ritirò dalla parte rialzata del paravento; contemporaneamente, il pugnale insanguinato venne portato via con solenne cerimoniosità, come prova di sangue dell’avvenuta eseguzione.
Allora i due rappresentanti del Mikado lasciarono i loro posti e raggiusero i noi stranieri invitandoci a testimoniare che la sentenza contro Taki Zezaburo era stata eseguita con successo. La cerimonia era terminata e lasciammo il tempio.
La cerimonia alla quale il luogo e l’ora avevano conferito un’ulteriore solennità era stata caraterizzata dalla estrema dignità e formalismo che caraterizzano i modi di tutti i giapponesi di alto rango.

Benchè profondamente impressionati da una scena tanto orribile, non ci fu possibile non restare conteporaneamente ammirati dal contegno fermo e virile del condannato e dalla freddezza con cui kaishaku aveva saputo compiere il suo ultimo incarico per il suo signore, niente avrebbe potuto più efficacemente dimostrare la forza dell’educazione. I samurai, i gentiluomini della classe militare, cioè, fin dalla più tenera età imparano a considerare l’hara kiri come una cerimonia a cui un giorno potranno essere chiamati a partecipare, vuoi come prottagonisti, vuoi come secondi.

Nelle famiglie di antica tradizione cavalleresca il bambino viene già istruito al rito e famigliarizzato all’idea dell’hara kiri come un modo onorevole di espiare una colpa o di far fronte a un rovescio di fortuna. Se mai giunge quest’ora, egli è preparato ad affrontare un cimento cui l’educazione giovanile ha già tolto gran parte della paura. D’altronde in quale altro paese del mondo un uomo impara che l’estremo tributo d’affetto che può portare a un caro amico potrebbe essere quello di fungere da suo esecutore?
Lord Redesdale Giappone 1868

Nella scuola Muso shinden ryu tutto questo è espresso molto bene dal settimo kata Junto, intriso di tradizione e storia, di cui difficilmente capibile da noi occidentali, non per niente i maestri giapponesi sono molto restii ad insegnarlo e difficilmente eseguito nelle dimostrazioni.

E’ in via di preparazione una lezione di Iai tutta dedicata a questo kata.
La pratica con diversi kata che ritualizzano l’evento, e culturale con spiegazioni e date storiche.
La lezione è aperta, per chi vuole partecipare attivamente o solo come osservatore.
Per chi è interessato si prega di prenotare lasciando il vostro nominativo contattando questo blog.

Vincenzo CESALE

dojo NITEN ICHI RYU

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